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Il padre era un soldato di Pizzo impegnato in Somalia durante l'occupazione. La donna, morta nel 2010, raccontava: «Molti vedevano in me l’icona dell’avventura coloniale e mi vezzeggiavano come una bertuccia ammaestrata»

Storia e memoria

Isabella Marincola, sorella minore di Giorgio, medaglia d’oro al valor militare, morto partigiano nell’ultima strage nazista perpetrata sul suolo italiano, nasce il 16 settembre 1925 dall’unione illegittima tra il soldato italiano Giuseppe Marincola (Pizzo Calabro 1891 - Roma 1956) e una giovane somala, Ashkiro Hassan.

Giuseppe Marincola è un maresciallo di fanteria dislocato nel Corno d’Africa dove l’Italia occupa i suoi possedimenti coloniali. Qui conosce una giovane e bella somala con la quale mette al mondo due figli. A differenza degli altri soldati, però, al rientro dalla missione, nel 1926, Giuseppe li riconosce e li porta in Italia. Affida Giorgio al fratello Carmelo e a sua moglie Eleonora Calcaterra, a Pizzo, e porta Isabella con sé a Roma, dove sposa Elvira Floris, con la quale avrà altri due figli, Rita e Ivan. Giorgio vive a Pizzo fino al 1933, quando si trasferisce a Roma per iniziare a frequentare il ginnasio. I due fratelli diventano così due italiani neri a Roma, negli anni del Fascismo e delle leggi razziali.

Il fratello, un partigiano "africano" ucciso dai nazisti

giorgio isabellaNel 1943 Giorgio, studente di medicina, entra nelle formazioni armate del Partito d’azione e il 4 maggio del 1945 muore trucidato dalle SS in ritirata, assieme ad altri 11 partigiani e 16 civili, in uno scontro a fuoco con i nazisti che attaccano i villaggi di Stramentizzo e Molina di Fiemme. La Germania cesserà definitivamente le ostilità l’8 maggio.
Isabella ha un’infanzia tormentata dal pessimo rapporto con la matrigna che vede nel colore della pelle della ragazza la prova inconfutabile del tradimento del marito. Morto il fratello la ragazza si ritrova sola, la situazione in casa si deteriora ulteriormente, e così decide di andarsene.

 

Il cinema e la partecipazione in Riso amaro

isabella riso amaroStudia e frequenta scrittori, registi, scultori, artisti. Si dedicherà al cinema ed al teatro, comparendo in varie rappresentazioni. La mondina nera di “Riso Amaro”, il film diretto da Giuseppe De Santis con Vittorio Gassman, Raf Vallone e Silvana Mangano, è Isabella. La giovane Isabella calpesta palcoscenici teatrali, set cinematografici, posa come modella, si sposa e risposa fino ad arrivare ad avere tre mariti, l’ultimo dei quali, un somalo, la riporterà nella sua terra natia, dove incontrerà la madre.

Timira, romanzo meticcio

timira copertinaA Mogadiscio vi rimane per trent’anni, sino al maggio del 1991 e sarà l’ultima cittadina italiana rimasta a Mogadiscio ad essere rimpatriata dalla Somalia in Guerra. Lascia questa terra il 30 marzo del 2010.  Nel 2012 viene pubblicato “Timira. Romanzo Meticcio”, scritto da Giovanni Cattabriga (conosciuto con lo pseudonimo Wu Ming 2), da Isabella e da Antar Mohamed Marincola, il figlio avuto dal suo ultimo matrimonio. Il romanzo unisce la storia dell'italo-somala Isabella Marincola con quella del colonialismo e le sue barbarie. Il titolo deriva dal nome somalo utilizzato da Isabella, Timira Hassan.
Qui leggiamo che Giuseppe Marincola, il sottufficiale di Pizzo, nelle sue missive al fratello, durante la sua permanenza nelle colonie, scriveva: «Quanto è difficile non cadere nel peccato, posto che il matrimonio con le somale è davvero contro natura, perché oltre ad essere negre sono pure maomettane, e dunque sposarsi non ripugna soltanto a noialtri, ma perfino a loro».

«Sono figlia di una violenza» 

isabella famigliaEd ancora, dalle parole di Isabella: «Per lungo tempo, mi sono raccontata che mio padre è stato un gentiluomo, che ha fatto un gesto generoso, molto insolito per quei tempi. Darci il suo cognome, il nome dei nonni. Ma ora che ascolto mia madre, ora che lei può parlare, mi rendo conto che devo accettarlo: sono figlia di una violenza, e lo sarei anche se i miei genitori si fossero tanto amati, come in un bel fotoromanzo.

L’amore ai tempi delle colonie è impastato di ferocia. Un pugnale affilato minaccia e uccide, anche se lo spalmi di miele».

 

 

«Mia madre, avvolta in un “guntiino” rosso con fili dorati, rimestava cibo in un calderone di rame. Le domandai per favore dove posso sciacquarmi il viso». «Vai al pozzo, stronza», fu la sua pronta risposta. Non era la prima volta che mi apostrofava in quel modo, ma se nelle altre occasioni potevo essermelo meritato, in quel caso davvero non me lo riuscivo a spiegare.

«Perché mi dai della stronza? - domandai offesa - Che ho fatto di male?». «Nulla - disse Aschirò -. perché male? Tuo padre lo diceva sempre. “Stronza, fa’ questo! Stronza, fa’ quest’altro. Vattene via, stronza”. Non è male. È un modo per chiamare».

 

Una "gazzella colorata"

isabella piccola2Negli anni Novanta quando in Somalia esplode la guerra civile, Isabella viene rimpatriata assieme a tanti altri cittadini italiani. Arriva in Italia e qui ricomincia il suo calvario: «Una vecchia italiana dalla pelle scura, una profuga in patria, che al rientro si ritrova a dover affrontare un razzismo aggressivo, prodotto da un Paese politicamente insicuro e impaurito, diverso da quello che aveva provato all’epoca dell’Italia fascista delle leggi razziali che Isabella avvertiva solo con il peso del suo corpo di donna selvaggia ed esotica: una “gazzella colorata”».

 

 «Mi vezzeggiavano come una bertuccia ammaestrata»

«Il razzismo che ho conosciuto da ragazza era molto diverso da quello di oggi. La gente era più curiosa che ostile, almeno in apparenza. Negli anni Trenta, molti vedevano in me l’icona dell’avventura coloniale e mi vezzeggiavano come una bertuccia ammaestrata. Erano entusiasti di questa “bella abissina” che parlava italiano e faceva la riverenza, ma si guardavano bene dall’invitarmi per una merenda con le figliole. Col tempo, quelle coccole zuccherose si evolsero in direzioni opposte: da una parte, l’approccio sessuale esplicito, offensivo; dall’altra, lo sguardo indiscreto, come filtrato dai rami di una siepe. A teatro, in tram, per la strada: ovunque andassi mi sentivo studiata, con gli occhi e con le parole. “Guardale le labbra, guardale i capelli, guardale la pelle. È una mulatta”».