L’epopea degli italiani in Argentina vista da Franco Macri

Il padre dell’attuale presidente del Paese sudamericano, Mauricio, racconta la sua vita da emigrato dagli stenti degli inizi fino all’affermazione come uno dei più importanti magnati del continente

Il padre dell’attuale presidente del Paese sudamericano, Mauricio, racconta la sua vita da emigrato dagli stenti degli inizi fino all’affermazione come uno dei più importanti magnati del continente

Informazione pubblicitaria
Mauricio Macri, attuale presidente dell'Argentina, da bambino
Informazione pubblicitaria

BUENOS AIRES – Le sue origini sono di Polistena e dal 1949 vive in Argentina, dove è diventato uno dei magnati più conosciuti a livello internazionale. Stiamo parlando di Franco Macri, padre del presidente argentino Mauricio.

Informazione pubblicitaria

Nato a Roma, da Giorgio Macrì e Lea Garbini dopo il periodo fascista e la nascita della Repubblica italiana, partì per Buenos Aires nel 1947, stabilendosi nel quartiere di San Justo. Franco Macri ha fatto fortuna al di là dell’oceano, in una nazione che dopo il secondo conflitto mondiale era diventata una delle maggiori potenze economiche.

Franco Macri, però è arrivato da emigrante e come tale ha sofferto le difficoltà iniziali. Nel corso di più interviste ha raccontato le sue vicissitudini fino a diventare il padre del presidente. «I nuovi arrivati furono accolti dalla società locale con atteggiamenti contrastanti. Erano benvenuti da parte di una schiera di dirigenti che, fedeli ai principi che erano alla base della Costituzione Argentina del 1853, vedevano nell’immigrazione l’espressione concreta del principio popolare. Invece il settore dell’oligarchia locale, conservatrice, rurale, con mentalità elitista, osteggiò questi immigrati, considerati intrusi che in qualche modo rompevano la coesione e l’identità nazionali».

Contesto che fece prevalere un atteggiamento ben diverso da parte degli immigrati, che rappresentavano una risorsa per un paese che allora viveva un periodo di crescita frutto del suo modello di esportatore fondamentalmente di grano e carne. «In quella situazione, nella quale la manodopera era richiesta col doppio scopo di lavorare e popolare grandi estensioni di territorio deserto, l’elemento basico erano gli immigrati i quali, oltre a rispondere adeguatamente apportavano valori aggiunti, come il lavoro e la disciplina sociale».

Superato il periodo di adattamento e assimilati usi e abitudini, gli immigrati furono pronti per svolgere le più svariate occupazioni e ad assumere sempre maggiori responsabilità: «I nostri connazionali – continua Franco Macri – quei “gringos” che ci precedettero, misero in evidenza una sorprendente capacità di adattamento e di assimilazione e man mano che venne facilitata la mobilità sociale ascendente, si integrarono nella società locale occupando incarichi di responsabilità. In quella specie di crociata pacifista e culturale, riuscirono a scalare posizioni dalle quali sognare e poi concretizzare aspirazioni come quella, prima quasi chimerica, di avere un figlio medico. Una laurea che dava rispettabilità alla famiglia, e uno status economico agiato».

Quel sogno di avere un figlio laureato, rimane vivo e attuale e, addirittura, è stata potenziato con obiettivi di maggiore portata in tutta l’Argentina.