domenica,Giugno 20 2021

Il corsivo | Il Comune di Porto Santa Venere? Sì all’autonomia. Ed ecco perché

La proposta di legge dell’onorevole Larussa: sono trascorsi settant’anni ed è ancora attuale. Il tentativo (naufragato) di Censore nel 2008. Oggi si discute ridenominare Vibo Marina, ma non ci si confronta sul disastro passato e presente e su un futuro che non esiste

Il corsivo | Il Comune di Porto Santa Venere? Sì all’autonomia. Ed ecco perché

«Onorevoli colleghi, la frazione Vibo Valentia Marina, denominata, un tempo, Porto Santa Venere, aspira, e non da oggi, ad essere staccata dal Comune di Vibo Valentia, per costituirsi in Comune autonomo. Le ragioni di una tale richiesta sono pienamente sostenute da evidenti necessità di ordine amministrativo e si fondano su motivi economici, topografici e sulla esigenza di un maggiore e più rapido progresso». Sembra oggi. Invece è ieri. Molto ieri.

Era il 28 marzo del 1950 e così il deputato Domenico Larussa – avvocato, parlamentare per tre legislature e sottosegretario del secondo governo presieduto da Antonio Segni – presentava a Montecitorio la sua proposta di legge per la «Costituzione in un unico Comune autonomo delle frazioni di Vibo Valentia Marina, San Pietro, Bivona, Porto Salvo e case sparse viciniori di Vibo Valentia città».

Erano gli anni ’50

Sono trascorsi più di settant’anni da allora. Ma già a quel tempo, l’onorevole Larussa rammentava come l’aspirazione autonomista di Vibo Valentia fosse viva da lustri. Certo, era un’altra epoca. Vibo Valentia era ancora in provincia di Catanzaro. «Vibo Valentia Marina – era scritto in quella proposta di legge – si trova nel tronco ferroviario importante della linea Napoli-Reggio Calabria e possiede l’unico porto in efficienza della costa calabrese del mare Tirreno».

Già, un’altra epoca, quella in cui il porto di Gioia Tauro ancora non esisteva, nella quale Vibo Marina non conosceva ancora il sacco edilizio degli anni ’70 mentre davanti la magnifica striscia litoranea della fu Porto Santa Venere grandi industrie avevano «impiantato i loro stabilimenti, quali quello – scriveva il parlamentare della Dc – della Calcementi Parodi e Delfino, unico della regione, la raffineria di Olio Gaslini. Vi hanno ancora sede due moderni pastifici, Gargiulo e Callipo, una società di prodotti alimentari, una segheria elettromeccanica, una fabbrica di ghiaccio, un importante deposito di legame della ditta Feltrinelli, ed inoltre depositi o magazzini portuali che, con altre industrie agricole e della pesca, incrementano il notevole movimento del traffico marittimo e ferroviario». Insomma, tanta roba, tanta ricchezza.

Settant’anni dopo

Non se ne fece nulla allora, dell’autonomia. Non se ne sarebbe fatto nulla neppure più avanti. La storia non si fa con i se né con i ma. Quindi, chiedersi cosa sarebbe stato il Comune di Porta Santa Venere qualora quella proposta fosse divenuta legge, sarebbe inutile. Non è affatto inutile, però, spiegare cosa sarebbero divenute in seguito Vibo Marina, ma anche di Bivona, Porto Salvo e San Pietro, rimaste frazioni di Vibo Valentia. Cementificazione selvaggia e marginalizzazione. Erosione costiera. Progressiva deindustrializzazione. Cannibalizzazione dell’area portuale da parte dei petrolieri. Assenza, carenza o macrocospica inadeguatezza dei servizi pubblici. Malgrado ciò è divenuta sede di una Capitaneria di Porto il cui compartimento marittimo abbraccia, due regioni, Calabria e Basilicata, da Nicotera a Maratea. Nonostante ciò è sede del Comando provinciale della Guardia di finanza e, soprattutto, del prestigioso Reparto operativo aeronavale delle Fiamme gialle. E possiede uno dei porti turistici più funzionali del Mezzogiorno.

Ridenominare… surrettiziamente

Oggi si discute se ridenominare la “frazione”, da Vibo Marina a Porto Santa Venere. Il nostro Giuseppe Addesi (LEGGI QUI), in un suo bel servizio, ha offerto ai nostri lettori uno spaccato attuale ma anche storico puntuale e suggestivo. E chiosa domandandosi se questa iniziativa possa in qualche modo «surrettiziamente» rialimentare le mai sopite spinte autonomiste di Vibo Marina fu Porto Santa Venere, rispetto al Comune di Vibo Valentia. La semantica è importante e, per chi non avesse colto l’arguzia del nostro notista, ricorriamo al vocabolario Treccani: «Avv. Surrettiziaménte, in modo surrettizio, cioè tacendo intenzionalmente qualche circostanza essenziale».

Ora, siccome la toponomastica può essere anche motivo di confronto politico ma lascia il tempo che trova davanti ai bisogni reali della collettività, chiediamo al consigliere comunale Lorenzo Lombardo e a coloro che rappresentano la frazione in seno al Comune di Vibo Valentia, compreso il consigliere d’opposizione Silvio Pisani, se si vuole solo ridenominare Porto Santa Venere una realtà che – apprendiamo grazie ad Addesi – ha solo un nome preso per “usucapione” e mai, quindi, formalmente deliberato, oppure se si vuole puntare a qualcosa di più ambizioso. Puntare cioè all’apertura di un confronto e quindi di una battaglia per l’autonomia di Porto Santa Venere.

La proposta Censore

Io ho scelto di vivere nell’attuale Vibo Marina. Ed ho compreso, negli anni, che questa è una realtà con potenzialità enormi e che vive come un peso la “dipendenza” dal Comune di Vibo Valentia. Ora, alcuni, in passato, anche autorità di governo, hanno bollato come improvvida la proposta autonomista, che a suo tempo, lanciò anche Bruno Censore in Consiglio regionale (proposta di legge numero 260 del 2008). Si disse che parlare di scissione dei Comuni, in un’epoca in cui per dare spessore politico ed efficienza nei servizi si lavora alla fusione, fosse non solo anacronistico ma anche sbagliato. Si disse addirittura che sarebbe stato più utile annettere Pizzo a Vibo Valentia. Beh, settant’anni dopo la proposta Larussa e dodici anni dopo la proposta Censore, le cose qui vanno sempre peggio.

Perché no?

E allora, perché non provarci? Vibo, all’alba di un nuovo default finanziario, magari perderebbe quel giardino sul mare che non c’è più ed una porzione importante del suo territorio, ma alleggerirebbe considerevolmente il peso sulle sue disastrate finanze. Bivona, Longobardi, Porto Salvo, San Pietro, valutino con chi stare. E poi già settant’anni fa, Larussa spiegava la sostenibilità finanziaria della costituzione del Comune di Porto Santa Venere mentre, in maniera decisamente più aggiornata lo fece Censore, che articolò puntualmente la sua proposta poi, invece, naufragata.

Un’opportunità

Un sindaco, una giunta, un consiglio comunale, qui. Una burocrazia che non ti faccia ammattire, qui. Servizi pubblici, qui. Una città curata, pulita. Una rappresentanza politica di “prossimità”, che viva insieme alla collettività i suoi problemi e le sue opportunità e che lavori, in autonomia, per scrivere davvero un futuro diverso: di sviluppo, di crescita, di decoro. Affinché questa possa tornare la realtà che descriveva proprio Domenico Larussa nel 1950, che poteva volare sempre più in alto e che finì, invece, col precipitare schiantandosi al suolo.   

Vibo Marina “falso storico”, mai deliberata la sostituzione di Porto Santa Venere

top