Francesco Campennì, docente universitario e presidente del Centro di Studi storici e sociali del Comune, interviene sul progetto di riqualificazione urbana e chiede di salvaguardare il manufatto di 45 metri nei pressi del Santuario di Portosalvo
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La ricerca dell’identità, termine controverso negli studi storici, e di cui Carlo Ginzburg ha dato una delle migliori definizioni come fenomeno rilevante del divenire storico ma non utilizzabile come categoria analitica, è stata da sempre associata, sia da parte di comunità che di gruppi familiari o di altro tipo di organizzazioni sociali, al recupero di elementi caratterizzanti in antico. L’identità nella storia culturale è stata ritenuta tanto più forte quanto più rapportabile a una resilienza di caratteri del passato, e di un passato remoto, come suoi elementi costitutivi. Da qui, potremmo oggi inferire che ciò che definisce un “centro storico”, nella percezione collettiva, è la permanenza nel tempo dei caratteri salienti di un abitato, di una comunità insediata, dei suoi assetti espansivi. Parghelia, al centro oggi delle mie premure di cittadino residente e di storico, presenta due componenti, fra loro dialoganti, che concorrono a configurare la sua natura di “centro storico”. La prima è data dalle tracce residue dell’antico assetto insediativo del borgo (fino al 1806 casale di Tropea e poi comune autonomo), tracce tuttora visibili e che conservano la stessa storica funzionalità avuta nel passato (ciò che probabilmente ne spiega la sopravvivenza fino al presente). La seconda è data dalla pianta razionalista del nuovo paese risorto sullo stesso sito dalle rovine dell’antico borgo, distrutto dal terremoto del 1905, e dal piano regolatore approvato nel 1926, opera dell’ingegnere del Genio Civile di Catanzaro Alberto Bedarida, di origini torinesi, noto nella storia dell’architettura italiana per i suoi contatti con la scuola tedesca di Bauhaus e per le sue opere di edilizia scolastica, alberghiera e civile improntate alla corrente del razionalismo, progettate e realizzate nel Capoluogo (dove gli è intitolata una via) e in altri centri della provincia, a cominciare proprio da Parghelia (suo il progetto dell’Asilo Infantile).
Il presente mio intervento verte in particolare sulla tutela della prima componente che definisce il centro storico di Parghelia (essendomi occupato in altra sede della seconda componente, quella relativa alla storicità centennale della pianta urbana di Parghelia nata dal piano regolatore del 1926, scandita dall’orditura razionale dell’assetto viario, a partire dal corso centrale, e segnata dall’utilizzo lineare di blocchi o cordoli in locale pietra granitica cavati nelle sottostanti marine e lavorati a opera di maestranze tropeane, e da scalinate granitiche raccordanti il corso con le parallele vie superiori). La preoccupazione di tutelare questo fondamentale elemento costitutivo del centro storico e dell’identità di Parghelia insorge nel contesto presente, in cui l’Amministrazione Comunale in carica ha fatto redigere e si appresta a realizzare un progetto di riqualificazione urbana, in particolare concentrato sul corso principale e su alcune antiche vie di accesso al mare, come quella di contrada Michelino, che per alcuni aspetti minaccia di cancellare tracce storiche del patrimonio culturale del centro, nei termini appena sopra definiti.
Il borgo antico di Parghelia era delimitato dall’adiacente campagna e al tempo stesso reso comunicante con essa da un sistema di muri con funzione di confine tra strade di accesso all’abitato e campi coltivati, e con funzione di argine a stretti sentieri murati che servivano di attraversamento interpoderale e di collegamento del paese con la marina, da un lato, e con le zone collinari, dall’altro. A testimonianza di questo sistema, del tutto intatto alla data del terremoto del 1905 e sopravvissuto in molti punti anche dopo la ricostruzione (a riprova del fatto che il piano regolatore del 1926 salvò alcuni tratti fondamentali del paese storico, dall’assetto direzionale dell’asse viario principale, agli stessi elementi di raccordo tra abitato e campagne), esiste ampia documentazione fotografica e topografica risalente agli anni 1900-1953, parte della quale è esposta nella Mostra permanente presso il Museo della Memoria di Parghelia. Già questa periodizzazione attestata dalla fonte visuale è anteriore, lo sottolineo, di oltre 70 anni rispetto al nostro presente.
Con un salto indietro di tre secoli, il sistema di divisione degli spazi tra abitato, strade di collegamento ai campi e vie di accesso e transito attraverso l’antico casale di Parghelia è attestato secondo identiche caratteristiche in fonti di età spagnola, oggetto di recenti edizioni e studi. Mi riferisco ai ricordi autobiografici dei soldati spagnoli che venivano annualmente a dare il cambio alla guarnigione di Tropea percorrendo a piedi il litorale da Monteleone e passando per Parghelia, e in particolare alle memorie di Miguel de Castro, relative agli anni 1608-1611. I sentieri descritti in queste memorie autobiografiche sono gli stessi cinti da muri in pietra intonacati con malta di calce, localmente chiamati “scittarei” (ovvero piccoli stretti), i quali continuarono ad esistere, periodicamente ripristinati a cura dei proprietari e dei lavoratori dei campi, ininterrottamente fino al secolo XX, e di cui oggi sono superstiti quello che conduce alla località Michelino e quello, detto appunto Scittareu, che parte dalla piazza del Santuario della Madonna di Portosalvo e arriva fino ad affacciarsi sul mare, il cui muro di cinta prosegue senza soluzione di continuità, facendo angolo sulla via principale, col muro che si vorrebbe oggi abbattere.
Il muro oggetto della paventata demolizione, in località Pigna, è attualmente lungo 45 metri, necessiterebbe di un restauro conservativo, ed è traccia resiliente di questo storico sistema di articolazione dell’abitato nel suo dialogo con la campagna. Esso altresì conserva ancora perfettamente la sua storica funzione di separazione della strada e di cornice naturale al recinto sacro della Chiesa di Portosalvo, oggi Santuario Diocesano, rispetto alla retrostante area di verde pubblico ospitante un campo di calcetto. La sua demolizione sarebbe un atto anticulturale, un attacco all’identità storica di un sito che presenta una configurazione e una tipicità dalla profondità secolare. Una consistente documentazione d’archivio esistente a Parghelia attesta uno stato dei fatti risalente alla seconda metà del XIX secolo, epoca in cui diversi proprietari del paese acquistarono dalla Mensa Vescovile di Tropea i terreni sottostanti quello che le fonti coeve definiscono il “borgo Portosalvo”. Testimonianze di anziani contadini registrate in queste memorie e documenti ulteriori allegati riportano l’esistenza delle opere murarie presenti nell’area al periodo francese (in particolare dal 1806 all’epoca del catasto murattiano, 1809-1811) e ancor più indietro alla seconda metà del secolo XVIII, quando l’area, interessata da un’esondazione del torrente Pigna avvenuta nel 1777, fu bonificata dagli antichi coloni della Mensa Vescovile della famiglia Colace, che ripristinarono i muri in pietra.
In conclusione, questa ricostruzione storica (supportata anche dal confronto con altri studiosi storici dell’architettura, antropologi e archeologi, come i colleghi Francesca Martorano, Rosario Chimirri e Francesco Cuteri, specialisti nello studio di architetture rurali antiche) intende documentare il valore del nostro paesaggio nelle forme storicamente tramandate fino al presente. Parghelia ha nutrito nei secoli, come altri centri caratteristici della Calabria tirrenica, da Pizzo a Scilla, la sua vocazione economica mista di paese agricolo e marittimo, e le tracce residue di quell’antico sistema di organizzazione degli spazi, oggi a rischio di definitiva sparizione, rappresentano i tratti salienti di un centro storico e costituiscono un bene culturale collettivo.
Osservo infine che dopo tanta retorica socialista, di frequente adoperata negli anni Settanta e oltre durante le competizioni elettorali comunali, oggi si vorrebbe abbattere uno di quei muri messo insieme dalle mani, dalla fatica e dalla sapienza operosa di quei contadini, antichi vassalli del vescovo di Tropea, che, come altri protagonisti della storia di Parghelia, ebbero cura per secoli del nostro territorio. Mi rivolgo pertanto all’Amministrazione Comunale tutta e al Sindaco di Parghelia, per dire che tradirei quella fiducia che mi è stata accordata, alcuni anni fa, nel conferirmi la nomina a Presidente del Centro di Studi storici e sociali del Comune, se oggi non alzassi alta la mia voce per allertare tutti di fronte al grave e definitivo rischio di depauperamento culturale e più in generale di compromissione del patrimonio storico-ambientale che il paese va attualmente correndo; e per esortare, al tempo stesso, a una più intelligente e attenta opera di valorizzazione e di trasformazione che sia in linea con la storia e l’identità di Parghelia.
*professore associato di Storia Moderna dell’Università della Calabria e presidente del Centro di Studi storici e sociali del Comune di Parghelia

