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Rinvio alla Corte d’Appello di Napoli. Il 6 marzo 2010 le scritte sui muri della città contro Mario Spagnuolo

Cronaca

Dovrà essere celebrato un nuovo processo per le minacce all’allora procuratore di Vibo Valentia, Mario Spagnuolo, costate in primo e secondo grado a Salerno la condanna ad 8 mesi di reclusione per Andrea Mantella, 45 anni ancora da compiere, elemento di vertice del clan Lo Bianco e poi di un’autonoma consorteria criminale, dal maggio dello scorso anno divenuto collaboratore di giustizia. L’ha deciso la quinta sezione penale della Corte di Cassazione che ha annullato con rinvio alla Corte d’Appello di Napoli, per un nuovo processo, la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Salerno il 10 dicembre 2015 aveva confermato la condanna inflitta ad Andrea Mantella dal gip salernitano al termine di un processo celebrato con rito abbreviato e conclusosi il 18 dicembre 2013.

Le scritte contro Spagnuolo. I fatti al centro della vicenda giudiziaria prendono le mosse da un episodio datato 6 marzo 2010 quando in via Forgiari, nel centro di Vibo Valentia, era comparsa sul muro di un edificio una scritta vergata con uno spray nero recante la frase "Spagnuolo, vattene o muori". La minaccia seguiva un sequestro di beni per 4 milioni di euro operato nei confronti di Andrea Mantella il 4 marzo 2010 dalla Guardia di finanza. Mantella, già definitivamente condannato a complessivi 10 anni ed 8 mesi per associazione mafiosa nei processi "Nuova Alba" e "Goodfellas", era imputato del reato di minaccia ai danni dell’allora procuratore Spagnuolo in concorso con  Domenico Macrì, 31 anni, quest’ultimo poi assolto già in primo grado. In particolare, Mantella era accusato di essere il mandante della minaccia di morte nei confronti del procuratore Spagnuolo, mentre Macrì (con condanne definitive per estorsione ed associazione mafiosa) era ritenuto l’autore materiale della scritta minacciosa apparsa in via Forgiari. Della scritta contro il procuratore di Vibo Valentia aveva parlato alla Dda di Catanzaro il pentito cosentino Samuele Lovato che con Mantella ha condiviso un periodo di comune detenzione “allegra” nella clinica cosentina di Donnici, passata agli onori delle cronache per i ricoveri “facili” ed i favori dei medici a boss e picciotti in cambio di regali e somme di denaro.

L’annullamento con rinvio della Cassazione. Oltre alle dichiarazioni del pentito Samuele Lovato, ex braccio-destro del boss di Cassano allo Jonio, Tonino Forastefano, l’altra fonte di prova che ha portato alla condanna di Andrea Mantella era costituita da un’intercettazione ambientale registrata nell’abitazione di un soggetto indagato nell'ambito di altro procedimento penale, nel corso della quale il padrone di casa, Pelle, diceva ad altro soggetto che Mantella, per vendicarsi del sequestro dei beni subito, aveva fatto scrivere sui muri della città di Vibo delle frasi intimidatorie contro il procuratore Mario Spagnolo, attualmente alla guida della Procura di Cosenza. Per la Cassazione, che ha ora depositato le motivazioni della sentenza a scioglimento di quanto deciso nell’udienza del 15 novembre scorso, le intercettazioni ambientali in casa di Pelle, captate nell’ambito di altro procedimento penale, non sono utilizzabili nel processo che vede Mantella accusato di minacce ai danni del procuratore Spagnuolo. Questo perché l’articolo 270 del codice di procedura penale recita che “I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”. Si tratta per la Suprema Corte di un divieto di inutilizzabilità “assoluto”, specie nei processi con rito abbreviato che implicano l’accettazione, da parte dell’imputato, degli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero.

Per la Cassazione non è discutibile, nel caso in esame che, procedendosi in ordine al reato di minaccia grave ed aggravata dalle modalità mafiose (aggravante poi esclusa dal giudice di primo grado), i limiti edittali di pena non consentissero l'utilizzo di intercettazioni disposte nell'ambito di altro procedimento.

Per tali motivi, il ricorso di Andrea Mantella è stato accolto, con la Suprema Corte che ha rinviato gli atti alla Corte d’Appello di Napoli per la celebrazione di un nuovo processo.

Il pentimento di Mantella. La vicenda giudiziaria finita all’esame della Corte di Cassazione potrebbe tuttavia arricchirsi di nuovi “colpi di scena”, atteso che il ricorso di Andrea Mantella era stato depositato ben prima dell’avvio della sua collaborazione con la giustizia. Lo stesso Mantella potrebbe quindi nel frattempo aver già reso confessione ai magistrati della Dda di Catanzaro anche sulle scritte minacciose nei confronti del procuratore Spagnuolo, chiudendo così di fatto la “partita” giudiziaria di una vicenda finita all’esame della Suprema Corte che l’ha ora rinviata a Napoli annullando le decisioni dei giudici di Salerno.