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“Rimane, di quei 55 giorni e dell’inerme pochezza dello Stato, la fastidiosa sensazione che il crimine compiuto dalle Br fu utilizzato dai nemici interni ed esterni di Moro per fare fuori, con lui, le politiche di cui era severo, fedele ed acuto servitore…”

Storia e memoria

Nei giorni dal 16 marzo al 9 maggio del 1978 la storia d’Italia ha cambiato volto. A partire dal sequestro e successivo omicidio di Aldo Moro, vi è stato un prima ed un dopo. Finiva la politica riflettuta, ideologicamente orientata, eticamente dibattuta, per lasciare il posto ad una politica cinica, autoreferenziata, via via distaccata dal suo senso identitario e solidale. Senza i fatti del ‘78, probabilmente, avremmo allontanato lo spettro delle collusioni e delle corruzioni che, nel tempo, portarono a Tangentopoli, alle stragi di mafia ed al peggio che ne seguì. Moro fu l’ultimo dei guerrieri - penso a De Gasperi, Nenni, Einaudi, La Pira, Berlinguer -  che, al cospetto delle rovine lasciate dalla guerra, seppero illuminare la nuova via ed accompagnare la fragorosa rinascita dell’Italia. Dopo la sua eliminazione, quelli rimasti non furono capaci di creare argine e, in alcuni casi, si fecero acqua per il fiume che esondava. 

Moro fu fatto fuori per questa sua altissima profilatura? Verosimilmente si. Lo scacchiere del mondo, in quel tempo di dicotomie ideologiche, politiche e militari, non giustificava uomini indipendenti, capaci, seppur con l’apparente bonomia dell’uomo, di dire “no”. E’ verosimile, dunque, che, su Moro, si siano  addensati gli interessi ostili di molte parti: quello degli assassini delle Brigate rosse, che intesero abbattere un simbolo della società borghese; quello delle forze invisibili che governavano l’Occidente, incapaci di tollerare, soprattutto nella strategica linea tra Est ed Ovest, uomini di Stato meno che proni; quello di un Governo (Andreotti) ed un partito (la Dc) che, privi della loro guida, divennero quel che Moro non era, strumento cieco di strategie altrove costituite. 

Sull’affaire Moro molto è stato scritto e molto di più è stato contraddetto. Si sono celebrate decine di processi, si sono costituite Commissioni parlamentari d’inchiesta, sono stati profusi studi e libri a ripetizione. Tuttavia, non poche cose rimangono oscure. Qualcuno, oltre i criminali delle Brigate rosse, aveva delle mire sull’Italia democratica? Si voleva rovesciare il tavolo della politica interna che, proprio quel 16 marzo del 1978, metteva fine a trenta anni di ostracismo politico verso il Pci e preparava un nuovo corso di solidarietà nazionale? Si voleva deviare il corso della politica estera, vanificando quelle linee di dialogo che, ad esempio nello scacchiere medio orientale ed in quello nord africano, avevano caratterizzato le scelte del nostro Paese e di Aldo Moro in particolare? Si voleva sottolineare il ruolo subalterno dell’Italia rispetto alle politiche di controllo degli Usa sugli alleati del Mediterraneo? Ed ancora, la strage di via Fani e l’assassinio di Aldo Moro, al di là delle stesse intenzioni delle Br, erano parte di quella “strategia della tensione”, che, ad iniziare da Piazza Fontana nel 1969, mirò a stabilizzare in senso reazionario la politica italiana? Nulla di tutto questo è da escludersi

Moro, a dispetto della mitezza che profondeva, era uomo scomodo e indipendente ed a nessuno consentiva di salire sul vagone italiano con la facilità corriva di chi volesse sentirsene padrone. Nemmeno agli americani, a cui aveva saputo opporre una moltitudine di “no”, anche quando le ostilità verso le deviazioni a sinistra dello Statista di Maglie si fecero pressanti. Così, i misteri del falso comunicato delle Br, della mancata irruzione nell’appartamento di via Montalcini, dove Moro era ristretto, ed in quello di via Gradoli, principale base Br a Roma, della presenza di molti personaggi dei Servizi attorno alla prigione, di una unità di crisi imbottita di gente della P2 e della Cia, rimangono vivi ed attendono una risposta definitiva. 

Quel che è certo è che, finito Moro, finirono per molti anni le prospettive di modernizzazione del nostro Paese e si prese una via del declino che, al netto della luminosa pagina di Pertini e della muscolare azione di Craxi, fu prima che politico, morale. Rimane, di quei 55 giorni e dell’inerme pochezza dello Stato, la fastidiosa sensazione che il crimine compiuto dalle Br fu utilizzato dai nemici interni ed esterni di Moro per fare fuori, con lui, le politiche di cui era severo, fedele ed acuto servitore. In questo senso, non può non annotarsi come la  strategia della “fermezza”, immediatamente decisa da Governo, Dc e  Pci, sarebbe apparsa plausibile se avesse trovato doveroso contrappeso nella concreta ed inverata volontà dello Stato di liberare l’ostaggio. Ebbene, considerato che le forze dell’ordine avevano  per tempo individuato e presidiato la prigione di Moro e che, incredibilmente, fu loro ordinato di lasciare il campo proprio a ridosso dell’assassinio, ciò non fu, inducendo il legittimo sospetto che la morte del presidente della Dc, sorta per volontà delle Br, sia stata certificata altrove, lontano dalle stanze della legalità e della verità democratica. Se non premeditato, l’omicidio di Aldo Moro fu certamente meditato

*Storico e giurista