Pubblicita'

Carattere

Nelle Serre vibonesi dove in 150 si autotassano per un assaggio di felicità alle loro famiglie. Le storie di chi è sopravvissuto al mare ed alle prigioni in Libia

Cultura

Omar è fuggito dal Mali. E’ finito in Algeria. Poi in Libia. E’ stato fortunato: nelle prigioni libiche ci è stato solo otto mesi. «E’ stata dura… Non si può descrivere». Un luogo di violenza, violenza e ancora violenza. Poi la liberazione, la fuga per il Canale di Sicilia. Ora è tra gli ospiti del Centro di accoglienza straordinaria di Brognaturo, nelle Serre vibonesi. E qui ha coronato il suo sogno: «Ho iniziato a studiare».

Quello in cui vive oggi è un microcosmo che si raggiunge seguendo  un percorso tortuoso e accidentato che si arrampica fino al cuore dell’Appennino calabro, al confine tra le province di Vibo Valentia e Catanzaro. Si trova in un grande hotel che da anni non accoglie più turisti, davanti al bacino idrico dell’Alaco, immerso tra i boschi.

Nazionalità, lingue, etnie diverse. E’ il limbo dei migranti. Tappa intermedia, tra l’inferno di un passato segnato da fame, conflitti, violenza, e il sogno di una vita migliore: un lavoro, una famiglia. Un limbo sicuro, l’hotel Lacina, che ospita il Cas gestito dalla cooperativa Stella del Sud.

«Qualcosa di grande per l’umanità». Il 2017 è stato l’anno delle Ong sott’inchiesta, del ministro Minniti dei nuovi accordi Italia-Libia. L’anno dell’accoglienza diffusa attraverso gli Sprar che arginano la presenza dei Cara, magari come quelli di Isola Capo Rizzuto. E questa è la Calabria dei Cas commissariati per infiltrazioni mafiose, dove gli apparati dello Stato non esitano a dubitare neppure di Mimmo Lucano e della sua Riace. E’ l’Italia. L’Italia che  malgrado tutto resta l’Italia. Marvin Reyes viene dal Belize.

E’ un minuscolo stato del centro America. Gira il mondo con Smom Onlus. Smom è acronimo di Solidarietà medico odontoiatrica e opera nel mondo della Cooperazione internazionale: «Quello che ha fatto l’Italia in questi anni – dice – è qualcosa di straordinario per l’umanità».

Caterina Vetrò è la sposa di Marvin. Psicologa, attivista di  Smom Onlus, ha portato a Brognaturo un progetto di agricoltura sociale, che forma i migranti al lavoro nei campi. Li impegna, li distrae, li diverte. Lei sa come funziona il sistema e sa cosa fa la differenza nel sistema dell’accoglienza: «Il problema sono i management – racconta Caterina – se i management funzionano anche i centri funzionano».

«Solidarietà allo stato puro». E il Cas di Brognaturo funziona. Tra gli artefici di ciò c’è Gregorio Marino, è il direttore di questa struttura: «Ospitiamo 150 immigrati, mai un problema». Lo dice malgrado un anno fa un incidente finì in tragedia: con la morte di un immigrato del Mali, morto per dissanguamento: «Fu solo una tragica fatalità».

Il direttore Marino sa qual è la causa di sofferenza degli ospiti del centro: «I documenti, questi ragazzi aspettano solo i documenti, quel permesso di soggiorno che permetterebbe loro di costruirsi un futuro». Racconta che sono capaci di straordinari gesti di solidarietà: «Ogni dieci giorni, appena ricevono il pocket money, si tassano di cinque euro ciascuno. Scelgono uno tra loro e gli consegnano questo gruzzolo affinché possa inviarlo alla famiglia… E’ solidarietà allo stato  puro».

Sono storie tutte diverse, eppure tutte uguali quelle con le quali gli operatori della Stella del Sud affrontano da tanto tempo ormai. Diverse, perché ognuno, tra i migranti ospiti, ha la propria. Uguali in ragione di un minimo comune denominatore: il sogno di cambiare, di smettere di soffrire.

Lucky… Ma la vita non gli ha dato fortuna. C’è ragazzo nel centro che si chiama Lucky, Fortunato. Ma la vita non è che gliene abbia data tanta, di fortuna. Viene dalla Nigeria. Deceduta la madre, quando era ancora piccolo, rimase solo al mondo. Costretto a fuggire dalla terra natia, poi la traversata del deserto, le prigioni, il mare… Da anni aspetta. Cosa? «I documenti… Datemi i documenti, affinché possa trovare un lavoro ed essere felice anche io…»

Gestire centocinquanta immigrati, tutti uomini, provenienti da mondi e culture lontani non è facile. Ne sa qualcosa Teresa Platì, madrelingua inglese e docente d’italiano. «Non sono alfabetizzati… La lingua, la scrittura è ciò che per loro diventa prioritario. Per il resto sono uguali a noi, stessi sogni, stesse aspirazioni. Un lavoro, una famiglia, la felicità».

«Il Paese dei diritti dell’uomo». S’impara tanto, qui nel limbo. C’è chi cuce. Chi si diletta a preparare il sapone, con un po’ di farina di riso e burro di cacao. Si impara soprattutto a scrivere e a leggere. Alcuni sono estremamente caparbi e capaci. E si danno da fare nella speranza di avere presto il permesso di soggiorno e trovare un lavoro. Si sentono al sicuro. Faimusa viene dal Senegal: «Questa è l’Italia e l’Italia è il paese dei diritti dell’uomo».

L’Italia, qui, è Brognaturo e questo Cas. Pasquale Fera è il fondatore della Stella del Sud. Fervente cattolico. E’ stato sindaco di San Nicola Da Crissa e vicepresidente della Provincia di Vibo Valentia: «La cooperativa si occupa di servizi e quello dell’accoglienza è solo un segmento. Dà lavoro a ben ottanta dipendenti: sette di questi sono ragazzi approdati sulle coste italiane a bordo dei barconi della speranza. Alcuni giocano anche in una squadra di calcio di terza categoria, altri compongono un team che affronta tornei amatoriali».

Se ce l’ha fatto Bigore… Tra quelle dei ragazzi, una rappresenta una metafora. E’ la storia di Bigore: «E’ fuggito dalla Costa d’Avorio. E’ stato prigioniero tre anni in Libia. E’ un ragazzo che conosce cinque lingue. Arrivato qui è diventato un mediatore interculturale, ha preso perfino la patente, e noi lo abbiamo assunto. Per me è un fratello e quando parlo agli altri, dico “guardate Bigore, lui ce l’ha fatta e potete farcela anche voi».

Già, Bigore adesso ha un lavoro, ha un presente. E spera, prima o poi di ricongiungersi con ciò che di più prezioso ha lasciato in Africa: «I miei due figli, non li vedo da quattro anni… Il secondo, veramente, non l’ho neppure visto nascere… Spero, un giorno, di portarli in Italia».

Le donne, il razzismo, la speranza… Ci sono anche otto donne che operano in mezzo ai 150 immigrati del Cas di Brognaturo. Maria Iennarella è tra queste. Lei non ha paura, non ne ha mai avuta. Così anche le sue colleghe. «In tre anni che lavoro qui mai un problema, mai… C’è sempre stato rispetto, il massimo rispetto, per le donne».  

Nella cucina del Cas, questa sera si preparano riso giallo e verdure, riso bianco e pomodoro, pollo arrosto. Qui si sta bene. Anche Edomonwon è nigeriano, aiuto cuoco. «Razzismo? Alcune cose sono, purtroppo normali, ma in Italia c’è il rispetto dei diritti. Il sistema funziona». Al suo fianco il connazionale Silvester, il cuoco. Anch’egli è tra i sette assunti della Cooperativa Stella del Sud: malgrado ciò, la sua è una vita che sente precaria: «I documenti, i documenti…».

Già, i documenti. Il limbo, in fondo, è questo. Un luogo in cui, per anni, si aspettano i documenti. Un chiodo fisso, per tutti. Soprattutto per Lucky. Lo ricordate? Colui che – malgrado il nome – tutto è stato, nella vita, meno che fortunato. Ci viene dietro. E ripete: «Parlate con il Governo italiano. Fatemi avere i documenti, troverò un lavoro, e prima o poi sarò felice anche io».

In evidenza

Seguici su Facebook