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Cosa resta a Vibo oltre qualche occasionale sussulto di vita: disincanto e amarezza. Solo l’ironia potrà salvarci …e forse nemmeno quella.

Scritta su un muro di Vibo. Mistificazione o realtà?
Il Cor(ro)sivo

Finita l’estate, calano le tenebre nella bassa provincia vibonese. La chiusura stagionale di quei pochi locali e ritrovi rende più cupa e tetra l’atmosfera autunnale. Se non fosse per qualche precoce sbaffo di fumo qua e là dai camini e per quell’odore di affumicato che ci fanno intravedere nel brillio degli occhi il Natale che arriva, sarebbe una desolazione. Un tocco di vita, l’ultimo di un’estate che tutto sommato è stata sottotono come d’abitudine, l’ha dato il Tropea Festival, un lustro di scopa non più “nova” ma ancora validamente funzionante, dove la cultura, quella che di solito si vede andando fuori o guardando la televisione la si trova a portata di mano, in diretta e dal vivo. Però non basta, è come piantare un’oasi nel deserto e lasciarla poi lì al suo destino, senza un lago o una falda d’acqua che l’alimentino e la facciano prosperare, crescere, avanzare. È difficile fare cultura qui da noi, vuoi perché ricorre sempre l’adagio, a mio dire falso, che la cultura non dia soldi, vuoi perché poco sia l’interesse concreto della gente che frequenta più per mondana curiosità che per moto d’intelletto.

Vibo Valentia ha un bel centro storico mantenuto in discrete condizioni che potrebbe se ben valorizzato dare ricchezza e benessere. Bisogna convertire, riciclare, ricreare flussi attrattivi di risorse economiche ed umane per rilanciare il territorio e i suoi punti di forza cultura, dove la cucina non sia intesa solo come abbondanza dell’offerta ma come valore aggiunto e peculiare del luogo, oggi sono tutti chef e fai fatica ad incontrare un cuoco vero che valorizzi il prodotto “chilometro zero”. Siamo affascinati dalle sigle e dai termini stranieri, ceselliamo il nulla ma non la sostanza, un po’ come cambiare la targa affissa alla porta di casa da una in plexiglass ad una in ottone lucido e brillante, siamo sempre noi, nonostante la rinnovata targa, ma la sostanza?

È di questi giorni lo scandalo assenteisti del Comune di Sanremo. Scandalo, soprattutto per il vigile in mutande che andava a strisciare il cartellino, se però la memoria locale non li ha già archiviati in fondo al dimenticatoio, lo stesso è avvenuto presso la nostra locale Asp e nel vicino Comune di Pizzo, spero non se ne sia dimenticata anche la magistratura locale a rischio chiusura fino a prova contraria. E l’indagine sui B&B fantasma, dove i fondi europei sono stati utilizzati per rifarsi casa? Come se non lo sapessimo adesso infierisce anche Legambiente confermando quanto già sappiamo da tempo ma facciamo finta di non sapere, viviamo nella città più invivibile d’Italia o poco ci manca. Si, l’acqua non è potabile, facciamo gli slalom tra le cataste di rifiuti indifferenziati, i trasporti urbani sono ridicoli, il Comune e la Provincia sono in dissesto, le infrastrutture sono inesistenti, all’Asp si premiano per i risultati, a detta loro, raggiunti e nel mezzo di questo gran “troiaio” ci siamo noi poveri e meschini cittadini, ormai disincantati e disillusi, amareggiati e sconfitti.

L’unica cosa con parvenza di vita qui nel Vibonese è la politica, quella delle tre carte naturalmente, quelle delle stesse facce di bronzo, si fanno e disfanno alleanze, il cavallo di razza di ieri è il ronzino di oggi, ci si affilano i coltelli in previsione di congressi che probabilmente cambieranno solo le portate del menù della cena a chiusura lavori, transumanze nei gruppi al Comune di Vibo, accordini per le prossime elezioni dei comuni vicini e la solita bramosia di “cumandari”, reggendo i fili di tanti pupazzi di cartapesta senza dignità e coraggio e mandando allo sbaraglio gente per bene per poi disfarsene o farla scappare via. Se solo il buon padre di famiglia del codice civile si fosse sposato con la casalinga di Voghera forse non avremmo vissuto ed assistito a tutti gli eccessi ed i disastri della nostra terra. Ci rimangono il sarcasmo e l’ironia, come quella del buon Enrico De Girolamo che elenca 20 inverosimili motivi per rimanere a Vibo, ma non ci salvano dall’amarezza del fallimento, quello che ci ha reso terra sterile e matrigna, dove nel giro di trent’anni o forse meno, resteranno solo quei giovani diventati vecchi e mai entrati nel mondo del lavoro, morti i nonni ed i genitori saranno e saremo una generazione pronta a mettersi in fila per la mensa della Caritas.

Lacnews24.it
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