giovedì,Maggio 6 2021

Nicola, Aurelio e Alfredo: la meglio gioventù portata via in soli sei mesi

Attivisti e dirigenti comunisti, eredi della cultura sessantottina e della contestazione: tre amici, figli della stessa generazione, la cui morte ha lasciato un vuoto incolmabile nella sinistra vibonese

Nicola, Aurelio e Alfredo: la meglio gioventù portata via in soli sei mesi

di P.C.

Uccio ha gli occhi velati da tristezza e nostalgia, ricordando i compagni che non ci sono più: «Qui c’è Aurelio, con la sua sigaretta accesa, seduto sul selciato e l’asta della bandiera rossa poggiata sulla spalla». Uccio mostra una fotografia scattata tanti anni fa a Roma: «Qui c’è Franco e poi Mario… li riconosci? Nessuno di noi aveva ancora i capelli bianchi… Questo è Alfredo, era giovanissimo». Cerca tra le sue foto e la tristezza è palpabile: «Non trovo Nicola in queste foto, ma lui c’era sempre».

Nicola Arcella

Sei mesi maledetti si sono portati via una generazione: prima Nicola Arcella, poi Aurelio Raniti, adesso Alfredo Federici. Erano l’espressione della meglio gioventù che oggi non c’è più, che ha visto morire gli ideologismi e le persone, ma non gli ideali. Tre compagni, tre comunisti, tre uomini che con sfumature diverse inseguivano il sogno di una società migliore.

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La morte di Nicola Arcella attende verità, ma anche giustizia. Un precario storico, impiegato al Comune di Stefanaconi. Nel novembre del 2019 si rese protagonista di un gesto che chi lo ha amato e lo conosceva bene ritiene sia inspiegabile. Si spense a Roma, a causa delle ustioni riportate dopo essersi dato fuoco. Era al cimitero, si cosparse con del liquido infiammabile e divenne una torcia umana. Cosa spinse Nicola, un combattente, un uomo onesto, riservato e perbene, ad un gesto così estremo? È un caso sul quale indaga l’autorità giudiziaria, la cui verità si cela, probabilmente, nelle carte che curava in ufficio e nelle pressioni che in quei giorni subì. Noi vogliamo ricordarlo per com’è stato in vita: mite ma ardimentoso, pacato ma tenace, sorridente ed orgoglioso. Una persona pulita.

È morto soffrendo, Nicola. Aveva solo 58 anni. Come i suoi compagni, Aurelio e Alfredo, sopraffatti da un male incurabile che nel volgere di brevissimo tempo ha spezzato le loro vite, privando i loro cari di un punto di riferimento insostituibile e la società di esempi sani, onesti e dagli ideali incrollabili da seguire.

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Aurelio Raniti

Aurelio, 61 anni, come Nicola e Alfredo, è stato un attivista ed un dirigente comunista. È stato l’anima dell’Associazione cuochi della provincia di Vibo Valentia. Amava cucinare, Aurelio e amava i ragazzi a cui insegnava a farlo. Amava il partito. I compagni di allora ricordano il popolare slogan della Democrazia cristiana coniato da Giovannino Guareschi: «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no…». C’è stato un tempo in cui per un vero comunista dichiararsi credente è un esercizio complicato. «Aurelio non era ateo», ricordano. Credeva. «Ma prova ad immaginarlo lui che discute con don Maurizio…». Sì, immaginatelo un comunista ortodosso come Aurelio con un fratello sacerdote col suo stesso carisma. S’è spento nei giorni del coronavirus. Un addio silenzioso, che non ha avuto eco nel vuoto enorme che ha lasciato.

Anche Alfredo è stato portato via da un male terribile. I sintomi, pochi giorni affinché fosse diagnosticato, la morte improvvisa. Difficile da elaborare, come ogni dolore che ti coglie inatteso, per chi lo ha conosciuto ed amato in tutti i suoi modi di essere: rude senza perdere la tenerezza, con le infradito e gli shorts mimetici anche sotto Natale, e la sua moto enorme, unico vezzo simil-borghese della sua vita proletaria. E il Libretto rosso di Mao, Pellizza da Volpedo e il Che, il suo lavoro da macchinista, l’impegno sindacale con l’Orsa.

Alfredo Federici

Nicola era il riservato ed il romantico, Aurelio l’ortodosso e passionario, Alfredo il guascone idealista. La sinistra vibonese aveva già perso una figura unica, con la scomparsa di Ninì Luciano, il professore colto e profondo, che aveva vissuto con un ardore comune a pochi gli anni della tensione. Con Nicola, Aurelio e Alfredo, muore una parte autentica della generazione che ha portato avanti la straordinaria eredità del ’68 e della contestazione. «Chissà che stanno facendo lassù?», si domanda Uccio, che mostra anch’egli, la fede in Dio. «Sicuro si staranno accapigliando, tutti e tre, a parlare di politica».

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