Coronavirus nel Vibonese, fra emergenze infinite e falle nel sistema

Criticità evidenti nella gestione sanitaria della situazione. Mancano i tamponi, la Tac dello “Jazzolino” è guasta, mentre gli ospedali di Serra e Tropea mostrano tutti i loro limiti
Criticità evidenti nella gestione sanitaria della situazione. Mancano i tamponi, la Tac dello “Jazzolino” è guasta, mentre gli ospedali di Serra e Tropea mostrano tutti i loro limiti
Informazione pubblicitaria
Informazione pubblicitaria

Si va avanti fra mille emergenze nel Vibonese nella lotta al coronavirus. Mancano i tamponi e il numero di persone rientrate è aumentato. In molti si sono posti in quarantena volontaria ma, terminata la stessa, in diversi casi nessuna comunicazione è arrivata loro da parte dell’Asp  sul da farsi. In Calabria, invece, il totale delle persone rientrate in regione sono quasi tredicimila. Per molti di loro si è trattato di un rientro obbligato in quanto senza un tetto sotto il quale dormire al Nord poiché le attività dove lavoravano sono state chiuse. Sono diversi i sindaci del Vibonese che hanno chiesto alla Prefettura ed al Distretto sanitario di effettuare i tamponi sulle persone che hanno terminato – o stanno per terminare – la quarantena. Ma il commissario dell’Asp di Vibo Valentia, Giuseppe Giuliano, ha ammesso l’assoluta carenza di tamponi e di presidi sanitari individuali. Quindi, precedenza ai tamponi sui sanitari in prima linea, ad iniziare dai sanitari del Pronto soccorso sino al personale del servizio emergenza-urgenza, poi tutti gli altri. Una “coperta” troppo stretta, evidentemente, che mostra tutti i suoi limiti anche alla luce di altre evidenti “falle” nel sistema.

L’Asp di Vibo Valentia ha infatti diffuso dei dati riguardanti i casi di coronavirus nel Vibonese che però non corrispondono alle ordinanze emesse dai sindaci. Emblematico il caso di Nardodipace, dove il primo cittadino Antonio Demasi si è visto registrare in tale schema dell’Asp due casi nel suo territorio che, però, in realtà non ci sono mai stati e nulla ne sapevano infatti i carabinieri della locale Stazione deputati ai controlli dei pazienti in quarantena insieme al personale dell’Azienda sanitaria provinciale. Diverse, poi, le criticità nelle strutture Rsa, mentre i contagiati in totale nel Vibonese sono sinora 55 e la Tac dell’ospedale “Jazzolino” continua ad essere guasta. [Continua dopo la pubblicità]

Informazione pubblicitaria
I rifiuti raccolti sulla scogliera

La spazzatura differenziata. Problemi anche per quanto riguarda la raccolta differenziata dei rifiuti prodotti da tutti quei soggetti che si trovano a casa in quarantena. I rifiuti da loro prodotti sono da considerarsi speciali e, pertanto, le ditte che gestiscono il servizio devono sapere – dai sindaci, in primis – come comportarsi. Ed anche qui cresce l’imbarazzo in alcuni paesi ed il totale disordine nel settore.

Il caso Serra. C’è poi il caso dell’ospedale “San Bruno” di Serra dove risulta quasi impossibile utilizzare le due tende del pre-triage per il coronavirus. Mancano le attrezzature ed il personale. Un solo infermiere dovrebbe infatti effettuare all’esterno delle tende un pre-triage e, solo qualora il paziente dovesse presentare sintomi sospetti, verrebbe accompagnato in una delle due tende pre-triage prima di essere trasferito in radiologia per la tac e successivamente in ambulanza verso altri ospedali. Un “modus operandi” che si commenta da solo e che non fa dormire sonni tranquilli ai cittadini della vasta area delle Serre dove – lo ricordiamo – i casi di soggetti positivi al coronavirus si attestano a 13 nel paese di Fabrizia ed altrettanti a Serra San Bruno. Ricordiamo, a tal proposito, che la presidente della giunta della Regione Calabria, Jole Santelli, ha ieri deciso di prorogare per tali due paesi la c.d. “zona rossa” sino al 13 aprile, cioè il divieto di entrata ed uscita da Serra e Fabrizia se non per ragioni di lavoro, gravi motivi di salute e stati di necessità comprovata. Una misura perfettamente inutile perchè tutta l’Italia è “zona rossa” da tempo e già dal 22 marzo esiste un’ordinanza a firma congiunta del ministro dell’Interno e di quello della Sanità che vieta in tutta italia gli spostamenti da un comune ad un altro se non per ragioni di lavoro, salute e gravi necessità.

Il presidio sanitario di Tropea

Il caso Tropea. Preoccupano inoltre i diversi soggetti che possono essere entrati nelle Serre in contatto con la vicina casa per anziani di Chiaravalle Centrale dove si è registrato un vero e proprio focolaio infettivo. Ed in tal caso in molti a Tropea e dintorni (i commenti sui social si sono sprecati, al riguardo) hanno “brindato” al mancato arrivo proprio nell’ospedale tropeano degli anziani contagiati provenienti da Chiaravalle. Perché la solidarietà ad alcune latitudine non è di casa e l’ignoranza regna sovrana. Non tutti i tropeani, naturalmente, si sono dimostrati ostili nei confronti degli anziani della casa di cura di Chiaravalle (poi non arrivati e dirottati a Catanzaro), ma in molti casi è stato purtroppo così, dovendosi constatare – in un momento di emergenza in tutta la Nazione – un’avversione crescente persino nei confronti di anziani che potrebbero essere i nonni ed i genitori di tutti. Quasi che un ospedale come quello di Tropea – individuato dalla Regione quale centro per il ricovero di malati da coronavirusdebba restare vuoto in eterno senza alcun paziente in cura mentre altre strutture in Calabria (come Catanzaro) stanno per scoppiare e sono al limite dei posti. E’ vero, l’ospedale di Tropea è esso stesso un “malato cronico” da tempo e molti reparti presentano carenze su carenze. Ma quando è stato individuato nelle scorse settimane dalla Regione Calabria quale centro di cura per i malati affetti da Covid-19, l’alzata di scudi che si è registrata ora con gli anziani di Chiaravalle non c’è stata. E chissà come mai…! Che questa vicenda, invece, sia utile ora ai cittadini del comprensorio, a politici ed amministratori per discutere finalmente, seriamente ed una volta per tutte, del destino dell’ospedale di Tropea.


LEGGI ANCHE: “Rinascita”: il clan Lo Bianco, l’ospedale di Vibo ed il ferimento del direttore sanitario