Dalle carte dell'ordinanza emerge l'arsenale e la vis intimidatoria della 'ndrina di Melicucco. Dai diversivi creati per far sparire le pistole dai box dei cavalli durante le perquisizioni dei Carabinieri ai racconti d'infanzia sulle armi nascoste nei tronchi degli ulivi: tutti i verbali e le intercettazioni dell'inchiesta
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Violenza e disponibilità di armi sono i punti chiave del potere del clan Costa. Come sostengono gli inquirenti della DDA di Reggio Calabria e i Carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro, la forza di intimidazione della locale di Melicucco derivava in primo luogo dalla consapevolezza, diffusa in tutta la comunità, di un'immediata e capillare disponibilità di armi da fuoco. Come si legge dalle carte dell'operazione, la «pronta disponibilità di armi da utilizzare per ogni evenienza» è emersa in modo plastico durante una serie di perquisizioni svolte dai militari nella masseria e il caseificio della famiglia Costa.
Sebbene i controlli sul posto avessero dato esito negativo, le intercettazioni ambientali attivate dagli investigatori registravano, subito dopo la partenza delle pattuglie, i commenti esultanti dei familiari. Il capocosca Rosario «Angelo» Costa chiedeva infatti al figlio Salvatore se fosse riuscito a mettere in salvo l'arsenale: «Ma poi quelle cose le avete spostate?».
Il giovane Salvatore confermava di esserci riuscito grazie a un colpo di mano orchestrato insieme al fratello Pasquale. Mentre una prima aliquota di Carabinieri stazionava all'esterno, Salvatore aveva inviato un messaggio al fratello chiedendogli di intervenire per intrattenere a parole i militari. Sfruttando la distrazione, Salvatore si era introdotto nei box dei cavalli riuscendo a prelevare le armi nascoste prima che venissero scoperte.
L'episodio spingeva il padre Rosario «Angelo» a rievocare con orgoglio un analogo espediente del passato, quando durante un'altra perquisizione era riuscito a far fuggire tra gli uliveti un sodale con un fucile nascosto sotto una balla di fieno: «Avevamo il fucile sotto ad una balla di fieno... minchia, se alzavano sta balla mi arrestano!... l'ha acchiappato, volando in quegli oliveti e se n'è andato con il fucile... E io ogni volta che toccavano quella balla impietrivo!».
Come sostengono gli inquirenti, la radicata consuetudine all'uso delle armi trova conferma anche in un episodio avvenuto due soli giorni dopo la perquisizione, quando Pasquale Costa, nel tentativo di recuperare dei cavalli scappati, affermava senza esitazione: «Prendevo una pistola e li sparavo».
L'uso delle armi per futili motivi: bloccata pure l'ambulanza per un agnello
Come emerge dagli atti dell'ordinanza, la vocazione alla violenza del clan Costa affonda le radici in una cultura criminale ancestrale. In una conversazione intercettata, Dario Varamo e il padre ripercorrevano l'inclinazione dei fratelli Costa all'impiego delle armi da fuoco fin dalla più tenera età, persino per futili motivi.
Varamo raccontava un episodio risalente a quando erano ragazzini. A seguito del furto di un agnellino dal loro gregge da parte di alcuni giovani di passaggio in auto, Carmelo e Angelo Costa avevano bloccato la circolazione stradale armi in pugno. Con una pistola nascosta nella manica di un giaccone lungo, si avvicinavano ai finestrini di ogni autovettura per imporre il ritorno indietro e costringere tutti a cercare l'animale rubato: «Carmelo se ne è andato al finestrino... tic, tic... con la pistola... «torna indietro»... e tornavano tutti indietro... A nessuno abbiamo fatto più passare pure se dovevano arrivare fino all'America! Tutti indietro! Non facevamo passare nemmeno l'ambulanza... Per riprendersi quell'agnello».
Pistole rubate e occultate nei tronchi degli ulivi
Come si legge dalle carte dell'operazione, Varamo rivelava inoltre come i fratelli Costa, ancora giovanissimi, si procurassero le armi rubandole persino ai propri familiari e nascondendole nel territorio: «Avevamo due pistole... una gliel'abbiamo rubata a mio zio Angelo... che abbiamo visto dove andava a nasconderla... lo abbiamo seguito e siamo andati a rubargliela... un'altra abbiamo visto ad un altro e gliel'abbiamo rubata anche a quello... ed a tutte le parti avevamo pistole, dentro gli ulivi... dove arrivavamo prendevamo la pistola... e camminavamo con la pistola».
La violenza della cosca si manifestava abitualmente anche nelle controversie quotidiane. Come si legge dagli atti, Angelo Costa rievocava con i figli un pestaggio passato ai danni di un automobilista che non si era fermato davanti al pascolo delle sue pecore. Costa aveva speronato la vettura, percuotendo ferocemente il malcapitato mentre impugnava un'arma da fuoco, salvato solo dall'intervento di un terzo attirato dalle urla.
Le valutazioni del GIP: «Pluralità di armi per scopi associativi»
Come evidenziato dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria nelle valutazioni cautelari, gli elementi raccolti offrono la piena prova della detenzione illegale di più armi da fuoco presso la masseria da parte dei Costa. Secondo il magistrato, la gestione collettiva delle armi, la loro pronta reperibilità e il continuo ricorso alla minaccia armata non si spiegano se non con la volontà di riaffermare l'egemonia mafiosa del sodalizio sul territorio di Melicucco. Si ricorda che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e che per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva di condanna.

