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La Suprema Corte deposita i motivi della sentenza "Luce nei boschi" con la quale nel luglio scorso ha reso definitive 14 condanne per capi e gregari dei clan Altamura, Gallace, Emanuele e Loielo

Cronaca

Sono state depositate dalla quinta sezione penale della Cassazione le motivazioni della sentenza con la quale il 9 luglio scorso sono stati inflitte 14 condanne nei confronti di capi e gregari dei clan delle Preserre vibonesi: Altamura, Loielo ed Emanuele. Si tratta di una sentenza storica perché riconosce per la prima volta in via definitiva l’esistenza del “locale di Ariola” quale organizzazione mafiosa presente da anni nella frazione di Gerocarne ma con potere criminale che si estende anche ai centri di Sorianello, Soriano Calabro, Vazzano, Pizzoni, Arena, Acquaro e Dasà. Una struttura mafiosa al cui vertice anche la Cassazione colloca il boss Antonio Altamura, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione, mentre quale “braccio armato” della “società di Ariola”, dopo la soppressione dei fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo, uccisi nel 2002 nei pressi dell’acquedotto di Gerocarne, vengono collocati i fratelli Bruno e Gaetano Emanuele, condannati rispettivamente a 24 e 14 anni di reclusione. Insieme a loro Franco Idà, condannato a 12 anni e due mesi, cognato di Bruno Emanuele, mentre 12 anni a testa è la pena per: Francesco Capomolla (di Acquaro), Giovanni Loielo, Vincenzo Bartone (di Sorianello) e Pasquale De Masi; 8 anni Leonardo Bertucci e Antonio Gallace; 7 anni per Vincenzo Taverniti (alias "Cenzo d'Ariola) e Nazzareno Altamura; 6 anni per il collaboratore di giustizia di Cassano (Cs), Domenico Falbo. Gli anni di carcere chiesti in primo grado dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo dal pm Marisa Manzini erano stati 261. La Cassazione - confermando il verdetto della Corte d'Appello di Catanzaro del 21 luglio 2016 - ne ha alla fine inflitti 160. Le indagini sul "campo" erano state invece portate avanti dalla Squadra Mobile di Catanzaro. I ricorsi degli imputati e dei loro difensori sono stati rigettati poiché dichiarati inammissibili e in parte infondati. Per la Cassazione “numerosi sono i collaboratori di giustizia che indicano in Altamura Antonio il soggetto in posizione di supremazia nella cosca calabrese al centro del processo (Loielo Francesco, Taverniti Enzo, Ganino Michele, Oppedisano e Forastefano). Vi sono poi numerosi riscontri esterni (intercettazioni, sequestri, arresti, controlli di polizia), puntualmente richiamati dalla motivazione della sentenza”. Per i giudici, inoltre, si è in presenza di un “assoggettamento tipico del condizionamento mafioso, leggibile anche dalle strategie criminali descritte da molti collaboratori, dalle lotte con omicidi per la supremazia sui territori di riferimento e finanche dalla ritualità dell'inserimento degli affiliati, oltre che da natura e tipologia dei reati fine commessi, in particolare da alcune estorsioni”. Vi è poi “certezza che il gruppo di ‘ndrangheta capeggiato da Altamura Antonio avesse disponibilità di armi, con le quali ha commesso numerosi reati anche di sangue”.  In Cassazione quali parti civili i Comuni di Pizzoni e Vazzano.  In foto nel riquadro in alto Antonio Altamura    LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta: “Luce nei boschi”, nessun risarcimento per Francesco Taverniti

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