Vibo e l’opposizione in Consiglio: quando la logica politica è un optional

Dal voto per eleggere le cariche istituzionali alle linee programmatiche, fino alle dichiarazioni (singolari) di Insardà con la replica di due ex alleati

Dal voto per eleggere le cariche istituzionali alle linee programmatiche, fino alle dichiarazioni (singolari) di Insardà con la replica di due ex alleati

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L'opposizione consiliare di Vibo Valentia
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Non si spegne la scia polemica innescata dagli accadimenti del primo consiglio comunale di Vibo Valentia. Un consiglio in cui si sono delineate in maniera chiara le differenze all’interno della stessa opposizione, che già alla prima prova dell’aula si è sciolta come un Calippo al sole. Differenze che mascherano una profonda frattura della stessa coalizione “Nuove prospettive”, etichetta alla fine buona soltanto per la campagna elettorale ma che manifestava dal principio segni latenti di incompatibilità al suo interno. La prima uscita pubblica dei nuovi consiglieri è servita ad inquadrare le posizioni di forza sul fronte della minoranza, dato che, al momento, nella maggioranza si viaggia senza scossoni. Ebbene, le votazioni sulla presidenza del consiglio e della commissione elettorale hanno detto chiaramente che c’è un gruppo, quello del Partito democratico guidato da Stefano Luciano, che viaggia per conto suo rispetto agli altri, anche rispetto al Movimento 5 Stelle. Questi ultimi, infatti, si sono trovati più in sintonia – stando all’espressione di voto – con gli altri tre “mono gruppi” di minoranza, Vibo Unica, Concretezza e Vibo prima di tutto.

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A destare «perplessità», ed anche la reazione del segretario provinciale del Pd Enzo Insardà, è stata proprio la scelta di questa parte della minoranza di «votare in sintonia con la maggioranza» per la scelta dell’ufficio di presidenza e di astenersi dal votare sulle linee programmatiche del sindaco Maria Limardo. Il dirigente dem ha parlato a noidicalabria di «forme di democrazia del tutto singolari» come il fatto che «sia stata questa maggioranza a scegliere organi spettanti alla minoranza, grazie a intese sottobanco». Qui, se a parlare fosse Pinco Pallo, nulla quaestio. Ma trattandosi di un navigato dirigente di partito, che per altro ha seduto da assessore in quella stessa aula, allora bisogna tenersi per non cadere dalla sedia. Perché Insardà sa bene che, per prassi e non per statuto, il vicepresidente vicario va alla minoranza, e da sempre è stato eletto all’unanimità, così come il presidente e il vice semplice, proprio per dare – almeno su quella postazione che dovrebbe essere imparziale – un segno di unità. E l’unità si è sempre trovata su un’intesa di massima tra maggioranza e opposizione, tanto che, anche in questa occasione, qualche esponente del Pd avrebbe ricevuto una telefonata alla quale però non ha ancora risposto… In ogni caso, il posto di vicario è andato ad un componente dell’opposizione. Quindi verrebbe da pensare che Insardà pesta i piedi perché la scelta è ricaduta su un consigliere non Pd. Forse dovrebbe chiedersi il perché, o forse dovrebbe, tutto il Pd, procedere ad un’analisi con relativa autocritica partendo dal mondo in cui è stata condotta la campagna elettorale.

Discorso diverso è quello, sempre affrontato da Insardà, sul voto alle linee programmatiche del sindaco. Qui, nel prendere la parola in aula, lo stesso Stefano Luciano aveva annunciato il voto contrario. Una decisione, in questo caso, logica e naturale. Perché se ci si schiera in campagna elettorale su fronti opposti è perché si dovrebbe avere una visione diversa della città rispetto ai propri competitors. Per questo non si comprende – oggettivamente – l’astensione dei restanti quattro gruppi di minoranza. Anche a sentire gli interventi dei capigruppo, specie il Movimento 5 Stelle, non si capisce politicamente tutto questo slancio verso la maggioranza, questo bisogno di manifestare ogni due frasi che «saremo con voi quando si tratterà di approvare pratiche per il bene della città». In teoria, quindi, saranno con loro sempre. Il tempo dirà.

Alle parole di Insardà replicano anche Enzo Mirabello, ispiratore della lista Vibo prima di tutto che ha portato in consiglio Loredana Pilegi, e Giovanni Tassone, candidato Pd ed inizialmente presentatore di un’altra lista di Luciano, poi svanita nel nulla. Tassone non ha dubbi sulle “colpe” della classe dirigente del Pd, che «male ha gestito una delicata fase politica e peggio sta facendo ora». Colpe che, a suo dire, partono da Vibo e arrivano a Serra San Bruno: «Finché il Pd non si libererà dell’ingombrante fardello di chi vuole decidere sempre e in ogni dove, non ci potrà essere un dialogo costruttivo che porti alla realizzazione di un valido progetto alternativo di rilancio della città».

Mirabello, dal canto suo, va dritto al punto: «Più che dare giudizi politici su altri consiglieri comunali, il segretario Insardà dovrebbe domandarsi le ragioni di una sconfitta così netta ed il perché il Partito democratico rispetto alle scorse elezioni perda quasi la metà del suo consenso divenendo marginale nella politica vibonese. Dovrebbe fare una seria analisi al suo interno, e forse personalmente assumere anche le dovute scelte consequenziali». Per Mirabello «è finito il tempo delle parole vuote», servono «altri uomini per ricostruire un’alternativa credibile e con logiche differenti». Da qui, il favore nel vedere i consiglieri «Policaro, Pilegi e Comito eletti in importanti ruoli istituzionali», e senza che ciò «possa fare dubitare della nostra coerenza e del nostro ruolo di opposizione. Si tratta invece di regole istituzionali, di rapporti tra maggioranza e minoranza, esistenti nella prassi di ogni consiglio comunale e adottati anche nella scorsa consiliatura. Ma forse la memoria è molto corta per alcuni. Non è poi colpa di altri se la strategia di chi governa il Partito democratico vibonese continua ad essere fallimentare, autoreferenziale, portando questo partito in un totale isolamento politico e marginale anche nella stessa assise comunale».

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