Strage di Soriano, la Cassazione nega la revisione del processo

Respinto il ricorso di Giuseppe Taverniti di Gerocarne. Il 30 agosto del 1997 l’omicidio di Domenico Macrì ed il ferimento di altre persone
Respinto il ricorso di Giuseppe Taverniti di Gerocarne. Il 30 agosto del 1997 l’omicidio di Domenico Macrì ed il ferimento di altre persone
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Nessuna revisione della sentenza per la strage di Soriano Calabro avvenuta il 30 agosto del 1997 nella piazza principale del paese. E’ quanto ha deciso la quinta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione che ha dichiarato inammissibile la richiesta in tal senso avanzata da Giuseppe Taverniti, 42 anni, di Gerocarne, che sta scontando 17 anni e sette mesi di reclusione per concorso nell’omicidio dell’allora studente universitario ventenne, Domenico Macrì, e nel grave ferimento a colpi d’arma da fuoco di Francesco Prestanicola e Pasquale Fuscà (quest’ultimo rientrato a Soriano dal Varesotto per le ferie). Nell’agguato rimasero ferite in maniera lieve anche altre persone. Le vittime si trovavano in piazza quando i killer iniziarono a sparare a pallettoni sulla folla (intenta a seguire una partita di calcetto) da un’autovettura in corsa. Giuseppe Taverniti, assolto in primo grado all’esito del giudizio abbreviato, in Corte d’Assise d’Appello a Catanzaro era stato condannato alla pena dell’ergastolo, sentenza poi annullata con rinvio dalla Cassazione con riferimento alla sola ritenuta sussistenza dell’aggravante dei futili motivi. All’esito del giudizio rescissorio, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, con sentenza del 3 dicembre 2007, irrevocabile il 18 marzo 2008, ha confermato la precedente statuizione di condanna, escludendo la sola aggravante dei futili motivi, rideterminando quindi la pena per Giuseppe Taverniti dall’ergastolo a 17 anni e sette mesi di reclusione. [Continua dopo la pubblicità]

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La Cassazione ha dichiarato l’inammissibilità della richiesta di revisione della sentenza di condanna a carico di Giuseppe Taverniti, ritenendo che, a fronte del quadro probatorio sul quale si è fondata l’affermazione di responsabilità, le nuove prove si caratterizzino per “scarsa decisività poiché frutto di conoscenze mediate e marginali o, comunque, non idonee a sovvertire il ragionamento probatorio, imperniato sul differente coacervo dato dagli elementi di fatto posti alla base della condanna”.

Domenico Macrì in una foto d’archivio

La richiesta di revisione. Il 31 gennaio scorso, Giuseppe Taverniti aveva proposto ricorso chiedendo alla Corte d’Appello di Salerno la revisione della sentenza di condanna deducendo l’emersione di nuove prove, costituite da due fonti dichiarative. Si tratta, in particolare, delle propalazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Taverniti, detto “Il Cinghiale”, fratello di Giuseppe, il quale in plurimi interrogatori si è assunto la responsabilità dell’omicidio di Domenico Macrì e del ferimento di Francesco Prestanicola e Pasquale Fuscà, scagionando così il germano, nonché delle dichiarazioni di altro collaboratore, Francesco Loielo, esponente dell’omonimo clan di Ariola di Gerocarne.

La Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione

Le prove  contro Giuseppe Taverniti. Anche la Cassazione, richiamando la decisione dei giudici d’Appello di Salerno che hanno negato la revisione del processo, sottolinea ora che ben nove testimoni e anche i due collaboratori hanno ricondotto il movente del fatto di sangue al furto di un’autovettura (Macrì aveva chiesto a Taverniti la restituzione dell’auto rubata al padre), a cui erano seguiti prima un incontro al quale aveva partecipato anche Giuseppe Taverniti che aveva pronunciato la frase minacciosa “Qui sopra per loro fa freddo” all’indirizzo di Domenico Macrì, e poi la spedizione armata a casa dei Macrì il 29 agosto 1997.

La Corte ha segnalato che a tali antefatti aveva partecipato unicamente Taverniti Giuseppe e che detto movente era stato riconosciuto definitivamente “e in maniera certa e indiscutibile anche dalla sentenza della Corte di Cassazione”. D’altro canto, ricordano ancora i giudici, anche “dalle intercettazioni ambientali considerate dalla Corte d’Appello di Catanzaro nel primo giudizio, l’obiettivo dell’azione era risultato essere Domenico Macrì, così venendo smentita la tesi dell’errore di persona”.

La prova dello stub aveva poi “evidenziato tracce di polvere da sparo sulle mani e sul giubbotto di Giuseppe Taverniti”. Nell’ordinanza impugnata, la Corte di Appello di Salerno ha escluso che il giubbotto potesse essere stato indossato in casa, in piena estate, durante il gioco del tiro a segno ai danni di un cane; d’altro canto, ha considerato che tale alternativa versione non era stata mai riferita nel primo giudizio da Giuseppe Taverniti, che era stato il protagonista dell’episodio e che sarebbe stato direttamente interessato a scagionarsi dalle gravi accuse elevate a suo carico prospettando tale alternativa giustificazione dell’esito dello stub.

Infine, le dichiarazioni del collaboratore Francesco Loielo sono state ritenute generiche ai fini della revisione del processo, poiché Loielo, per sua stessa ammissione, era sostanzialmente all’oscuro della vicenda della strage di Soriano, avendo appreso informazioni, comunque generiche, direttamente dal ricorrente Giuseppe Taverniti durante un periodo di comune detenzione, ovvero da terza mano, cioè da un parente dello stesso imputato. Quanto alle dichiarazioni di Vincenzo Taverniti, i giudici sottolineano che non risulta iniziato alcun procedimento penale a suo carico per i fatti dei quali si è accusato (la strage di Soriano), evidenziando il loro contrasto con le “convergenti evidenze probatorie di segno opposto e, quindi, la loro inidoneità a scardinare il giudicato di condanna nei confronti di Giuseppe Taverniti. Per la strage di Soriano, oltre a Giuseppe Taverniti, sono rimasti coinvolti Roberto Morano e Giuseppe Loielo, quest’ultimo poi a sua volta ucciso nel 2002 insieme al fratello Vincenzo (nei pressi dell’acquedotto di Gerocarne) dal clan rivale guidato dal boss Bruno Emanuele.

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