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In Corte d'Assise d’Appello anche il tentato omicidio nei confronti di “Gringia”. Due le assoluzioni e due le riduzioni di pena

Cronaca

Due condanne all’ergastolo, una a 30 anni, una a 11 anni e 6 mesi di reclusione e due assoluzioni. Questa la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro nei confronti degli imputati per il tentato omicidio e poi per l’omicidio di Giuseppe Matina, detto “Gringia”, di Stefanaconi. Il processo in primo grado si è svolto con rito abbreviato che ha consentito lo sconto di pena pari ad un terzo in caso di condanna. “Sconto” che in questo caso vale solo la mancata condanna all’isolamento diurno degli imputati ai quali è stato inflitto il carcere a vita. Ergastolo confermato per i fratelli: Giuseppe Patania (cl. ’80) e Salvatore Patania (cl. ”78), mentre Saverio Patania (cl. ’76) passa dallla condanna all'ergastolo del primo grado ai 30 anni di reclusione dell'appello. Sono tutti figli di Fortunato Patania. Per quanto riguarda invece Nicola Figliuzzi, di Sant'Angelo di Gerocarne, collaboratore di giustizia difeso dall'avvocato Loredana Gemelli, la condanna passa a 11 anni e 6 mesi di reclusione in luogo dei 20 anni del primo grado di giudizio. Dal novembre del 2017 Figliuzzi ha avviato la propria collaborazione con la giustizia (in epoca successiva, quindi, alla sentenza di primo grado) ed ha quindi ottenuto - così come chiesto dall'avvocato Gemelli - l'attenuante speciale per la collaborazione. Assolto dal reato di ricettazione, la condanna è stata inflitta dalla Corte in continuazione con quella emessa per i tentati omicidi di Francesco Scrugli e Francesco Calafati (febbraio 2012) contestati nel troncone di "Gringia" celebrato con rito ordinario e per i quali Figliuzzi ha già scontato 6 anni di reclusione. Alla luce del verdetto odierno, quindi, il collaboratore dovrà scontare solo altri 5 anni. Assoluzioni per: Giuseppina Iacopetta (cl. ’54), vedova del boss di Stefanaconi, Fortunato Patania; Nazzareno Patania (cl. ’73), altro figlio di Fortunato Patania e Giuseppina Iacopetta. Tali ultimi due imputati erano stati assolti anche in primo grado. 

Le accuse di tentato omicidio. I Patania e Giuseppina Iacopetta erano tutti accusati del tentato omicidio di Giuseppe Matina, commesso a Stefanaconi il 27 dicembre 2011, mentre Figliuzzi avrebbe partecipato alle riunioni, unitamente ai mandanti, in cui è stato pianificato l’agguato poi non andato a buon fine per cause indipendenti dalla volontà degli autori. Quali esecutori materiali del tentato omicidio di Giuseppe Matina – all’epoca marito di Loredana Patania, nipote di Fortunato Patania e poi passata con lo schieramento dei cugini e della zia Iacopetta – venivano indicati Cosimo Caglioti di Sant’Angelo di Gerocarne, parente dei Patania, e Francesco Lopreiato, per i quali si è proceduto con un separato giudizio unitamente a Alex Loielo, pure lui di Sant’Angelo di Gerocarne, e Alessandro Bartalotta che avrebbe avvertito – secondo l’accusa – i componenti del gruppo di fuoco dell’arrivo della vittima che si trovava a bordo della propria Fiat 500 lungo la strada provinciale “Stefanaconi-Varì”. Agli imputati veniva contestata anche l’accusa di detenzione illegale del fucile caricato a pallettoni con il quale è stato compiuto il tentato omicidio. L’ultima accusa riguardava il furto dell’autovettura, una Fiat Panda, usata per il fallito agguato. L’omicidio di “Gringia”. Giuseppe Matina, detto “Gringia”, è stato poi ucciso il 20 febbraio 2012 e quali mandanti del delitto erano accusati i Patania e Giuseppina Iacopetta, mentre Figliuzzi avrebbe avuto il compito di fornire ai killer il furgone usato per l’azione di fuoco. L’omicidio sarebbe stato portato a termine da Arben Ibrahimi (killer macedone poi passato fra le fila dei collaboratori di giustizia) e Cristian Loielo, di Sant’Angelo di Gerocarne. Francesco Lopreiato e Andrea Patania avrebbero invece avuto il compito di recuperare i killer dopo l’azione di fuoco per portarli in un luogo sicuro. Le armi per l’agguato sarebbero state invece fornite da Damiano Caglioti, di Sant’Angelo di Gerocarne. 
Per Arben Ibrahimi, Cristian Loielo, Francesco Lopreiato, Andrea Patania e Damiano Caglioti, la Dda di Catanzaro ha ritenuto di procedere separatamente con un giudizio immediato. Anche in questo caso agli imputati vengono contestate le accuse di concorso in furto dei mezzi usati per l’omicidio e la detenzione delle armi usate per uccidere Giuseppe Matina.                                                                         Parti offese. Parti lese del tentato omicidio e dell’omicidio di “Gringia” vengono indicati la moglie Loredana Patania e gli altri familiari della vittima ovvero Domenico, Nazzareno e Caterina Matina. Nel collegio di difesa degli imputati ci sono gli avvocati: Giuseppe Di Renzo, Nicola Cantafora, Gregorio Viscomi, Sergio Rotundo, Costantino Casuscelli, Antonio Larussa (per Nazzareno Patania) e Giancarlo Pittelli.                                                                                                                                        Sebbene il fatto di sangue (omicidio e tentato omicidio di Giuseppe Matina) faccia parte della più vasta inchiesta denominata “Gringia” e si inquadri nella “guerra di mafia” che ha visto contrapposti i Patania al clan di Stefanaconi che sarebbe capeggiato da Emilio Bartolotta – oltre ad altra faida che ha visto opposti i Patania al clan dei Piscopisani – , la Dda di Catanzaro ha scelto di frazionare in diversi tronconi processuali quella che appare come un’unica indagine retta da un unico filo-conduttore. In Corte d’Assise a Catanzaro è stato così celebrato il processo denominato “Gringia” in cui vengono contestati altri fatti di sangue ai medesimi imputati, mentre per l’associazione mafiosa si è preferito procedere con una distinta operazione denominata “Romanzo criminale” che ha formato oggetto di un separato dibattimento giunto a sentenza dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia.  In foto in basso: Giuseppe Matina, detto "Gringia"         LEGGI ANCHE: Operazione “Gringia”, sequestro di beni a carico di Antonio Caglioti

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