Il naturalista vibonese interviene contro il progetto da 61mila pannelli e 45 megawatt previsto su 73 ettari tra Pizzo e Maierato: «Come 100 campi di calcio in un’area dove la fauna selvatica convive con l’uomo»
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«Solare sì, ma non qui». Anche il naturalista e storico rappresentante del Wwf vibonese Pino Paolillo interviene nel dibattito sul mega-impianto fotovoltaico progettato sulla Piana degli Scrisi, in contrada Vinci-Perrone, nel territorio comunale di Pizzo ma a ridosso del confine con Maierato. Il progetto, rivelato da Il Vibonese, prevede un’opera destinata a occupare oltre 73 ettari, una superficie che Paolillo paragona a quella di più di cento campi di calcio, proprio nel cuore di un’area agricola dove si coltiva il pregiato grano antico Rosìa, tutelato a livello nazionale.
«Non un terreno qualsiasi, non una landa desolata e incolta, non una delle tante aree simbolo del fallimento della politica industriale calabrese», sottolinea Paolillo, richiamando esempi come l’ex Sir di Lamezia Terme, le Saline Ioniche di Reggio Calabria e gli «ammassi di ferraglia arrugginita della Piana di Gioia Tauro».
La Piana degli Scrisi, insiste il naturalista, possiede caratteristiche completamente diverse: «Nossignori, parliamo di un territorio a forte vocazione agricola e ambientale, dove si coltiva una particolare e riconosciuta varietà di grano, la Rosìa, vanto e risorsa degli agricoltori di Maierato».
Il progetto da 45 megawatt
Il progetto “Pizzo-Vinci”, presentato dalla Fri-el Spa, prevede un investimento di circa 45 milioni di euro e l’installazione di 61.608 pannelli fotovoltaici. La potenza nominale prevista è di 45 megawatt, mentre la produzione stimata ammonterebbe a circa 79,4 milioni di kilowattora all’anno. All’impianto dovrebbe affiancarsi un sistema di accumulo a batterie da 15 megawatt, con opere di connessione alla rete elettrica destinate a interessare anche i territori di Sant’Onofrio e Filogaso.
Secondo la documentazione progettuale, l’energia prodotta potrebbe soddisfare il fabbisogno di oltre 44mila famiglie ed evitare ogni anno l’emissione di quasi 40mila tonnellate di anidride carbonica. A dividere il territorio, però, non è la necessità di incrementare la produzione di energia pulita, ma la scelta di occupare una vasta superficie agricola produttiva.
Il valore naturalistico della Piana degli Scrisi
Paolillo richiama anche il valore naturalistico della zona, «frequentata da numerose specie di uccelli durante le migrazioni, dalle cicogne ai falchi pecchiaioli, dalle albanelle ai gruccioni, o per la riproduzione, come nel caso delle quaglie e delle allodole».
«Un’area a ridosso della collina e dell’abitato di Pizzo, delle pinete e dei suoi vasti querceti», prosegue, descrivendo «una zona dove da tempo si è creato un connubio ideale tra attività agricole redditizie e l’armonia del paesaggio». Un equilibrio che, secondo il naturalista, rischia adesso di essere compromesso dalla realizzazione dell’impianto.
Paolillo chiarisce, tuttavia, che la sua posizione non nasce da un’opposizione alle fonti rinnovabili. «Sono perfettamente consapevole, sin da quando gli effetti dei mutamenti climatici causati dall’effetto serra erano appena percepiti dall’opinione pubblica, della necessità e dell’urgenza della transizione ecologica mediante l’abbandono progressivo delle fonti fossili e lo sviluppo delle energie alternative, eolico e solare in primis».
Alla produzione da fonti rinnovabili dovrebbe inoltre affiancarsi, secondo il naturalista, una maggiore attenzione ai consumi: «Senza trascurare il risparmio energetico, divenuto una parola scomoda nella società del consumismo più sfrenato, dove l’energia sembra non bastare mai per chi non fa altro che continuare a sprecarla».
Il punto, dunque, non è scegliere tra fonti fossili ed energia pulita. «Il problema, così come è stato per le pale eoliche o le centrali a biomasse nelle aree protette, non è quello di schierarsi a favore o contro le energie alternative, e quindi continuare a surriscaldare il pianeta, ma se questi impianti debbano o meno essere realizzati in questi posti».
Da qui la formula utilizzata da Paolillo: «Trovare un’alternativa dei luoghi alle fonti alternative». Una richiesta che coincide con le posizioni già assunte dagli agricoltori di Maierato, dal Gal Terre Vibonesi e dal Distretto del Cibo del territorio rurale vibonese, tutti favorevoli allo sviluppo delle energie rinnovabili ma contrari al consumo di terreni agricoli di pregio.
L’agricoltura subordinata alla produzione energetica
Nelle carte progettuali si sostiene che, tra le file dei pannelli, distanti circa sei metri e mezzo, potrebbero continuare a essere coltivati frumento tenero, avena, orzo ed erbai destinati alla produzione di foraggio. È previsto anche un allevamento stanziale di api. La stessa documentazione precisa però che la componente energetica sarebbe quella principale e che l’attività agricola dovrebbe adattarsi alle esigenze di funzionamento dell’impianto, senza poter garantire la stessa resa di un campo utilizzato esclusivamente per la produzione.
Proprio questo elemento alimenta le preoccupazioni degli agricoltori. Gli affittuari di alcuni terreni avrebbero già ricevuto comunicazioni relative al mancato rinnovo dei contratti, mentre l’Associazione contadini di Maierato, guidata da Vincenzo Griffo, ha annunciato la volontà di difendere i campi nei quali viene coltivato il Rosìa.
Una varietà recentemente inserita dal ministero dell’Agricoltura tra quelle italiane da conservazione e già presente nel Registro regionale della biodiversità. Un riconoscimento ottenuto dopo anni di impegno per recuperare e valorizzare questo antico grano tenero, considerato parte del patrimonio agricolo e culturale del territorio.
Le altre prese di posizione
Il Gal Terre Vibonesi, attraverso il presidente Vitaliano Papillo, ha giudicato inaccettabile che proprio i campi del Rosìa possano essere sottratti alla produzione poche settimane dopo il riconoscimento ministeriale. Analoga la posizione del Distretto del Cibo, presieduto da Luisa Caronte, che ha chiesto di privilegiare aree dismesse, zone industriali e terreni realmente incolti, sollecitando anche la Regione Calabria a individuare con chiarezza le superfici idonee a ospitare impianti di grandi dimensioni.
Paolillo affronta infine la possibile accusa di voler difendere il proprio territorio da un’infrastruttura necessaria alla transizione energetica: «Qualcuno potrebbe chiamarla sindrome del Nimby, tradotto in italiano “non nel mio giardino”, ma se il giardino è ricco e produttivo, e dà lavoro agli uomini e ospitalità a piante e animali, allora facciamoci contagiare tutti».
L’appello conclusivo è quindi quello di cercare una collocazione alternativa, salvaguardando una superficie agricola fertile e il patrimonio naturale costruito intorno ad essa: «Perché il sole continui ancora a far maturare il grano Rosìa sulla Piana degli Scrisi».


