Un mosaico del V secolo nell’orto: l’incredibile vicenda del tesoro dimenticato di Piscopio

Scoperto 30 anni fa in contrada Piscino, dopo una breve campagna di scavi archeologici il sito venne abbandonato e oggi è assediato da erbacce e verdure

Scoperto 30 anni fa in contrada Piscino, dopo una breve campagna di scavi archeologici il sito venne abbandonato e oggi è assediato da erbacce e verdure

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Il mosaico dimenticato in mezzo alle erbacce
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Uno splendido mosaico paleocristiano, risalente a un periodo compreso tra il V e il VII secolo dopo Cristo, assediato però da broccoli e fichi d’india. Un tesoro dimenticato, di quelli che solo la Calabria può permettersi di ignorare e abbandonare alle intemperie, nell’illusione che se ha resistito 1.500 anni sopporterà anche qualche altro decennio di degrado. Se Indiana Jones fosse stato calabrese, non se la sarebbe dovuta vedere con le liane delle foreste tropicali, ma con i viticci delle piante di zucchine.

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Il mosaico, infatti, giace ai margini di un orto, in contrada Piscino, a Piscopio, in una proprietà privata situata a mezza costa della rupe su cui sorge il Castello Normanno Svevo di Vibo Valentia.

Scoperto nel 1984 durante dei lavori agricoli e poi oggetto, nell’anno successivo, di una breve campagna di scavi condotta da un team del Centro per l’archeologia medievale dell’Università degli studi di Salerno, il mosaico ha forma rettangolare e misura 2,40 per 4,70 metri, anche se al momento, a fare capolino tra erbacce e verdura, è soltanto una piccola porzione, visto che il resto è coperto dal terriccio e dalla vegetazione. Intorno si intravedono i resti di mura antiche, che testimoniano la presenza di un edificio, probabilmente un tempio, un presidio fortificato o una tomba, di cui il mosaico segnava l’ingresso. Infatti, al centro della decorazione pavimentale, è stata rinvenuta un’iscrizione di benvenuto realizzata con tessere rosse su fondo bianco, preceduta da una croce.

A caratterizzare il disegno che incornicia il piano è, in particolare, un motivo geometrico a coda di pavone, in rosso, bianco e turchese. Questo è quanto riportano le cronache archeologiche di oltre 30 anni fa. Da allora, come spesso accade in questi casi, sul mosaico di Piscino è caduto il silenzio. La Sovrintendenza nominò custode del sito il proprietario del terreno dove sono presenti i reperti, le carte furono firmate, i timbri apposti e amen. Una routine non certo nuova in una regione dove la ricchezza archeologica è paradossalmente una maledizione, perché ovunque scavi rischi di imbatterti nel passato, quello che conta davvero.

Chi non si rassegna all’oblio a cui è condannato il prezioso mosaico è l’ex consigliere regionale Pietro Giamborino, che proprio a Piscopio ha il suo feudo elettorale. «Fui io a salvare questo reperto dai tombaroli trent’anni fa – afferma -. Quando fu scoperto accidentalmente, alcune persone mi contattarono perché intercedessi con i proprietari del terreno per consentire loro di procedere indisturbati a fare lo “strappo”, come si chiama in gergo la procedura che prevede la rimozione dell’intero blocco su cui è presente un’opera di questo tipo. Avvisai immediatamente la direttrice del museo di Vibo, Maria Teresa Iannelli, che fece intervenire la Sovrintendenza per mappare il sito e nominare il custode».

I predatori di reperti archeologici restarono a bocca asciutta, ma vedere oggi gli effetti delle intemperie e del tempo che passa, acuisce la sensazione di un enorme spreco culturale. Neanche una tettoia improvvisata protegge dall’acqua e dal sole le delicate tessere del disegno. Eppure lì, sotto pochi centimetri di terra, potrebbero celarsi addirittura le vestigia di un luogo fortificato, utilizzato durante le guerre bizantine del VI secolo.

«È un’ipotesi plausibile – afferma l’archeologa Paola Vivacqua, che sullo studio di questo sito elaborò a suo tempo la tesi di specializzazione -. Il mosaico di Piscino, toponomastica di per sé già evocativa perché sembra riferirsi a una fonte battesimale, potrebbe indicare la presenza di un luogo di culto all’interno di questa fortezza. In ogni caso, andrebbe studiato con maggiore attenzione perché rappresenta un unicum in Calabria, non tanto per i disegni geometrici delle decorazioni, quanto per l’iscrizione “Pax In Introi Tutu(o)”, cioè “Pace a te che entri”. Il mio auspicio è che lo scavo venga ripreso e ampliato, affinché anche i reperti di Piscino possano essere valorizzati e rientrare nel percorso del parco archeologico urbano di Vibo».