domenica,Giugno 20 2021

Covid e ripartenza, don Fiorillo ai vibonesi: «Chi può faccia di più, aiuti gli altri»

L’ex arciprete del Duomo di San Leoluca e già responsabile provinciale di Libera chiede ai vibonesi di unirsi e dare prova di solidarietà. «Diventiamo una comunità forte e coesa»

Covid e ripartenza, don Fiorillo ai vibonesi: «Chi può faccia di più, aiuti gli altri»
Don Peppino Fiorillo: appello ad aiutare chi ha più bisogno

È proprio all’inizio dell’incontro che don Peppino Fiorillo lancia il suo appello ai vibonesi: «Chi può – dice con voce ferma – faccia di più. Aiuti gli altri, chi ha maggiore bisogno. Il covid ci ha piegati, ci ha reso più deboli, fragili, ancora più poveri. Credo, pertanto, che oggi sia arrivato il momento di dimostrare che questa città non ha perso la sua solidarietà sociale».

Già arciprete del Duomo di San Leoluca, fondatore a Vibo Valentia – e poi responsabile provinciale – dell’associazione antimafia Libera, da sempre punto di riferimento per l’intera comunità vibonese, dal 2014 don Peppino è cappellano volontario nella cappella ubicata all’interno della clinica Villa dei Gerani. «La mia è stata una scelta naturale una volta andato in pensione, dettata da un sentire dell’anima. Sto vicino a chi soffre – aggiunge il sacerdote -, a chi pensa di non farcela. Prego per loro. Porto ai malati una parola di conforto, un sorriso, anche una semplice carezza a volte può fare tanto. Io lo vedo tutti i giorni. Sa, oggi la gente ha tanto bisogno di sentirsi amata e ancora di più quando si sente vulnerabile».[Continua in basso]

Ed è in una stanza, posta accanto al piccolo tempio, che incontriamo il sacerdote. Appesi non ci sono costosi paramenti, ma soltanto pareti bianche. Sul tavolo un quadro della Madonna che rivolge il suo tenero sguardo al Figlio, attorno sedie vuote. Il pensiero ritorna quindi alla pandemia, motivo del colloquio, che non ha risparmiato nei mesi scorsi lo stesso parroco. E oggi che anche Vibo Valentia sta lentamente uscendo da questa drammatica emergenza e prova a fatica a ripartire, don Peppino non esita ad evidenziare che «questa immane tragedia umanitaria ci ha fatto comprendere fino in fondo che siamo tutti in una unica barca. Soltanto – avverte però il sacerdote – che all’interno di questa barca c’è chi ha il posto di prima classe e chi invece è costretto a viaggiare nell’ultima. Questa emergenza sanitaria ha messo ancora di più in evidenza le forti diseguaglianze sociali che purtroppo esistono. E qui da noi, storicamente terra di povertà, di privilegi e afflitto da una arrogante criminalità organizzata e da forze occulte, tutto questo lo avvertiamo in maniera ancora più marcata, devastante direi».

Don Peppino parla di famiglie che di colpo si sono riscoperte in grande difficoltà economica perché la pandemia ha portato via il lavoro, una dimensione completamente nuova e carica di angoscia e di paura per il futuro. Ricorda di genitori che sono stati costretti a ritirare i figli dall’Università in quanto non più in grado di mantenere l’affitto di una casa o anche di un semplice posto letto. Accenna al pianto silenzioso di tante persone che in questi mesi hanno conosciuto la disperazione e la solitudine della malattia per poi ritrovarsi anche senza più una occupazione. Ma il parroco sottolinea anche la dignità di tante famiglie che sopportano con estrema compostezza una quotidianità finita nel buio.  [Continua in basso]

Il Duomo di Vibo Valentia

«Già prima della pandemia – aggiunge in merito il sacerdote – questo territorio ha registrato un aumento sensibile della povertà, basta camminare per la città e ci accorgiamo di tante attività commerciali chiuse. L’arrivo del covid ci ha tagliato ulteriormente le gambe. In tanti hanno perso un lavoro già di per sé precario ma abbastanza sufficiente a tirare avanti. Altri, invece, magari lavoravano in nero e adesso non riescono a fare più neanche quello. Le parrocchie del capoluogo ma non solo loro, con l’aiuto della Diocesi, fanno quello che possono: distribuiscono, ad esempio, dei buoni spesa ai più bisognosi che giorno dopo giorno aumentano di numero. Si arriva anche a pagare le bollette della luce, del gas perché diverse famiglie non riescono più a farne fronte. Stiamo vivendo una tragedia nella tragedia dalle conseguenze incalcolabili», commenta visibilmente scosso don Peppino, il quale sottolinea davanti al giornalista che «mai come in questo periodo i poveri ci interpellano e noi dobbiamo rispondere a questo grido di dolore».

Quindi il richiamo alla pratica della fede. Per il sacerdote, infatti,  vivere da cristiano significa anche e soprattutto «mettersi al servizio degli altri, dei più umili, dei più fragili e indifesi. Naturalmente  – si fa notare – anche le istituzioni devono fare la loro parte per quanto di competenza. Quello che stiamo vivendo è un momento difficilissimo per tanti nostri concittadini. Ma nessuno dovrebbe rimanere indietro. Auspico, pertanto, che i vibonesi si uniscano e diano prova di solidarietà. Di vicinanza verso chi ha chiesto aiuto e non lo ha trovato perché nessuno quella richiesta l’ha voluta sentire. Cambiamo allora le carte da gioco: impariamo ad ascoltare, non voltiamoci dall’altra parte. Diventiamo una comunità forte e coesa. Tendiamo la mano verso chi ci guarda con occhi smarriti e pieni di incertezza. Paura e smarrimento. Siamo nella tempesta – conclude don Peppino – e se ne esce solo se comprendiamo che siamo compagni di viaggio di un unico cammino, fatto di fede, solidarietà e speranza».             

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