Tentata estorsione: ecco perché è stato condannato l’ex presidente della Camera di Commercio di Vibo

Colpevole pure del tentativo di turbare un’asta con metodo mafioso. Atti alla Procura per valutare il reato di falsa testimonianza a carico di Michele Catania, già presidente della Confcommercio, e dell'avvocato Fortunato D'Amico

Colpevole pure del tentativo di turbare un’asta con metodo mafioso. Atti alla Procura per valutare il reato di falsa testimonianza a carico di Michele Catania, già presidente della Confcommercio, e dell'avvocato Fortunato D'Amico

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Il Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto dal giudice Giulio De Gregorio, ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale il 21 dicembre scorso ha condannato a due anni e 6 mesi ciascuno i fratelli Antonio Catania, 49 anni, e Luca Catania, 42 anni, entrambi di Vibo ma residenti a Vena di Ionadi.  Assolto, invece, il terzo fratello, Michele Catania, 50 anni, di Vibo Valentia. Sino alla data della sentenza, Antonio Catania ricopriva la carica di presidente della Camera di Commercio di Vibo Valentia che ha lasciato proprio a seguito della notizia della condanna per i reati di tentata estorsione e tentata turbata libertà degli incanti aggravati dal metodo mafioso.   [Continua dopo la pubblicità]

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Il primo rilevante elemento di novità che si apprende dal deposito delle motivazioni della sentenza è che i giudici hanno accolto la richiesta del pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, di trasmissione alla Procura degli atti del procedimento per procedere per il reato di falso testimonianza nei confronti di Michele Catania, 44 anni, di Vibo Valentia, cugino dei tre imputati e già presidente della Confcommercio di Vibo Valentia. Per il Tribunale, infatti, “emerge chiaramente la scarsa credibilità degli imputati così come del teste della difesa Michele Catania. Con riferimento a quest’ultimo – scrivono i giudici in sentenza – il pm non a caso ha richiesto la trasmissione degli atti all’ufficio di Procura”. Antonio e Luca Catania sono stati condannati per aver evocato il possibile intervento di soggetti legati alla criminalità organizzata di Vibo Valentia, “sfruttando la vicinanza di alcuni componenti della famiglia Catania alla cosca Lo Bianco-Barba di Vibo Valentia”, per minacciare di gravi ritorsioni due coniugi che intendevano partecipare all’asta giudiziaria per la vendita di un immobile già appartenuto a Francesco Catania, padre dei fratelli Catania. Le minacce sarebbero servite per impedire l’aggiudicazione dell’immobile e allontanare l’offerente in modo tale che l’ulteriore ribasso del prezzo di vendita avrebbe consentito ai fratelli di rientrare in possesso dell’abitazione a condizioni economicamente più vantaggiose.

La parte lesa ha quindi versato nel 2014 l’acconto di diecimila euro per la partecipazione all’asta, con Antonio Catania che l’avrebbe però invitata a desistere dal proseguire nell’acquisto dell’immobile in quanto lui ed i fratelli erano interessati ad un acquisto ad un prezzo inferiore, che avrebbero ottenuto solo se le successive aste fossero andate deserte. Per il Tribunale, nella vicenda in questione “non sono ravvisabili i caratteri di logicità e linearità nel racconto degli imputati, né del teste della difesa Catania Michele, cugino degli odierni imputati: diverse sono infatti – scrivono i giudici in sentenza – le contraddizioni interne allo stesso narrato del singolo dichiarante, nonché le incongruenze con elementi esterni”. Continuano i giudici in sentenza: “Appare estremamente contraddittorio quanto affermato dal teste della difesa Catania Michele (cugino degli imputati) in ordine alla reazione del proprio cugino Antonio Catania alla visita dei coniugi Montorro-Marzano presso il negozio. Il teste, infatti, in un primo momento affermava che Catania Antonio sarebbe sceso dalle nuvole, in quanto confidava nella prescrizione della procedura e poi dichiarava invece che Catania Antonio avrebbe detto che lo stesso e i propri fratelli si stavano già organizzando per sgomberare l’immobile”.

Per i giudici del Tribunale di Vibo, le condotte dei fratelli Antonio e Luca Catania “integrano, nella forma del tentativo, entrambe le fattispecie di reato (estorsione e turbata libertà degli incanti), costituendo atti idonei e diretti in modo non equivoco a coartare, mediante minaccia, la volontà delle persone offese con il fine al tempo stesso di costringerle ad abbandonare l’asta e di conseguire l’ingiusto profitto consistente nel ribasso del prezzo dell’immobile con altrui danno (consistente nelle perdite economiche che avrebbero subito le persone offese)”. Ad avviso dei giudici, “diverse sono state le minacce mosse da Catania Antonio e da Catania Luca” ed estrinsecatesi in diverse espressioni verbali: “Qui non si avvicina nessuno, lo dovevate capire”, pronunciata da Antonio Catania, oppure: “Come vi siete permessi voi di andare lì a casa nostra, perché i Tribunali rovinano le persone, quella casa interessa a noi e quindi là dentro…dovevate capire quando l’asta è andata deserta che c’era la mafia. Perché ve l’abbiamo voluto dire con le buone maniere, perché sennò vi prendevo dal corpettino e vi dicevo e vi dicevo ve ne dovete tornare da dove siete venuto, che a casa mia non vi dovete avvicinare”, pronunciata da Antonio Catania. Ed ancora: “Tanto vi assicuro che là dentro non ci entra nessuno”, pronunciata da Luca Catania.

Ad avviso del Tribunale “è indiscutibile che le espressioni utilizzate dagli imputati – al di là del tono minatorio riferito dalle persone offese – contengano oggettivamente la prospettazione di un male ingiusto, sia in termini allusivi che in termini diretti”. Per il Tribunale sussiste inoltre il metodo mafioso nelle condotte degli imputati condannati, finalizzato a non far aggiudicare all’asta l’immobile appartenuto ai genitori – e sito in piazza d’Armi a Vibo – per poterlo loro stessi acquistare ad un prezzo inferiore provocando così un danno alle persone offese. Ad avviso dei giudici, i fratelli Antonio e Luca Catania hanno “in maniera anche molto esplicita – come Antonio Catania nel proprio negozio – e altre volte in modo più larvato, il possibile collegamento con la criminalità organizzata, circostanza per di più rafforzata dall’oggettiva esistenza di un legame di parentela tra gli imputati e un esponente della famiglia mafiosa dei Lo Bianco-Barba”, cioè Filippo Catania, cugino del padre dei fratelli Catania, condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel processo Nuova Alba, e cognato del defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni. “Gli accertamenti della polizia giudiziaria – sottolineano i giudici – hanno consentito di verificare anche una concreta frequentazione da parte di entrambi gli imputati con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata”. Quanto al terzo fratello, Michele Catania, di 50 anni, per i giudici “l’istruttoria dibattimentale non è stata in grado di provare, al di là di ogni ragionevole dubbio, il pieno e consapevole coinvolgimento dello stesso nella vicenda” e da qui la sua assoluzione. Atti alla Procura, infine, anche per quanto concerne l’avvocato Fortunato D’Amico, avvocato e custode giudiziario escusso all’udienza del 6 febbraio 2017 “e quindi prima – rimarcano i giudici in sentenza – che il Marzano (interessato ad acquistare l’immobile all’asta, ndr) nell’ambito della propria deposizione, in data 31 gennaio 2018, riferisse in ordine a possibili condotte penalmente rilevanti del D’Amico”.   In foto dall’alto in basso: Michele Catania (per lui atti alla Procura) e il cugino Antonio Catania (condannato)

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