Benedetto Musolino: vita avventurosa e romantica di un eroe del Risorgimento

L’entusiasmo utopistico di un fervente patriota calabrese di Pizzo che aveva ereditato dai suoi antenati l’odio per la tirannia e l’amore per la libertà
L’entusiasmo utopistico di un fervente patriota calabrese di Pizzo che aveva ereditato dai suoi antenati l’odio per la tirannia e l’amore per la libertà
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Una mattina di fine maggio del 1839 un canto insolito richiamava l’attenzione dei secondini e dei reclusi del carcere napoletano di Santa Maria Apparente. Proveniva da una delle celle di quello squallido luogo di pena. La voce era quella dello scrittore Luigi Settembrini, da tre giorni sotto chiave in una delle più oscure e fetide celle di quell’orrido carcere borbonico; l’uomo del quale egli chiedeva notizie, l’amico suo dilettissimo, compagno di studi e di fede, era Benedetto Musolino, “un giovane calabrese di Pizzo, di molto ingegno ma pieno di strani disegni arditi”, come scriverà lo stesso Settembrini nella “Ricordanze”.

Erano caduti entrambi nella rete della polizia borbonica pochi giorni prima, Settembrini a Catanzaro, dove insegnava, Musolino a Napoli. Nato a Pizzo nel 1809, sei anni prima che vi fosse fucilato Murat, Benedetto aveva ereditato dai suoi antenati l’odio per la tirannia e l’amore per la libertà. Un suo zio, anche lui di nome Benedetto, avendo acclamato la Repubblica Partenopea, era stato crivellato di pugnalate dalla plebaglia assoldata dalle bande sanfediste del cardinale Ruffo. Per repressione fu saccheggiato e incendiato il palazzo che si affaccia sulla piazza della città napitina; passato per le armi il vecchio padre, fucilato il fratello Saverio; la madre, un altro fratello e la cognata moriranno mesi dopo di crepacuore; tutte le proprietà urbane e rurali furono messe a ruba e devastate. [Continua]

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Fu allora che al cospiratore romantico succede l’autentico rivoluzionario e uomo d’azione. Nelle prime elezioni che si tennero nel Regno di Napoli dopo il 1848, Benedetto viene eletto nel collegio di Monteleone (l’attuale Vibo Valentia) per il parlamento napoletano con votazione quasi plebiscitaria: sedicimila voti. Ma già nella mente del re Ferdinando c’era il disegno di revocare le libertà appena concesse e ripristinare l’antico sistema di governo. Essendo padroni di Napoli i mercenari svizzeri e i “lazzari”, Musolino, che insieme ad altri colleghi deputati aveva combattuto sulle barricate, riuscì fortunosamente a riparare in Calabria e a raggiungere Cosenza, divenuta in quei giorni il centro dell’insurrezione calabrese e dove si costituì un governo provvisorio in cui  egli entrò a far parte con funzioni di ministro della guerra. L’esito della successiva battaglia, combattuta presso il fiume Angitola, fu funesto.

Le forze al comando del generale Stocco erano costrette a capitolare, mentre buona parte dei volontari del generale Ribotti finivano infelicemente prigionieri di una nave borbonica non a caso bordeggiante in quei giorni nel golfo di Sant’Eufemia e battente bandiera inglese, in dispregio alle leggi di guerra. Si apre per l’eroe calabrese, ancora una volta, la via dell’esilio. Condannato a morte in contumacia, s’imbarca a Botricello su un piccolo peschereccio e insieme ad altri compagni, attraverso Corfù ed Ancona, passa a Roma. Eccolo, nel 1849,con il grado di maggiore, nella difesa di Roma nello scontro con i francesi. Gli atti di valore compiuti gli meritano la promozione a colonnello. Caduta la Repubblica Romana, un altro decennio di esili e di lotte comincia per l’indomito patriota calabrese.

Esule dapprima a Londra e poi a Parigi, per vivere s’improvvisa insegnante d’italiano. Lo sbarco dei Mille a Marsala lo sorprende  quando ancora si trovava nella capitale francese. Parte immediatamente per la Sicilia e raggiunge le camicie rosse. Garibaldi, che lo aveva conosciuto a Roma nel ’49 e ne aveva apprezzato il valore, lo nomina colonnello-brigadiere prendendolo alle sue dirette dipendenze e da Palermo a Messina, Musolino sarà sempre al suo fianco e sarà il primo ad attraversare lo Stretto sbarcando sul suolo calabrese. Compiuta l’unità d’Italia, egli sarà ancora per diciannove anni deputato alla Camera e, per quattro anni, fino alla morte avvenuta il 15 novembre 1885, senatore del Regno. Militò sempre nelle fila della Sinistra e fu uno dei più eloquenti e battaglieri membri del parlamento italiano. I suoi scritti testimoniano l’elevatezza di un personaggio sconosciuto ai più, ma che merita un posto ben diverso di quello che fino ad oggi ha occupato nella storiografia ufficiale.

«Quanto è stato scritto su di lui – afferma lo storico Giuseppe Berti – è tutto vero, ma non dice chi è stato Benedetto Musolino. Dire che fosse, ad esempio, maggiore e poi colonnello dell’esercito garibaldino è dire molto poco: ce ne sono stati centinaia, quasi tutti prodi e galantuomini e anche qualcuno non del tutto raccomandabile. Dire che fu deputato e senatore è dire assai poco, anche se il primo Parlamento italiano fu indubbiamente qualcosa di migliore degli ultimi. Accomunarlo a Giovanni Nicotera sarebbe, per le sue ceneri, un’offesa. Dire che fu il primo a sbarcare in Calabria nel 1860 è, certamente, cosa più importante, ma basta sapere chi fu lui per essere certi che non poteva essere l’ultimo. Quel che conta, mi pare, è mettere in luce che fu tra i primi uomini dei suoi tempi e non lo si può definire né mazziniano né garibaldino perché seguì sempre e soltanto le proprie idee. L’unico calabrese col quale mi pare lo si possa paragonare e dal quale idealmente egli, in parte, discende, è Tommaso Campanella». Benedetto Musolino fu tutto questo.