Le intercettazioni del maxi blitz della Dda di Reggio Calabria “Epicentro 2” raccontano i progetti di Francesco Stillitano e il diniego opposto dai vertici: «Si deve stare zitto, inutile mettersi in mostra». La lettura degli inquirenti: meglio conservare qualche “volto pulito” da non esporre eccessivamente
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«Si laurea e gli voglio fare un regalo a mio figlio». Il regalo, però, non sarebbe stato un viaggio, un’automobile o un oggetto prezioso. Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza dell’inchiesta “Epicentro 2”, Francesco Stillittano avrebbe chiesto per il figlio Domenico il conferimento del “Vangelo”, una delle più elevate doti della gerarchia della ’ndrangheta.
Un episodio che la Dda di Reggio Calabria considera indicativo del ritorno ai rituali di affiliazione e alle procedure attraverso le quali vengono riconosciuti gradi e posizioni all’interno dell’organizzazione. La richiesta sarebbe stata rivolta a Nicola Gattuso, indicato dall’accusa come esponente di vertice del locale di Oliveto, affinché sponsorizzasse la promozione del giovane Stillittano.
La conversazione riportata nel provvedimento restituisce però una risposta tutt’altro che favorevole. Parlando con Fortunato Marino, ritenuto capo del locale di Aretina, Gattuso riferisce delle pressioni ricevute: «Per Domenico ora questo insiste». Immediata la replica attribuita a Marino: «Non gli diamo niente a Domenico!».
Gattuso ripete quindi le parole che, secondo gli investigatori, gli sarebbero state rivolte dal padre del giovane: «Si laurea e gli voglio fare un regalo a mio figlio». Ma per i due interlocutori quel riconoscimento sarebbe stato eccessivo. «Ma gliel’hai fatto, Ciccio, uno», osserva Gattuso. Ancora più esplicito Marino: «Gli devi dire che gliene ha fatti tre!», aggiungendo subito dopo: «Tre, quattro».
Il riferimento ai “regali”, secondo la lettura della polizia giudiziaria, sarebbe in realtà alle doti di ’ndrangheta già attribuite al giovane. Domenico Stillittano, poco più che ventenne, avrebbe infatti già posseduto la “Santa”, primo grado della cosiddetta “società maggiore”. Il “Vangelo” avrebbe rappresentato il passaggio immediatamente successivo e quindi un’ulteriore, rapida ascesa nella gerarchia criminale.
È lo stesso Gattuso, sempre secondo la trascrizione dell’intercettazione, a manifestare il proprio disappunto: «Ma non dire che gli possiamo dare il “Vangelo” a tuo figlio!». Il confronto viene fatto con Aldo Erbi, per il quale i due discutono della medesima dote, sottolineando però come quest’ultimo avesse circa cinquant’anni e detenesse la “Santa” da dieci, quindici o forse vent’anni. Al contrario, il figlio di Stillittano, osserva Gattuso, «in meno di un anno non sa nemmeno quello che è». Marino concorda: «Non sa di queste cose il figliolo, non sa».
La questione ritorna l’11 marzo 2024. Francesco Stillittano, stando all’ordinanza, avrebbe voluto partecipare a un incontro fuori Reggio Calabria per continuare a perorare la promozione del figlio. Anche in quella circostanza Marino e Gattuso mostrano la loro contrarietà. «Ma la finisce?», chiede il primo. «Mi rompe i coglioni», risponde il secondo, riferendosi alle insistenze ricevute.
Per Marino, concedere una dote così elevata avrebbe esposto gli interlocutori al discredito degli altri esponenti dell’organizzazione: «Ci deve far passare per ridicoli a noi». Gattuso avrebbe cercato di spiegare al padre che il giovane, pur essendo considerato «dritto», non possedeva ancora i requisiti necessari: «Tuo figlio, guardalo in faccia, è dritto, per l’amor di Dio, tutto quello che vuoi, ma non gli si addice quello che dici tu, ancora».
Nelle conversazioni emerge anche un’altra valutazione. Proprio la laurea e l’assenza di precedenti avrebbero reso Domenico Stillittano, nella lettura investigativa, un possibile “volto pulito”, da non esporre eccessivamente. «Tuo figlio ha una laurea e si deve stare zitto», avrebbe detto Gattuso al padre. Una dote più alta avrebbe potuto indurre il giovane a mettersi in mostra, attirando l’attenzione degli investigatori: «Subito si mette in mostra, passa qualche brutto quarto d’ora. Tu lo vuoi mettere in primo piano».
Il nodo, dunque, non sarebbe stato soltanto l’età. Il timore manifestato dai due presunti capi locali era che una promozione tanto rapida potesse provocare tensioni interne e, allo stesso tempo, compromettere la riservatezza di un soggetto ritenuto utile proprio per il suo profilo apparentemente estraneo ai circuiti criminali.
L’ordinanza ricorda che la “dote” indica il grado occupato da ciascun affiliato nella gerarchia della ’ndrangheta e deve essere distinta dalla “carica”, cioè dalla funzione esercitata nella struttura. Tra i gradi indicati figurano, in ordine crescente, giovane d’onore, picciotto, camorrista, sgarrista, santista, Vangelo, trequartino, quartino e padrino.
Domenico Stillittano è stato raggiunto dalla custodia cautelare in carcere in relazione a una diversa contestazione: l’ipotesi di detenzione e porto in luogo pubblico di più pistole, una delle quali sarebbe stata ceduta a Fortunato Marino, con l’aggravante di avere agito per agevolare l’associazione mafiosa. La vicenda del “regalo di laurea” è invece utilizzata dagli inquirenti per ricostruire le dinamiche interne, le gerarchie e il potere decisionale attribuito ai soggetti intercettati.




