‘Ndrangheta: nuovo processo per l’armiere del boss Pantaleone Mancuso

La Suprema Corte annulla con rinvio sulle aggravanti mafiose. Cassata invece la sentenza sull'aggravante relativa alle armi di provenienza clandestina

La Suprema Corte annulla con rinvio sulle aggravanti mafiose. Cassata invece la sentenza sull'aggravante relativa alle armi di provenienza clandestina

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La Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro ha riconosciuto l’aggravante mafiosa nella contestazione di detenzione illegale di armi in capo a Domenic Signoretta, 44 anni, di Ionadi, ritenuto l’armiere di Pantaleone Mancuso, alias “l’Ingegnere”, il boss di Limbadi e Nicotera estradato nel 2015 dall’Argentina dopo un periodo di latitanza. Annullata invece senza rinvio l’aggravante sulla detenzione di armi clandestine. Domenic Signoretta era stato condannato dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia il 23 marzo 2016 alla pena (poi confermata in appello) di 7 anni e 6 mesi. E’ stato riconosciuto colpevole del reato di detenzione illegale di un vero e proprio arsenale (sette pistole, una mitragliatrice e fucili a pompa) scoperto dai carabinieri del Ros di Catanzaro nel Vibonese il 26 marzo del 2015. Sulle aggravanti delle finalità mafiose sottese alla detenzione delle armi, in accoglimento dei rilievi degli avvocati Valerio Spigarelli e Francesco Sabatino, la Cassazione ha però deciso per un nuovo processo. In Appello erano finite anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Arcangelo Furfaro di Gioia Tauro, uomo del clan Molè che con Domenic Signoretta aveva diviso un appartamento a Roma. Furfaro, fra le altre cose, ha anche accusato Domenic Signoretta di essere stato anche uno degli esecutori materiali dell’omicidio del broker della cocaina Domenico Campisi, ucciso a Nicotera nel giugno del 2011, delitto tuttora impunito. 

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Il 13 novembre scorso, Domenic Signoretta è stato condannato a 12 anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria al termine del processo nato dall’operazione antimafia denominata “Mediterraneo”. In questo caso, Signoretta è stato ritenuto responsabile di aver avuto un ruolo nella compravendita di armi cedute al clan Molè. 

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