VIDEO | Quarantuno misure cautelari, sequestri per oltre 60 milioni di euro e una rete finanziaria parallela che da Prato avrebbe garantito trasferimenti invisibili ai cartelli della droga e a organizzazioni mafiose. Tra i clienti anche il clan vibonese Fiarè-Razionale-Gasparro
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Una banca senza insegne, senza filiali e senza conti correnti. Nessuna autorizzazione, nessuna vigilanza, nessun collegamento con il sistema finanziario ufficiale. Eppure, secondo gli investigatori, capace di movimentare tra gli 80 e i 100 milioni di euro ogni anno, garantendo trasferimenti rapidi e invisibili a trafficanti di droga, gruppi criminali e organizzazioni mafiose tra cui anche la ’ndrangheta.
È il cuore dell'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze che ha portato all'esecuzione di 41 misure cautelari nei confronti di cittadini italiani, cinesi e albanesi e al sequestro preventivo di beni per oltre 60 milioni di euro. Un'indagine che gli inquirenti descrivono come una delle più significative degli ultimi anni per la capacità di fotografare la convergenza tra narcotraffico internazionale, riciclaggio, evasione fiscale e sistemi finanziari clandestini.
Banca fantasma, ramificazioni in tutta Europa
Il centro operativo dell'organizzazione sarebbe stato a Prato, città da tempo osservata dagli investigatori per la presenza di una vasta rete imprenditoriale cinese e per il suo ruolo strategico nei flussi economici che attraversano l'Europa. Qui, secondo la ricostruzione della procura, avrebbe agito il presunto promotore del sistema: un cittadino cinese radicato sul territorio e capace di costruire, a partire almeno dal 2021, una struttura transnazionale con ramificazioni in Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Belgio e Olanda.
L'obiettivo non era semplicemente spostare denaro. Il meccanismo avrebbe consentito di trasferire enormi somme senza utilizzare i canali bancari tradizionali e senza movimentare fisicamente il contante oltre frontiera. Un circuito parallelo e opaco, in grado di garantire pagamenti e compensazioni finanziarie al riparo dai controlli delle autorità.
Anche i clan del Vibonese tra i clienti della “banca fantasma”
Secondo gli investigatori, i clienti di questa presunta "banca fantasma" sarebbero stati gruppi criminali albanesi operanti nel Centro e nel Nord Italia, ma anche organizzazioni mafiose radicate in Calabria, Campania e Puglia. Un servizio essenziale per alimentare il traffico internazionale di stupefacenti e per reinvestire i proventi illeciti nell'economia legale e sommersa.
La clientela della banca clandestina era composta da pericolosi cartelli del narcotraffico. In particolare, il sistema di riciclaggio veniva utilizzato per finanziare e ripulire i proventi di storici clan italiani, tra cui il clan Briganti della Sacra corona unita nel leccese, la ‘ndrina Fiarè-Razionale-Gasparro nel Vibonese, e il clan campano Aquino-Annunziata.
L'inchiesta mette in luce un fenomeno che preoccupa sempre più magistrati e forze dell'ordine: la progressiva integrazione tra diverse forme di criminalità economica. Le frodi fiscali, il riciclaggio e il narcotraffico non rappresentano più compartimenti separati, ma parti di un unico ecosistema criminale capace di sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati e dei flussi finanziari.
Infrastruttura finanziaria a sostegno delle mafie
La dimensione dell'operazione conferma inoltre come il contrasto alle mafie non riguardi più soltanto le regioni tradizionalmente interessate dalla presenza delle organizzazioni criminali. Le indagini mostrano infatti un radicamento crescente di questi sistemi nelle aree economicamente più dinamiche del Centro-Nord, dove il denaro illecito può essere nascosto, reinvestito e fatto circolare con maggiore facilità.
Per gli investigatori, la rete smantellata rappresentava un'infrastruttura finanziaria al servizio della criminalità organizzata. Non una banca nel senso tradizionale del termine, ma qualcosa di altrettanto efficace: una cassaforte invisibile capace di collegare traffici di droga, riciclaggio internazionale ed economia sommersa attraverso un circuito sotterraneo che, almeno secondo l'accusa, avrebbe movimentato ogni anno decine di milioni di euro lontano dai radar dello Stato.
Immigrazione clandestina dalla Cina
Parallelamente ai flussi finanziari legati al narcotraffico, una branca della stessa organizzazione gestiva una redditizia rete di immigrazione clandestina dalla Cina. Il gruppo sfruttava l’assenza di visti d’ingresso per la Serbia, facendo atterrare i migranti a Belgrado. Qui, i cittadini cinesi venivano ospitati in strutture ricettive compiacenti, gestite da connazionali. Successivamente, i migranti venivano trasportati in auto o costretti a percorrere tratti montuosi a piedi per superare il confine con l’Ungheria ed entrare nell’area Schengen.
Le destinazioni finali e i costi del viaggio
L’ultimo tratto del viaggio prevedeva il transito attraverso la Slovenia e l’arrivo nelle destinazioni finali di Prato, Torino e Somma Campagna, nel veronese. Per questo viaggio, l’organizzazione criminale richiedeva a ogni migrante cifre che potevano raggiungere i 9mila 500 euro.

