Esclusivo | ‘Ndrangheta: il pentito Costantino ed i rapporti con i Mancuso, i Fiarè ed i Campisi

Il collaboratore di giustizia di Maierato ha riempito pagine di verbali, con circostanze sinora inedite, che svelano il ruolo dei clan nel traffico di droga e l’influenza dei vibonesi anche al Nord

Il collaboratore di giustizia di Maierato ha riempito pagine di verbali, con circostanze sinora inedite, che svelano il ruolo dei clan nel traffico di droga e l’influenza dei vibonesi anche al Nord

Informazione pubblicitaria
Informazione pubblicitaria

Offrono anche uno “spaccato” sulle dinamiche criminali e gli assetti interni al clan Mancuso, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Costantino, 52 anni, di Maierato, trapiantato in Piemonte e sentito il 19 luglio scorso dal pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo. Arrestato per traffico di droga e armi già nel 1993, ha deciso di collaborare con la giustizia nel 2008 dopo l’ultimo arresto spiegando alla Dda di Torino gli incontri-scontri in Piemonte fra gli esponenti della famiglia degli Ursino, originaria di Gioiosa Ionica, e quella dei Cataldo di Locri per gli interessi legati al mondo del calcio ed alla vendita dei biglietti per l’ingresso allo stadio in occasione delle partite della Juventus. “Sono originario di Maierato e sono da sempre cresciuto nella famiglia di Cracolici Raffaele detto “Lele Palermo”. Il mio inserimento in circuiti criminali, tuttavia, ha inizio – spiega Francesco Costantino – nel carcere di Torino nel 1986 per il tramite di Giuseppe Campisi, sposato con una Buccafusca, personaggio di elevato spessore criminale operante nel Nord Italia per conto della famiglia Mancuso di Limbadi e nello specifico di Mancuso Giuseppe, detto ‘Mbroghija, che ho pure personalmente conosciuto. Ho mantenuto da sempre rapporti criminali con Giuseppe Campisi, peraltro legato nel Torinese anche a soggetti come Belfiore ed Ursini”, ovvero i boss delle “famiglie” di Gioiosa Ionica trapiantante a Torino. Per conto di Giuseppe Campisi di Nicotera, Francesco Costantino avrebbe quindi “curato lo spaccio di sostanze stupefacenti, fra eroina e cocaina, tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90”. Francesco Costantino spacciava “la droga fornitami da Giuseppe Campisi e nelle zone indicatemi dallo stesso Campisi”. Il racconto di Francesco Costantino si addentra così a meglio delineare i rapporti di forza fra i clan Mancuso di Limbadi e Nicotera e i Fiarè di San Gregorio d’Ippona. “In questo periodo ho conosciuto Giuseppe Mancuso per un problema che Campisi ha avuto per il mancato pagamento di una partita di sostanze stupefacenti con un tale a nome Lorenzo Fiarè, parente dei Fiarè di San Gregorio d’Ippona. L’incontro avvenne a Milano – continua il collaboratore di giustizia – e venne organizzato da Pino Campisi. In buona sostanza Campisi lamentava la mancata consegna da parte di Fiarè di qualche centinaio di milioni di lire che erano stati raccolti per l’acquisto di sostanza stupefacente e mai consegnati. Campisi voleva sapere se poteva intraprendere azioni ritorsive nei confronti di Fiarè. Premetto – spiega Costantino – che Campisi aveva ampio mandato a commettere delitti nel Nord Italia per conto di Mancuso ed in un caso analogo ben avrebbe potuto agire senza il preventivo assenso di Mancuso. Trattandosi però di un Fiarè, la questione poteva avere delle implicazioni ulteriori che superavano le competenze del Campisi stesso”. L’intervento del boss Giuseppe Mancuso (cl. ’49), alias ‘Mbroghija”, si era quindi reso necessario poiché “Lorenzo Fiarè era un rappresentante della cosca Fiarè”. Sarebbe stato quindi lo stesso Francesco Costantino ad incontrare Giuseppe Mancuso a Milano per riferirgli la problematica per conto di Giuseppe Campisi. “Io ero stato collocato da Campisi – ricorda il collaboratore – accanto al Fiarè per controllarlo, cercando in qualche modo di mediare tra le esigenze dei due per evitare contrasti, giungendo persino a prestare somme a Fiarè fino ad ottanta milioni di lire affinchè le consegnasse a Campisi”.  L’incontro con Luigi Mancuso. Non solo incontri con Giuseppe Mancuso (in carcere dal 1997 per scontare l’ergastolo poi convertito in 30 anni di reclusione), ma nel racconto e nei ricordi di Francesco Costantino, anche un incontro avuto con il boss Luigi Mancuso, zio di Giuseppe. “Ricordo di aver incontrato anche Luigi Mancuso (in foto a sinistra) a Nicotera in una circostanza in cui mi sono recato per acquistare due chili di cocaina da Mimmo Campisi, fratello di Pino e su indicazione di questi che aveva un rapporto di subordinazione nei confronti di Mancuso. Ricordo che, data la presenza di altri personaggi criminali in zona, forse per un summit, ci fu detto di stare nascosti per cui venni proprio ospitato da Luigi Mancuso”. Il collaboratore di giustizia specifica inoltre che i “fratelli Pino e Mimmo Campisi erano organici alla cosca dei Mancuso con ruoli di primo piano, occupandosi a grandi livelli di narcotraffico con rapporti con i colombiani. Con loro ho avuto rapporti criminali fino all’anno 1992, periodo in cui venivo tratto in arresto per reati in materia di stupefacenti e traffico di armi”. Domenico Campisi, broker internazionale della cocaina (in foto in basso), è stato poi ucciso il 17 giugno 2011 in un agguato sulla strada provinciale per Nicotera. Un omicidio ad oggi – nonostante le dichiarazioni nel 2016 di altro collaboratore di giustizia, Arcangelo Furfaro – rimasto impunito. Francesco Costantino spiega infine di non essere mai stato oggetto “di un rito di affiliazione formale alla ‘ndrangheta”. Per quanto riguarda il rapporto con i Cracolici di Maierato, ciò non si sarebbe reso necessario poiché ritenuto “intraneo alla famiglia per il sol fatto di essere cresciuto con loro”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Pino Campisi ciò era stato “appositamente evitato perché gli altri soggetti della famiglia – spiega il pentito – non dovevano essere al corrente del ruolo da me occupato nella ‘ndrangheta. Ero quindi un “riservato” della ‘ndrangheta e ciò rappresentava una sorta di autodifesa, di tutela adottata da Campisi nel caso lui avesse avuto dei problemi con la cosca madre dei Mancuso a cui apparteneva, oltre a consentirmi di agire in maniera più discreta, eventualmente anche da imprenditore “pulito” nel caso in cui venivano acquisite delle società o fatti investimenti”. Nei ricordi di Francesco Costantino, anche un omicidio al Nord. “In ogni caso i Campisi mi tutelavano – spiega – e agli inizi degli anni ’90 venne ucciso tale Mauro Latella, soggetto di origine lucana, il quale soltanto il giorno prima di essere ucciso mi aveva intimato di lasciare la piazza di spaccio, cosa che io ho riferito prontamente a Campisi”. 

Informazione pubblicitaria

LEGGI ANCHE: ESCLUSIVO/ ‘Ndrangheta: lo scontro fra i clan Cracolici e Bonavota nei verbali inediti del pentito Costantino

ESCLUSIVO/ ‘Ndrangheta: l’omicidio Di Leo e tutti i retroscena inediti svelati dal pentito Costantino