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Il gup fissa l’udienza preliminare per il 5 luglio. L’inchiesta mira a far luce sui lavori incompiuti della più costosa opera pubblica mai pensata nel Vibonese

Cronaca

Richiesta di rinvio a giudizio per i cinque indagati coinvolti nell’inchiesta sulla “Strada del mare” che il 4 marzo 2016 ha portato anche al sequestro di beni per equivalente (di recente confermato dalla Cassazione) per un ammontare di cinque milioni di euro. La richiesta al gup di un processo per tutti gli indagati è stata avanzata dal pm, Michele Sirgiovanni, che punta così a dimostrare tutta una serie di irregolarità e reati commessi attorno all’opera pubblica più costosa del Vibonese, pensata per collegare Rosarno a Pizzo passando lungo la costa e per i territori di Vibo Marina, Briatico, Zambrone, Parghelia, Drapia, Tropea, Ricadi, Joppolo e Nicotera lungo il tracciato della ex strada statale 522.

Il gup del Tribunale di Vibo, Lorenzo Barracco, ha fissato l’udienza preliminare per il 5 luglio prossimo.

Gli indagati per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio sono: l’imprenditore Vincenzo Restuccia, 76 anni, di Rombiolo, direttore tecnico delle imprese Restuccia; Antonino Scidà, 51 anni, direttore tecnico delle imprese di Restuccia; Giacomo Consoli, 65 anni, di Vibo Valentia, ex dirigente dell’ufficio Lavori Pubblici della Provincia di Vibo Valentia; Antonio Francolino, 52 anni, funzionario della Provincia e responsabile unico del procedimento per la costruzione della “Strada del Mare”; Francesco Giuseppe Teti, 65 anni, di Filogaso, ex funzionario della Provincia di Vibo Valentia.

Le accuse. Le ipotesi accusatorie partono dalla gestione della progettazione dell’opera per arrivare alla sua approvazione da parte della direzione lavori e del responsabile del procedimento. Secondo quanto accertato dalla Guardia di finanza, in ben undici casi è stato dichiarato lo stato di avanzamento dei lavori che ha consentito, a favore dell’impresa aggiudicataria, il pagamento di importi nettamente superiori rispetto a quelli corrispondenti al valore dei lavori effettivamente realizzati. Per l’accusa, quindi, le somme di ogni singolo Sal sarebbero state artatamente “gonfiate” concordando la percentuale da applicare di volta in volta e inserendo indebitamente lavori non previsti nel progetto iniziale, sul falso presupposto che fossero necessari per l’esecuzione a regola d’arte. Sarebbero anche emersi dei pagamenti effettuati dalla Provincia utilizzando risorse finanziare destinate ad altri fini, stornando fondi da un capitolo di bilancio all’altro. I cinque indagati devono rispondere, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni di un ente pubblico e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. 

Ben 65 milioni di euro è l’importo complessivo dei lavori di un asse viario definito “strategico” pure nel Piano dei trasporti ma che continua a restare un’eterna opera incompiuta.

Vincenzo Restuccia è difeso dall’avvocato Giovanni Vecchio, Antonino Scidà dall’avvocato Francesco Gambardella, Francesco Giuseppe Teti dall’avvocato Giuseppe Di Renzo, Antonio Francolino e Giacomo Consoli dall’avvocato Antonello Fuscà.

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