mercoledì,Maggio 18 2022

Rinascita Scott: così le nuove leve dei Pardea volevano uccidere il boss di Zungri

Il progetto di un omicidio ai danni di Giuseppe Accorinti ricostruito nelle motivazioni della sentenza in abbreviato depositate dal gup distrettuale

Rinascita Scott: così le nuove leve dei Pardea volevano uccidere il boss di Zungri
Michele Camillò

Ricostruisce anche i propositi omicidiari contro Giuseppe Accorinti – ritenuto il boss di Zungri –, la sentenza in abbreviato del gup distrettuale Claudio Paris. Lo fa con un apposito capitolo.
La vicenda è ancora una volta connessa alla rissa presso il Living Bar – scrive il giudice – che ha visto coinvolti Crudo Domenico e i fratelli Barbieri Michelangelo e Francesco, nipoti di Accorinti Giuseppe, da un lato, e Camillò Michele ed il nipote Domenico (cl. 91) dall’altro”. Il gup dà quindi piena credibilità al racconto sul punto fatto dal collaboratore di giustizia di Vibo Valentia, Michele Camillò: Riconosco in foto il soggetto che mi ha sferrato lo schiaffo la sera della rissa, ovvero Michelangelo Barbieri. Ricordo che all’epoca della lite con i Barbieri, Bartolomeo Arena mi spiegò che Michelangelo Barbieri era nipote di Peppone Accorinti, un boss sanguinario che comandava a Zungri e collegato con tante famiglie di ‘ndrangheta. Tant’è che quando nell’occasione della rissa al Living mi fu indicato da Federici, io già sapevo – dichiara Michele Camillò – di chi si trattava per quanto mi aveva detto Arena e ho capito che si trattava dei nipoti di Peppone Accorinti. Aggiungo che nel momento in cui si verificavano quegli episodi c’era piena consapevolezza da parte di noi tutti appartenenti al gruppo del collegamento tra i Barbieri e la figura di Peppone Accorinti, quindi della estrema delicatezza della situazione. Ricordo altresì che nei giorni successivi alla sparatoria del Crudo, giunse un’ambasciata a Mommo Macrì da parte di Peppone Accorinti per il tramite del fratello maggiore di Michelangelo Barbieri, pure a nome Peppe; il messaggio di Peppone Accorinti era distensivo nel senso che mandò a dire che da una lite tra ragazzi non era il caso di degenerare, per cui proponeva di chiudere subito la questione. Preciso che l’approccio di questo Peppe avvenne tramite Facebook, per cui Mommo Macrì avrebbe dovuto incontrarlo a Vibo di persona. [Continua in basso]

Domenico Macrì

Questo però non avvenne perché questo Peppe, fratello di Michelangelo, non saliva mai a Vibo. Allora Peppone Accorinti, tramite tale De Luca, inteso “Ciccio Coniglio”, si rivolse a Saverio Razionale, il cui genero Andrea Prestanicola era a sua volta era in buoni rapporti con Antonio Macrì e per questa altra strada Accorinti fece giungere a Mommo Macrì un analogo messaggio pacificatore. La vicenda si chiuse così, tant’è che subito dopo Francesco, il fratello piccolo di Michelangelo Barbieri, saliva tranquillamente a Vibo Valentia per andare a scuola ed io ho saputo di questi messaggi di Accorinti da mio nipote Domenico Camillò che èra sempre in contatto con Mommo Macrì. Successivamente, Mommo Macrì riferì ad Antonio Pardea di aver appreso, da un soggetto di cui non intendeva rivelare l’identità, che Accorinti aveva predisposto un’azione di fuoco contro il Pardea, mio fratello Giuseppe Camillò e Bartolomeo Arena, tant’è che aveva predisposto degli uomini armati nei pressi dell’istituto scolastico professionale, per cui ci allertava e proponeva di andare tutti in giro armati in modo da stare attenti ed essere preparati in caso fosse successo qualcosa. In realtà Mommo Macrì non fu creduto perché il suo racconto sembrava contraddittorio rispetto a quello che stava accadendo e nessuno – ha concluso Michele Camillò – ha mai compreso quali fossero le sue reali intenzioni…”.

Giuseppe Accorinti

Il gup spiega a questo punto in sentenza che risulta provato “un effettivo proposito omicidiario nei confronti di Giuseppe Accorinti proprio a ridosso della rissa tra i Camillò e i fratelli Barbieri già emergeva con chiarezza nelle conversazioni captate il 14 gennaio 2018, appena dopo l’attentato alla famiglia Crudo, risultando in particolare che gli imputati stavano appunto progettando un agguato ai danni del “Pezzato”,trascinandolo in un’imboscata per la quale erano in procinto di ricevere dei fucili, mentre il furgone da impiegare era già nella loro disponibilità; peraltro erano altresì nella loro diponibilità della armi prontamente reperibili perché si potevano “smurare” in 30 secondi”. Il “Pezzato” – ad avviso del giudice – altri non era che Giuseppe Accorinti e le nuove leve della ‘ndrina di Vibo dei Pardea, detti “Ranisi” sarebbero stati pronti a dimostrare la “forza della loro squadra, godendo dell’appoggio di Leone Soriano di Filandari”.

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