‘Ndrangheta: la prima deposizione del nuovo pentito di Vibo Bartolomeo Arena

L’omicidio Servello, la scomparsa del padre, l’affiliazione, il locale unico con i Lo Bianco, la separazione dei Pardea-Camillò-Macrì, l’agguato a Cassarola e la decisione di collaborare per non morire di lupara bianca
L’omicidio Servello, la scomparsa del padre, l’affiliazione, il locale unico con i Lo Bianco, la separazione dei Pardea-Camillò-Macrì, l’agguato a Cassarola e la decisione di collaborare per non morire di lupara bianca
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Ha fatto il suo esordio in un’aula di giustizia lunedì scorso, Bartolomeo Arena, dopo la decisione di collaborare con la giustizia. Collegato in videoconferenza con il Tribunale di Vibo Valentia nel processo Nemea a carico del clan Soriano di Filandari, Arena – rispondendo alle domande del pm della Dda, Annamaria Frustaci – ha spiegato il suo inserimento nei circuiti criminali sino a raggiungere la dote di ‘ndrangheta del “trequartino” e sino alla decisione di collaborare con la giustizia. [Continua]

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Carmelo Lo Bianco

Ho iniziato da piccolissimo, minorenne, nel gruppo di Antonio Grillo, detto Totò Mazzeo, che operava all’interno del clan Lo Bianco. Assieme a lui c’era Nicola Lo Bianco, figlio di Carmelo Lo Bianco, detto Sicarro. Mio padre si chiamava Antonio Arena ed era legatissimo al boss Francesco Fortuna, detto “Ciccio Pomodoro” e all’epoca formavano un gruppo a sé, ma sempre all’interno del gruppo Lo Bianco-Fortuna”.

L’omicidio di Servello e la sparatoria al 501. “Mio padre scomparve il 3 gennaio del 1985. Accaddero diversi episodi, quale quello dell’uccisione di Domenico Servello, colui che fece la sparatoria al 501. Durante la latitanza mio padre e Francesco Fortuna scoprirono dove si trovava Servello, cioè a Maropati, nel Reggino, lo andarono a prendere e lo uccisero, perché lui aveva ucciso due persone a Vibo quella sera in discoteca e ne aveva ferite delle altre. Domenico Servello è il fratello dell’attuale collaboratore di giustizia Angiolino Servello. Domenico Servello era anche il pupillo a Vibo del boss Giuseppe Mancuso, detto ‘Mbrogghja”.

Bartolomeo Arena e gli ambienti criminali. Dopo la morte di mio padre – avevo 8 anni e mezzo – mi cadde il mondo addosso e frequentai molto la strada e mi avvicinai agli ambienti criminali giovanissimo, anche in virtù del fatto che le persone che mi conoscevano, sapevano che ero il figlio di Antonio Arena e, quindi, legavano facilmente con me. Poi, mio padre era molto rispettato al tempo, aveva la dote del Vangelo, e fu facile per me entrare in contesti criminali. Ho appreso i particolari sulla scomparsa di mio padre da Giovanni Franzè di Stefanaconi, intimo amico di mio padre. Poi ho appreso altre cose sulla morte di mio padre da mio nonno Vincenzo Pugliese Carchedi e da Carmelo D’Andrea, detto Coscia d’Agnejiu”.

L’affiliazione alla ‘ndrangheta. Bartolomeo Arena ha raccontato di aver chiesto ad Antonio Grillo (detto “Totò Mazzeo”) ed a Nicola Lo Bianco (scomparso poi nel 1997 per lupara bianca) di poter essere affiliato alla ‘ndrangheta, ma venne rimandato poiché ancora sedicenne. A 21 anni, quindi, mi riavvicinai per essere affiliato – ha raccontato Arena – ma all’epoca i Lo Bianco-Barba erano sottomessi ai Mancuso e non volli essere affiliato perché erano stati proprio i Mancuso ad uccidere mio padre. Dopo, negli anni, sono stato affiliato al gruppo che abbiamo formato tutti insieme con mio zio Mimmo Camillò, Domenico Camillò del ’41, che in realtà era cugino di mio padre ma mi ha cresciuto lui.

Nel gruppo c’erano i Pardea ed i Macrì. Io ho iniziato con il grado di camorrista ed ho raggiunto il grado del trequartino. Il gruppo l’abbiamo creato noi, perché mio zio Domenico Camillò e Raffaele Franzè, detto lo Svizzero, erano gli unici due personaggi che erano riconosciuti a Polsi e, quindi, non dovevano dare conto a nessuno. Mio zio rispondeva direttamente al Crimine di Polsi, anche perché era soggetto che negli anni aveva fatto parte della società di Rosarno a tutti gli effetti, perché era legatissimo – ha spiegato Bartolomeo Arena – al boss Giuseppe Bellocco, detto Pino. Raffaele Franzè, invece, è stato sempre legato sia a Vibo, sia alla società di Alessandria, a cui a capo c’erano i Trimboli di Natile di Careri. Però a livello di Polsi credo che si sia affacciato negli ultimi quindici anni. Nella mia “copiata” di camorrista c’erano: Domenico Camillò capo società, Raffaele Franzè, detto lo Svizzero, che era il contabile, Enzo Barba quale mastro di giornata e Raffaele Pardea avversario e Antonio Macrì favorevole. Nella copiata dello sgarro portavo sempre Domenico Camillò, Raffaele Franzè e in questo caso Antonio Macrì, che era colui che mi aveva tagliato sul pollice destro. Nella Santa portavo in copiata Vincenzo Barba, Antonio Macrì e Carmelo D’Andrea. Incopiata del trequartino portavo invece Domenico Camillò classe 41, Umberto Bellocco di Rosarno e Rocco Aquino di Marina di Gioiosa Ionica, mentre mio cugino Giuseppe Camillò portava in copiata il boss Antonio Altamura di Ariola di Gerocarne, il boss Giuseppe Bellocco, detto Pino, di Rosarno e il boss Rocco Aquino di Marina di Gioiosa Ionica”.

Il “locale” unico di Vibo. Prosegue Bartolomeo Arena: Verso l’autunno del 2013 ci siamo collegati in un unico locale con i Lo Bianco-Barba. In precedenza, quando i Lo Bianco sono venuti a sapere di questo nostro gruppo si sono un poco lamentati, tanto che si stava quasi arrivando allo scontro. Però in definitiva non potevano dire nulla, perché mio zio era la massima carica del codice di Vibo al tempo e era l’unico che rispondeva a Polsi, quindi era l’unico lui, era il vero, il vero ‘ndranghetista riconosciuto dal Crimine era lui. Quando ho ricevuto la dote della Santa, a dire la messa Carmelo D’Andrea, detto Coscia d’Agneju e c’erano presenti Nicola Lo Bianco e Fortunato Ceraso, genero del Musichiere, questo perché c’eravamo già riuniti con i Lo Bianco-Barba in un’unica anima.

Antonio Macrì mi disse che era sua intenzione creare un cerchio, in modo che quando fosse uscito Andrea Mantella dal carcere fosse stato protetto dagli attacchi magari degli avversari, specie dei Mancuso di Limbadi. Per questo – spiega Bartolomeo Arena – si optò a una unione con i Lo Bianco-Barba, mentre prima se fossero rimasti avversi avrebbero potuto armare tragedie, carrette o si sarebbero potuti addirittura vendere Andrea Mantella”.

Loris Palmisano

La lite in piazza Municipio a Vibo. La rotturanel locale di ‘ndrangheta di Vibo, secondo il collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena, si sarebbe verificata in occasione di una lite in piazza Municipio a Vibo tra Domenico Camillò, figlio di Giuseppe Camillò, e Loris Palmisano. “Mio cugino Domenico Camillò è rimasto ferito, lui e un altro ragazzo, Mirko La Grotteria e, quindi, da qui è nata una vicenda un po’ complessa, nel senso che sono intervenute parecchie famiglie, a iniziare dagli Alvaro di Sinopoli, per cercare di mettere pace su questa storia. Successivamente abbiamo accoltellato Loris Palmisano e gli Alvaro ci hanno dato ragione.

Francesco Antonio Pardea

C’era un vincolo su questo ragazzo, Loris Palmisano, fino a che non si faceva, non si trovava un accordo di pace non doveva presentarsi nella zona di Vibo Valentia. Invece lui non solo veniva a Vibo, ma addirittura si presentò per vedersi con una ragazza sopra l’appartamento di Francesco Antonio Pardea. Quindi, quel giorno noi non ne abbiamo potuto più e abbiamo reagito alla cosa accoltellandolo. Tutti i Lo Bianco-Barba si meravigliarono perché c’era l’accordo degli Alvaro, ma noi non avevamo violato nessun accordo – ha spiegato Arena – tanto è vero che quando, poi, ci siamo incontrati con Carmine Alvaro, figlio di Domenico Alvaro, detto Scagghiuni, lui ci ha dato ragione a noi. Quindi, noi, arrivati a questo punto, con i Lo Bianco-Barba non ci sentivamo più di essere una sola cosa e iniziammo a andare tutti dal mastro di buon ordine, che in quell’occasione era Francesco Bognanni, per dirgli che noi, per problemi nostri personali, volevamo distaccarci dal gruppo”.

I colpi di pistola in piazza. Bartolomeo Arena entra quindi ancor più nel dettaglio della sparatoria in piazza Municipio avvenuta la notte del 10 luglio 2016.  Il figlio di Antonio Macrì aveva scherzato con la fidanzata di questo Palmisano che si risentì e – ricorda il collaboratore – avrebbe voluto fare una discussione con Macrì Michele. Quindi, intervenne in suo aiuto Domenico Camillò e fecero la discussione con questo Loris Palmisano. Mio cugino si è armato e Loris Palmisano era pure armato. Loris Palmisano non avrebbe in un primo tempo voluto fare la discussione, ma mio cugino iniziò a sparare. Il Palmisano, per tutta risposta e per difendersi, sparò e prese mio cugino in varie parti del corpo. Mio cugino, invece, non riuscì a prendere il Palmisano e, anzi, sbagliò e prese il suo amico Mirko La Grotteria”.

La nascita del nuovo gruppo. “Quando ci siamo distaccati – ha raccontato Arena – abbiamo fatto un gruppo con tutti gli ex mantelliani, che in un primo tempo non erano entrati nel nuovo locale. In pratica io, esponenti dei Pardea, dei Camillò e i Macrì, assieme a Salvatore Morelli e a altri ragazzi di Mantella abbiamo formato un nuovo gruppo autonomo”.

Bartolomeo Arena

La scelta di collaborare. Bartolomeo Arena spiega quindi perché nell’ottobre dello scorso anno ha maturato la volontà di collaborare con la giustizia. Nel mio gruppo ormai le regole non venivano più rispettate – ha dichiarato Arena – e c’erano ragazzi che avevano doti minori tipo camorra e sgarro solo perché erano nostri parenti, ma si sentivano di poter fare quello che volevano e facevano abusi anche su commercianti e su altri soggetti. A noi questo non stava bene. Il mio gruppo era poi da molto tempo in contrasto con un altro gruppo, quello dei Pugliese, detti Cassarola, e erano successi diversi episodi, come sparatorie e io stesso fui vittima di un agguato. Era quindi una lotta contro il tempo per cercare di eliminarci a vicenda. Poi Mommo Macrì e Francesco Antonio Pardea iniziarono a legarsi a soggetti anche di fuori paese e a me non stava bene questa cosa in quanto i miei nemici non erano più i loro nemici. Cosa dovevo pensare? Io li aiutavo in questa guerra contro i Pugliese Cassarola e poi sarei rimasto pure io vittima della lupara bianca, dal momento che si erano legati ai nemici di mio padre”.

Rosario Pugliese

Il progettato omicidio di Rosario Pugliese. “L’omicidio era stato progettato sempre da tutti i Ranisi, cioè dalla famiglia Pardea-Camillò-Macrì. Era stato in particolare progettato da me, da Francesco Antonio Pardea, da Marco Ferraro, Filippo Di Micelli e Filippo Perillo. La morte di Rosario Pugliese la volevano pure Domenico Macrì, detto Mommo, Antonio Macrì, padre di Domenico Macrì e mio zio Domenico Camillò. Rosario Pugliese negli anni ’80 era stato il killer che uccise il fratello di Raffaele Pardea e di Domenico Camillò, perché, praticamente, sono fratelli i Pardea e i Camillò, sono figli di madre. I Cassarola avevano sparato in passato contro un mio zio materno ferendolo ad a una gamba e io in tutta risposta feci un agguato a un loro zio che però rimase illeso e da lì ci fu questa contrapposizione anche con me”.

Bartolomeo Arena e l’intenzione di vendicare il padre. Il collaboratore racconta quindi che avrebbe dovuto lui stesso recuperare i killer che dovevano uccidere Rosario Pugliese, detto Cassarola. In cambio, i Pardea dovevano invece aiutare lo stesso Bartolomeo Arena ad uccidere un boss coinvolto nell’omicidio di suo padre, Antonio Arena. “L’accordo però saltò – ha concluso Arena – perché Francesco Antonio Pardea si era avvicinato molto ai Mancuso e Domenico Macrì al boss Saverio Razionale di San Gregorio d’Ippona”. Da qui la decisione di Bartolomeo Arena di collaborare con la giustizia.

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