‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso e i propositi di uccidere Leone Soriano

Secondo il collaboratore di giustizia a volere la morte del capoclan di Filandari sarebbe stato il boss Luigi Mancuso dopo le intimidazioni all’imprenditore Castagna

Secondo il collaboratore di giustizia a volere la morte del capoclan di Filandari sarebbe stato il boss Luigi Mancuso dopo le intimidazioni all’imprenditore Castagna

Informazione pubblicitaria

Leone Soriano doveva morire. A pianificare la sua eliminazione, secondo le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, sarebbe stato il boss di Limbadi Luigi Mancuso, nonostante le difese di Leone Soriano assunte da Emanuele. Dopo un primo accordo fra Luigi Mancuso e Leone Soriano per una sorta di “risarcimento” (cinquemila euro che doveva sborsare la famiglia Mancuso) da dare a Soriano per evitare che “toccasse” l’imprenditore di Ionadi, Antonino Castagna (che Emanuele Mancuso indica come vicino ai boss Antonio e Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”, ma che è stato assolto dal processo “Black money”), il collaboratore di giustizia spiega di aver collocato lui stesso una bomba contro la casa dell’imprenditore “perché mi sono sentito utilizzato dai miei parenti: ho capito che avevano fatto quell’accordo tramite me perché volevano prendere tempo per organizzare l’eliminazione di Leone Soriano. Con l’arresto in Nemea gli avete invece salvato la vita”. Leone Soriano, non vedendo rispettato l’accordo della dazione del denaro, avrebbe dal canto suo iniziato a realizzare dei danneggiamenti – secondo il racconto di Emanuele Mancuso – contro l’imprenditore Antonino Castagna. “Nessuno mi ha detto che avevano progettato l’eliminazione di Leone Soriano – specifica però Emanuele Mancuso – ma l’ho capito dall’aria che tirava e anche in considerazione del fatto che i miei parenti mi invitavano a non andare da lui. Penso che ritenevano potessi rimanere coinvolto in qualche agguato contro Soriano”. Emanuele Mancuso ricorda quindi che lo zio Luigi Mancuso “mi disse che mi ero recato a casa di Leone Soriano in un certo giorno, con una certa macchina, con una certa persona di statura robusta e ad una certa ora. Ciò mi fece comprendere che era in atto un’organizzazione logistica ossia, come si dice dalle mie parti, qualcuno si occupava di taliari, ossia di osservare nei minimi dettagli le abitazioni dei Soriano ed in particolare di Leone Soriano”. Emanuele Mancuso ricorda quindi di essersi recato a casa dello zio Luigi Mancuso con un fascicolo processuale in mano fornitogli da Leone Soriano (presumibilmente l’inchiesta “Ragno” realizzata dall’allora Stazione dei carabinieri di Vibo diretta dal comandante Nazzareno Lopreiato) contenente le accuse dell’imprenditore Castagna (che in tale procedimento figurava parte lesa) nei confronti dei Soriano. “Ricordo che nell’occasione da Luigi Mancuso c’erano Giuseppe Mancuso, figlio di Giovanni Mancuso, e Salvatore Comerci, genero di Antonio Mancuso detto don Paperone. Ci appartammo – spiega Emanuele Mancuso – e Luigi Mancuso mi disse che avrebbe preso in visione questo fascicolo, facendomi un sorriso ironico ed asserendo che Leone Soriano a sua volta si era comportato da collaboratore di giustizia perché aveva mandato delle lettere contro il clan Mancuso facendo il nome di ‘Ntoni Mancuso, detto don Paperone, e Mancuso Pantaleone, detto Vetrinetta, che io chiamo carabinieri in divisa”. Secondo Emanuele Mancuso, infatti, l’imprenditore Antonino Castagna si sarebbe deciso a denunciare i Soriano in accordo con Antonio e Pantaleone Mancuso per togliere di mezzo per via giudiziaria un rivale scomodo come Leone Soriano.    Sul punto vi è però da dire che all’imprenditore Antonino Castagna nel gennaio 2017 è stata revocata la sorveglianza speciale, mentre la Corte d’Appello ha confermato il dissequestro – già deciso del Tribunale di Vibo “Misure di prevenzione” – di beni per un valore di circa 80 milioni di euro al quale la Dia il 23 febbraio 2015 aveva apposto i “sigilli” sulla scorta delle risultanze investigative confluite nell’operazione antimafia denominata “Black money”. Il 17 febbraio2017, quindi, l’imprenditore Antonino Castagna è stato assolto con formula ampia dal Tribunale di Vibo dall’accusa di associazione mafiosa (clan Mancuso) al termine del processo “Black money”. Nei suoi confronti il pm Marisa Manzini aveva chiesto la condanna a 12 anni di reclusione, ma l’accusa non ha retto al vaglio dei giudici. La Dda di Catanzaro, unitamente ad altre 6 posizioni, ha presentato appello.   In foto in copertina: Emanuele Mancuso e Luigi Mancuso. In basso Leone Soriano, Luigi Mancuso e Antonino Castagna     LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso e la “talpa” fra le Forze dell’ordine che forniva notizie

Informazione pubblicitaria

‘Ndrangheta: i canali dell’eroina nel Vibonese svelati da Emanuele Mancuso

‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso e i progetti di morte contro il boss Peppone Accorinti