venerdì,Gennaio 28 2022

Natuzza Evolo, ecco come viveva negli anni ’50 la Serva di Dio

Uno scritto dell'epoca ci riporta nella sua casa. Ci fa “vedere” la madre e moglie affettuosa, l’ambiente spartano e sereno in cui viveva

Natuzza Evolo, ecco come viveva negli anni ’50 la Serva di Dio

Di Natuzza Evolo, la mistica con le stigmate di Paravati di cui è in corso il processo di beatificazione, si sa ormai tutto o quasi tutto. Su di lei sin dagli anni ’40 dello scorso secolo si è accentrata l’attenzione di media, curiosi, studiosi, fedeli e della stessa Chiesa di Roma. Suo malgrado, fiumi d’inchiostro sono scorsi per cercare di spiegarne carismi, particolarità e peculiarità. La Serva di Dio, madre amorevole di cinque figli e moglie affettuosa dell’artigiano Pasquale Nicolace, è morta nel giorno di Ognissanti del 2009. All’età di 85 anni, dopo una vita vissuta per riportare anime a quel Signore e a quella Vergine “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime” con cui più volte ha colloquiato in vita. Ma com’era e chi era Natuzza nel quotidiano? Uno spaccato importante ce lo dà lo scritto “Natuzza Evolo, radio dell’aldilà”, «primo studio completo del prodigio di Paravati, con la biografia della donna, le testimonianze, i pareri dei più insigni scienziati». Un lavoro poco conosciuto, a cura di LOCMOR è pubblicato in Toscana negli anni ’50. L’autore o gli autori ci riportano a quei frangenti e ci fanno entrare da testimoni oculari in casa dell’umile donna di Paravati.

«L’abitazione sorge all’inizio del paese sulla via Nazionale. È una modesta casetta – si legge – che all’esterno non manca di una certa attrattiva. Vi è, infatti, una pianta di palma abbastanza rigogliosa e delle rampicanti che ornano la facciata. Sulla strada stazionano delle automobili targate RC. Siamo entrati, ma l’impressione piacevole che avevamo provato osservando l’esterno fu delusa dalla disadorna e misera semplicità dell’interno. Si entra infatti in una sala che funziona da laboratorio di falegname, tale è l’arte del marito, cucina e camera da pranzo. Si entra quindi nell’unica camera, dove è il letto. La Natuzza – prosegue la narrazione – sta seduta al braciere paleggiando un bambino di tre mesi. Intorno a lei molte persone, quasi tutte di altra provincia, che conversavano amabilmente con lei. Osservando il volto della Natuzza prospero e sorridente si resta un po’ increduli pensano che possa essere soggetta a tali fenomeni. La conversazione divaga e lei risponde con naturalezza come se fosse completamente estranea a tutta la pubblicità e all’interesse scaturito intorno a lei. Potrebbe sembrare un atteggiamento artificioso, ma dopo pochi minuti si ha ragione di convincersi che tutto in lei è spontaneo».

Natuzza con il figlio Antonio Nicolace
Natuzza con il figlio Antonio

Il racconto prosegue con la particolareggiata descrizione degli ambienti di casa, dando uno sguardo e osservando «alle pareti una serie di quadri a soggetto religioso, il soffitto con la tela staccata e in un angolo alcuni mobilucci lavorati dal marito, che dovevano essere consegnati al cliente. Su un cassettone immagini religiose e una fotografia di una bambina in abito da prima Comunione. Ci avviciniamo a Natuzza – si aggiunge – e solleviamo in braccio il bambino. Lo sguardo le si accende di gioia ed ha l’aspetto della mamma felice. Cerchiamo di interrogarla per renderci conto della sua capacità intellettuale e ci apparisce una ragazza semplice, piuttosto ignorante e certamente analfabeta. Veste modestissimamente, né apparisce lusingata delle eccezionali sue condizioni, anzi ci confessa candidamente che vorrebbe cominciare a vivere in pace. Il marito è a noi vicino e sembra un po’ confuso, anch’egli stordito per tutto ciò che avviene. La vita che si conduce in casa è modestissima. Il marito, umile artigiano, vive coi proventi del lavoro e anche nel vestire è più che modesto. Altrettanto si può dire della Natuzza e dei suoi figli».

Erano gli anni ’50 dello scorso secolo, come si è detto. Dal racconto traspare la normalità di una donna che viveva i suoi carismi con una semplicità disarmante, propria dell’umile “verme di terra”, così come ella amava definirsi. Come un qualcosa più grande di lei. Mamma Natuzza proseguirà la sua missione per un altro mezzo secolo ancora, in grado eroico e fino all’ultimo respiro. Dando sollievo e consolazione a tutti coloro che giungevano in questa sparuta terra di Calabria alla ricerca di Dio o per esprimerle un bisogno. Di lei rimangono oggi la Villa della Gioia, i cenacoli mariani sparsi in tutto il mondo per sua volontà, le testimonianze di chi l’ha conosciuta in vita, i frutti copiosi che continua ad elargire anche adesso che non è più in vita.         

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