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Dalla fine di novembre sino alla festa dell’Immacolata, la città napitina vive uno dei momenti più cari alla tradizione popolare. Non solo preghiere, ma anche vino novello e piatti tipici 

Storia e memoria

Per i pizzitani la devozione all’Immacolata Concezione è qualcosa che assume un significato che va al di là del semplice culto alla Madonna. Da tempi immemorabili, difatti, annualmente si celebra la novena, e tanta è la partecipazione di popolo che per nove giorni consecutivi vede la chiesa a Lei dedicata nella piazza principale della cittadina, gremita in ogni ordine di posto.

Dal 29 novembre al 7 dicembre, i fedeli, di ogni età, molti giovani e giovanissimi, partecipano alla liturgia, che comprende il Santo Rosario e, a seguire, la Santa Messa, uscendo di casa che è ancora buio per assistere a quella mattutina che ha inizio alle 5 del mattino, funzionale agli studenti ed ai lavoratori. Per potersi assicurare un posto a sedere, la levataccia prevede, tuttavia, di apprestarsi con largo anticipo rispetto all’orario delle funzioni, ma tanta è la devozione che tale sacrificio diventa poca cosa ed anche questo viene offerto alla Madre Celeste. I secolari canti dialettali pizzitani dedicati alla Madonna che i fedeli intonano, accompagnati dal suono dell’organo, a quell’ora rendono la funzione di un’intensità tangibile, l’atmosfera si carica di una solennità che solo vivendola si può percepire e comprendere.

È prevista, comunque, una seconda funzione serale, alle 17.00, ed anche questa è molto sentita e la partecipazione davvero larga. Ad ogni modo, la Madonna non viene mai lasciata sola, difatti, durante la giornata, la chiesa, sempre aperta, vede un continuo via vai di gente che entra anche solo per un saluto o per rivolgerLe semplicemente una preghiera.

Per la celebrazione della novena, è consuetudine invitare un monaco appartenente ad un ordine religioso, proveniente anche da fuori regione e individuato tra i predicatori più capaci. La funzione del predicatore è fondamentale, perché è per mezzo di questi che la Parola del Vangelo diventa chiara e assimilabile, verificabile intimamente e vivibile nel quotidiano di ognuno. Gli elogi e le comparazioni con i precedenti, parteggiando per questo o per quell’altro predicatore, spesso diventano argomento di discussione tra il popolo.

A conclusione della novena, la sera del 7 dicembre, sul sagrato della chiesa i fedeli tutti vivono un momento conviviale degustando “monacèji cu’ ‘a lici” ed un buon bicchiere di vino nuovo appena spillato.

La festa dell’Immacolata ha luogo giorno 8 dicembre. Nella mattinata la statua delle Madonna (di pregevole fattura, risalente al XVIII secolo) viene portata a spalla in processione per il centro cittadino, seguita dalle autorità e da tutti i fedeli, al suono della banda e da quello folcloristico ed immancabile della zampogna e della ciaramella. La sera, al termine della Santa Messa, una breve fiaccolata in piazza della Repubblica durante la quale la statua della Madonna fa visita al Duomo di San Giorgio per ricevere il consueto omaggio floreale da parte del parroco.

In questi giorni di novena, la città vive un momento di grande aggregazione. La novena dell’Immacolata rappresenta, senza ombra di dubbio, una chiave di lettura utile per poter comprendere Pizzo e i pizzitani, la storia, la fede, le tradizioni e la Cultura che appartengono a questa comunità.

Il perpetuarsi di tale manifestazione, che si tramanda da secoli, non è un fatto scontato. È la Confraternita di Maria Santissima Immacolata tutta che si adopera, con solenne impegno e dedizione, perché Pizzo possa vivere questi momenti di esaltazione nella fede e nella tradizione, e la cosa che lascia ben sperare per gli anni a venire è il continuo ricambio generazionale che di anno in anno si riscontra tra i componenti della Confraternita.

Sino a qualche decennio fa, per la festa dell’Immacolata era usanza che le cantine di Pizzo “ngignàvanu” il vino nuovo. Era una tradizione che tutti rispettavano rigorosamente! Mattina del sette dicembre, per concludere degnamente la Santa Novena dell’Immacolata, si andava in una delle tante cantine che Pizzo annoverava (Jennàra, u Pastìzzu, Scutìcchju, u Piciàrru, Totu ‘a Rizza, erano alcune) e se ne prendeva un fiasco. Era questo il nettare che avrebbe innaffiato i piatti della tradizione, “i zzìpuli ‘i patata” e “i monacèji” con le acciughe, insieme al baccalà fritto, “ i vròccula affucàti ndo testu e ‘a suriàca nda pignàta”.

Con la Novena e la festa dell’Immacolata si entrava nel clima natalizio, che perdurava sino all’Epifania. In molte case, la sera si iniziava a giocare a tombola e per le strade i ragazzi giocavano “ê casteji di nuciji”.

 

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