domenica,Febbraio 5 2023

Il Museo di Vibo privato della “Collezione Leone”. Da anni solo un rimpallo di competenze

La denuncia del Codacons che vuole «trasparenza e chiarezza». La donazione alla città nel lontano 1989 da parte del professore Dario Leone, ma i reperti stanno altrove

Il Museo di Vibo privato della “Collezione Leone”. Da anni solo un rimpallo di competenze
Parte dell'interno del Museo archeologico di Vibo Valentia
Claudio Cricenti (Codacons)

Una importante collezione donata al Museo archeologico statale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, ma i reperti ad oggi potrebbero trovarsi fermi a Lamezia. Si tratta di una raccolta di reperti litici collezionata e curata dal professore Dario Leone, che con sua espressa volontà donò proprio al Museo del capoluogo in occasione di una mostra organizzata e finanziata dall’associazione Civitas presieduta da Vincenzo Nusdeo. Una collezione che, tra l’altro, ricevette anche un riconoscimento accademico a firma del professore Paolo Gambassini dell’Università di Siena, in quanto «costituita da un ricco giacimento di materiale litico costituente una raccolta di importantissimi manufatti preistorici». A ricordare tutto ciò è il Codacons provinciale, di cui è referente l’avvocato Claudio Cricenti. Lo fa – si legge in una nota – «a tutela della funzione sociale, culturale ed economica del Museo di Vibo Valentia e lo fa a supporto delle giuste aspettative dell’associazione Civitas, e più in generale, per la tutela del patrimonio culturale archeologico ed artistico vibonese. Oggi la cultura, l’arte e la valorizzazione del patrimonio artistico, archeologico e culturale sono la base della rinascita specie in piena pandemia. In una provincia in cui Vibo è Città del Libro, Tropea capitale della cultura e l’intero territorio vive e potrebbe svilupparsi proprio grazie al turismo culturale, il Codacons sta da mesi attenzionando le istituzioni in relazione ad un fatto che ad oggi si appalesa in tutta la sua gravità». [Continua in basso]

Il valore della collezione

Questa raccolta di reperti litici – ricorda dunque Cricenti – «costituisce un nucleo di beni archeologici che per il Museo di Vibo Valentia, e quindi per l’intera collettività, rappresenta una acquisizione di notevole valore storico, culturale e simbolico e frutto di un’importante donazione, che conferma, inoltre, l’attenzione dei vibonesi – e nello specifico nelle persone del professore Leone, del dottore Nusdeo, degli eredi e quindi dell’associazione Civitas – per il proprio patrimonio storico e aiuta a comprendere meglio insieme quale sia il ruolo delle istituzioni e quale possa essere il contributo dei privati nella valorizzazione del patrimonio locale. La collezione – si fa presente ancora – rappresenta un vanto per Vibo Valentia ma al tempo stesso costituisce un patrimonio archeologico destinato alla città ed al Museo e soprattutto un valore da proteggere e tutelare anche come forma di rinascita culturale ed economica, l’unica in grado di far fronte alle conseguenze anche della recente epidemia e crisi da covid 19. Ma fa specie che in un momento in cui la cultura diviene traino per la ripresa, si debba privare il territorio di Vibo Valentia di una così importante raccolta di reperti litici. Ed infatti ad oggi pare che la collezione sia a Lamezia».

Alcuni passaggi

Sulla spinosa questione è lo stesso Codancos a ricordare alcuni passaggi importanti: innanzitutto  con nota del  13 aprile del 1989 «la Soprintendenza archeologica con verbale sottoscritto da Maria Teresa Iannelli, e controfirmato dal  professore Vincenzo Nusdeo, è avvenuta la donazione del materiale archeologico della collezione “Dario Leone”, con impegno dell’allora soprintendente di provvedere “immediatamente ad immagazzinare i reperti e successivamente ad esporli ad integrazione dell’esposizione già presente al Museo Capialbi”». Con successiva nota del 28 marzo 1990, ad oggetto la “Mostra sulla preistoria della Calabria dedicata a Dario Leone”, la Soprintendenza comunicava la necessità di dover “sgomberare alcune sale di Palazzo Gagliardi per lavori di rifacimento del tetto a cura della Sovrintendenza” e che pertanto era “costretta momentaneamente a spostare la Mostra in oggetto dal Museo di Vibo Valentia a quello di Reggio Calabria, dove sarà esposta fino a quando si avrà a Vibo Valentia la disponibilità dei locali”». Quindi con ulteriore nota sempre la Soprintendenza riconosceva ancora una volta che l’intera Mostra, comprensiva dei 320 reperti integrativi, era stata finanziata dall’associazione Civitas e che le spese di trasporto e montaggio, invece, sarebbero state a cura della Sovrintendenza che si impegnava ad informare l’associazione “dell’avvenuto ricollocamento a Vibo della Mostra in questione”». [Continua in basso]

Oggi però tutto ciò non è a Vibo Valentia e pare che la “giustificazione” data sia stata quella derivante dalla riforma del Ministero della Cultura e dalla nascita del sistema museale nazionale. Ma il Codacons non ci sta e vuole «trasparenza e chiarezza. Vi sono impegni ufficiali circa il diritto di Vibo di riavere la collezione al proprio Museo – viene rimarcato con forza – ed è dovere di chi ha gestito negli anni l’intera vicenda porvi rimedio. Ad oggi il Codacons ha registrato rimpalli di competenze ma certamente non si fermerà a questo. Se oggi la cultura deve essere da traino per un rilancio locale, non è accettabile che ora che a Vibo c’è la “la disponibilità dei locali” non si sia registrato l’“avvenuto ricollocamento a Vibo della Mostra in questione” e che a beneficiarne sia un altro Museo. Per il Codacons – chiude Cricenti – è giusto e corretto che la cittadinanza sappia e conosca anche questi fatti».

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