sabato,Luglio 2 2022

Comune di Vibo, Stefano Luciano (Pd): «Il dissesto andava dichiarato subito»

Il capogruppo del Partito democratico mette sotto accusa la scelta di predisporre il Piano di riequilibrio, poi bocciato. Stigmatizzato anche il rapporto tra l’attuale maggioranza politica e la dirigenza

Comune di Vibo, Stefano Luciano (Pd): «Il dissesto andava dichiarato subito»
Il capogruppo del Pd Stefano Luciano
Il sindaco di Vibo Valentia, Maria Limardo

«Siamo venuti qui a dirvi: attenzione che avete già sbagliato strada una volta, avete fatto un Piano di riequilibrio finanziario, mentre invece noi eravamo e continuiamo a essere convinti che era meglio la dichiarazione immediata di dissesto. E, quindi, siamo qui a dirvi di non ostinarvi a trovare delle soluzioni alternative che possano prorogare ancora di più uno stato di sofferenza che è sotto gli occhi di tutti. Dichiarate il dissesto».
È quanto ha chiesto di fare, con tono decisamente perentorio, Stefano Luciano, capogruppo consiliare del Partito democratico al Comune di Vibo Valentia, all’amministrazione attiva, guidata dal sindaco Maria Limardo. La richiesta del rappresentante della minoranza ieri in apertura del suo intervento durante il consiglio comunale straordinario, convocato dal presidente del civico consesso Rino Putrino (su richiesta di undici consiglieri di opposizione) per discutere solo della delibera della Corte dei Conti che ha respinto il Piano di riequilibrio presentato nell’agosto del 2019 dall’esecutivo di Palazzo Luigi Razza. [Continua in basso]

L’atrio di Palazzo Luigi Razza

«Noi – ha aggiunto sempre il capogruppo democrat – avevamo proposto di venire qui in aula e fare una operazione verità sui conti e dichiarare subito il dissesto, perché a quest’ora saremmo già arrivati con un Bilancio stabilmente riequilibrato e non avremmo prorogato uno stato di sofferenza per due anni. Non averlo fatto, invece, ha voluto dire aumentare i debiti, creare delle false aspettative, determinare situazioni di ulteriore logorio per la vita finanziaria dell’ente che era ed è in dissesto». Stefano Luciano ha, quindi, sollecitato l’amministrazione a fermarsi, «perché non siete capaci di gestire i conti dell’ente», a farsi guidare da una terna commissariale ed a predisporre un bilancio stabilmente riequilibrato, «per mettere un punto a quelle che erano e sono ancora oggi delle zavorre che ci portiamo dietro. Ma voi, invece di dichiarare il dissesto, avete avuto la presunzione di presentare un Piano di riequilibrio che ha allungato la sofferenza di questo ente».

Detto questo, il capogruppo dem a Palazzo Luigi Razza ha spiegato che «si va in dissesto non perché c’è un debito, ma perché è stato bocciato il Piano di riequilibrio. Questa amministrazione si è misurata con un Piano contabile ed è stata bocciata. L’errore che ha originato il debito è stato spiegato bene da Laura Pugliese: c’è una delibera di giunta comunale, la numero 104 del 26 maggio del 2015, siamo nel corso dell’amministrazione D’Agostino, e avviene che c’è una lettura sbagliata degli atti contabili, perché – ha precisato in merito il consigliere – la delibera precedente, che era quella del rendiconto dell’esercizio 2014, indica come disavanzo 19 milioni. Cosa fa la giunta di allora? Invece di mettere nel riaccertamento straordinario la somma meno 19 milioni di euro, mette come disavanzo più 5 milioni. Questo è il dato che rileviamo documentalmente. Da lì in poi tutte le manovre hanno riportato quell’errore». [Continua in basso]

Il vero tema, sempre a giudizio del capogruppo al Comune capoluogo, che «ha logorato anche questa amministrazione, è quello che riguarda il rapporto tra la politica e la dirigenza. Il problema sta nei rapporti tra la politica e la dirigenza. Noi non ci siamo venduti e mai ci venderemo alla dirigenza, mentre questa parte politica, in primis il sindaco, si è venduta.  Dunque, se sono stati commessi degli errori ai dirigenti premi non bisogna darne, e se la politica non interviene davanti a degli errori i motivi possono essere solo due: o la politica ha scheletri nell’armadio – ha spiegato Stefano Luciano – , e quindi ha delle difficoltà a puntare il dito, o la politica si consegna alla dirigenza perché non vuole fare politica, non vuole cioè tutelare l’interesse pubblico, ma tutelare sacche di privati».

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