Arena, archeologi affascinati dalle antiche “prise” – Video

Il gruppo di lavoro all’opera sui ruderi del Castello scopre il raffinato sistema di irrigazione dei terrazzamenti e si appresta a riscrivere la storia delle popolazioni che abitavano il feudo medievale
Il gruppo di lavoro all’opera sui ruderi del Castello scopre il raffinato sistema di irrigazione dei terrazzamenti e si appresta a riscrivere la storia delle popolazioni che abitavano il feudo medievale
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È una storia che condensa secoli di sapere contadino, di tecniche raffinatissime, di un’organizzazione di mutua assistenza votata ad uno sfruttamento sostenibile del territorio. Si dipana guardando alle antiche vestigia del Castello normanno-svevo di Arena, un tempo centro propulsore di economia, scambi commerciali, produzioni agricole e allevamenti. L’impervio territorio circostante domato dalle abili popolazioni del feudo attraverso fitti terrazzamenti, resi fertili e produttivi da un complesso sistema irriguo basato sulle “prise”, lunghi canali in grado di attingere l’acqua da torrenti e sorgenti e redistribuirla nei piccoli appezzamenti terrazzati. Un sistema unico nel suo genere di cui si riscontra in Europa un solo caso simile, nel cuore della Sierra Nevada, in Spagna, e ora al centro degli studi del team di archeologi che lavora sull’antico maniero grazie all’accordo quadro tra il Comune di Arena, le Università di Siena e della Basilicata e la Sovrintendenza ai beni archeologici di Reggio Calabria e Vibo Valentia. [Continua]

«Ci siamo mossi secondo le più moderne tecnologie – afferma Carlo Citter, docente di Archeologia cristiana e medievale all’Università di Siena e vera autorità del settore -, lavorando sia sul castello, emergenza monumentale fondamentale per il territorio, ma anche sul territorio circostante dove abbiamo cominciato a mappare un sistema di gestione delle acque che permetteva una gestione sostenibile dell’agricoltura e una gestione comunitaria di lunghissima durata. Abbiamo solo scoperchiato questa pentola e dovremo, nella prosecuzione delle ricerche, cercare di capire molto di più».

Già mappati oltre otto chilometri di “prise”, alcune delle quali tuttora in uso, ma lo scenario che si apre va ben oltre, investendo non solo l’archeologia ma anche la riscrittura della storia locale, in un progetto di ampio respiro in grado di conciliare turismo ed offerta culturale…

«Ci siamo accorti che i metodi di grandi professionisti hanno spostato l’attenzione anche su molti aspetti legati alla nostra quotidianità la cui valenza spesso non riusciamo a cogliere – ammette il sindaco di Arena Antonino Schinella -. Questo ci ha aperto prospettive inimmaginabili fino a poche settimane fa. Speriamo che le “prise” possano essere valorizzate e rappresentare un volano di sviluppo sostenibile per questo territorio che ne ha davvero bisogno».

Uno scorcio del Castello di Arena

Nel progetto, come detto, rientrano a pieno titolo l’Università della Basilicata e la Soprintendenza ai beni archeologici di Reggio Calabria e Vibo Valentia. «Si tratta di un progetto dedicato allo studio scientifico-archeologico del castello – dichiara Francesca Sogliani, direttrice della Scuola di specializzazione Beni archeologici dell’Università della Basilicata – ma anche al paesaggio circostante e si pone come interessante prospettiva per ampliare le conoscenze sull’insediamento medievale della Calabria. Tenteremo, nei tre anni previsti dal progetto, di approcciare tutte le tematiche inerenti il contesto attraverso una prospettiva multidisciplinare tentando di operare anche interventi di archeologia dell’architettura. Siamo contenti di poter iniziare una nuova stagione di ricerche su Arena».

Per Alfredo Ruga, della Soprintendenza Abap di Reggio e Vibo, in evidenza vanno messe «non solo le finalità conoscitive ma anche di tutela e valorizzazione con l’obiettivo di fare di Arena uno dei grandi attrattori di questo lembo dell’area centrale della Calabria, considerando che il Feudo fu uno dei più importanti della Calabria medievale e moderna».