Mimmo Barbuto, l’artigiano vibonese della cucina trionfa a “Cuochi d’Italia”

Titolare di un rinomato locale in Veneto ha scelto di rappresentare la Calabria nell’agone televisivo sbaragliando la concorrenza di 19 professionisti. «Il mio cuore è a Porto Salvo»
Titolare di un rinomato locale in Veneto ha scelto di rappresentare la Calabria nell’agone televisivo sbaragliando la concorrenza di 19 professionisti. «Il mio cuore è a Porto Salvo»
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Domenico Barbuto, trionfatore di Cuochi d'Italia
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La sua genuinità ha conquistato tutti. Pubblico e giudici. A fare il resto è stata la sua cucina che ha portato al cospetto del grande pubblico televisivo sapori e colori della sua terra natia: la Calabria. Il tutto accompagnato da un’indescrivibile passione per il proprio lavoro e da un’umiltà innata che traspare da ogni sua parola. Del resto è lui stesso a declinare, con garbo, l’appellativo di “chef”, definendosi anzi un «artigiano, che non è specializzato in niente ma tenta di fare tutto. Questa – ama ripetere – è là definizione più appropriata. Il titolo di chef lasciamolo ai grandi cuochi». [Continua]

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Mimmo Barbuto Miglior cuoco regionale d’Italia 2020

Mimmo Barbuto con Gennaro Esposito (programma registrato prima dell’entrata in vigore dei decreti Covid)

Domenico Barbuto, per tutti Mimmo, di Porto Salvo, da anni trapiantato in Veneto, è il Miglior cuoco regionale d’Italia 2020 incoronato dalla trasmissione “Cuochi d’Italia” condotta da Alessandro Borghese su Tv8. Quasi 50 anni, da circa 30 trapiantato in provincia di Verona (dove, insieme alla moglie Silvia De Marco, anche lei vibonese di Vazzano, possiede la rinomata Locanda Colla di San Bonifacio), non ha mai reciso il filo che lo lega alla sua terra d’origine, scegliendo di rappresentare proprio la Calabria nell’agone televisivo che lo ha visto sbaragliare l’agguerrita concorrenza di altri 19 cuochi professionisti provenienti da tutte le regioni d’Italia.  

Il cuore a Porto Salvo

«Il Veneto mi dà il pane ma il cuore è là sotto» racconta a Il Vibonese ripercorrendo le tappe della scalata che lo ha portato, passo dopo passo, alla finale andata in onda ieri sera in cui ha avuto la meglio sulla concorrente dell’Emilia Romagna, conquistando il titolo di campione della 14esima edizione del fortunato format.

La Calabria nel piatto

La millefoglie di mare di Mimmo Barbuto

Alla base del suo successo piatti che raccontano e reinventano con passione la cucina tradizionale calabrese e che hanno conquistato il gradimento della giuria composta dagli chef Gennaro Esposito e Cristiano Tomei, ottenendo voti altissimi. Come in finale, quando Mimmo ha puntato sulle Millefoglie di mare (“un piatto che racchiude tutti sapori di una terra che si affaccia su due mari”) e sul Tris di alici (“uno sfizioso piatto della tradizione calabrese che accosta sapori decisi e unici”).

Piatti, come detto, frutto del legame forte con la sua terra d’origine. «I miei figli sono nati qua. Qui vivo da 30 anni, ma io non ho mai avuto dubbi quando ho scelto di rappresentare la Calabria: sono di Porto Salvo!». E la sua calabresità lo ha ripagato. «La vittoria di Mimmo è la vittoria della sua Calabria» ha sottolineato, non a caso, anche Alessandro Borghese incoronando il vincitore. Ed è lui stesso ad ammettere: «Ho ricevuto tanto affetto dalla Calabria. Sono stato inondato di messaggi di gente che nemmeno conoscevo e che hanno apprezzato anche la semplicità che ho cercato di trasmettere. Parlavo calabrese quando potevo. Insomma, ho cercato di essere me stesso e credo che questo sia stato gradito e mi ha fatto piacere vedere che anche il Veneto mi ha sostenuto».

Il voto più alto nella storia del programma

Mimmo Barbuto con Borghese, la sua famiglia e i giudici (programma registrato prima dell’entrata in vigore dei decreti Covid)

Il momento più esaltante? «Sicuramente quando, nella terza puntata, tutti mi davano in svantaggio e anch’io pensavo fosse finita. Nella seconda votazione però, con un tortino di spatola che ho chiamato “La mia terra e il mio mare”, ho ottenuto due 10. Non era mai successo in 260 puntate e per me, che a scuola andavo così così e un 10 non lo prendevo neanche in tre interrogazioni – dice sorridendo -, è stata una soddisfazione incredibile».

La ‘nduja non può mancare  

Anche lui, come tutti, è ora alle prese con l’emergenza sanitaria in corso che lo ha costretto a chiudere il suo locale in provincia di Verona, 60 posti a sedere per gli amanti del pesce. «Stavamo lavorando molto bene. Il mio è un ristorante a gestione familiare – io in cucina mia moglie in sala – ma ci lavoriamo in dieci. Non è un momento facile e speriamo di ripartire presto proponendo i nostri piatti di pesce e la nostra chicca fuori menu: fileja e ‘nduja, perché la ‘nduja è ‘nduja e non si può farne a meno».