La vera cipolla di Tropea minacciata da Covid e contraffazione – Video

La denuncia del produttore: «L’autentica rossa tropeana quasi non esiste più e il lockdown ha peggiorato le cose». Poi l’appello alla giustizia: «La Procura indaghi o la concorrenza sleale ci farà chiudere»
La denuncia del produttore: «L’autentica rossa tropeana quasi non esiste più e il lockdown ha peggiorato le cose». Poi l’appello alla giustizia: «La Procura indaghi o la concorrenza sleale ci farà chiudere»
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Distese immense di colture che nessuno può curare a causa di un’emergenza che ha paralizzato l’economia. «Ripartire è difficile – ammette Francesco Melograna -. Prima della pandemia avevamo cento operai in organico, ora solo 20». Troppo pochi per prendersi cura dei terreni e preparare il prodotto da mandare alla grande distribuzione.

L’azienda ha subìto pesanti perdite che renderanno difficile, se non impossibile riprogrammare la nuova stagione: «Bisogna pagare i dipendenti, i fornitori, e poi ci sono le bollette…».

L’imprenditore agricolo ci conduce sui suoi campi di cipolla, a San Leo di Briatico, una corona di terra attorno alla regina della Costa degli Dei, Tropea. Francesco è un uomo che alla terra, al lavoro, alla rossa di Tropea, ha dedicato la sua vita. Una tradizione di famiglia iniziata con suo padre e che oggi porta avanti assieme alla moglie. Sacrificio, qualità e prosperità, per la sua Cipolla rossa Igp, almeno fino all’anno del Covid 19. [Continua]

«Dal mese di febbraio abbiamo dovuto abbandonare i terreni» una parte dei quali è divenuta arida e incolta. Ma non tutto è perduto. Raggiungiamo il campo madre, lì dove nasce la cipolla. I bulbi sono allevati dalla terra, diverranno tra poco più di un mese la rossa più amata al mondo. La vera rossa di Tropea, che oggi non fa solo i conti con la pandemia e gli effetti del lungo lockdown, ma anche con la violazione dei disciplinari di produzione, con la contraffazione, con le colture intensive che penalizzano la qualità.

Una concorrenza sleale che viene anche da vicino. Dai campi del Lametino, del Cosentino: «il 90 per cento del prodotto proviene da Campora San Giovanni – spiega – mentre la nostra cipolla resta invenduta. Ogni giorno partono quintali di prodotto contraffatto. Il procuratore di Vibo – prosegue – deve intervenire, perché la concorrenza sleale rischia di far chiudere le aziende sane del territorio».

Per l’imprenditore bisognerebbe istituire un nuovo marchio che tuteli la cipolla che si coltiva nei terreni della costa vibonese, che va da Porto Salvo a Nicotera.

Lo dice chiaro, Francesco. A Tropea quasi non si produce più la cipolla di Tropea, quella vera. Un brand di qualità e salute che rischia di sparire. E così si rivolge direttamente al procuratore capo di Vibo Valentia, Camillo Falvo: «se la politica e gli stessi produttori non riescono o non intendono tutelare il prodotto, ci pensi la giustizia…».