In “Rinascita-Scott” la metastasi trasversale della politica vibonese – Video

Giamborino e non solo. Dalle primarie del 2015 ad oggi, divisioni, trasversalismi, accordi inconfessabili, transumanze di migliaia di voti e inquinamenti mafiosi
Giamborino e non solo. Dalle primarie del 2015 ad oggi, divisioni, trasversalismi, accordi inconfessabili, transumanze di migliaia di voti e inquinamenti mafiosi
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«“La verità storica, se io non ti ho voluto a sindaco, prima o poi uscirà fuori! Non sono stato io, è stato quel miserabile di Mirabello, che mi ha rovinato e messo in queste condizioni”, una settimana prima, non ora che ha perso! “Eh questo, Enzo Insardà… ed altri minori”, disse. E io gli dissi “Lo vedi Bruno? Non vogliono i tuoi, quindi pure che noi facevamo la pace…”. “No, i miei, se vinco, li prendo a calci in culo questa volta…”».

Rinascita-Scott: il procacciamento dei voti a Vibo e le preferenze dei clan

Le intercettazioni agli atti dell’indagine “Rinascita Scott” sono utili non solo a delineare la geografia e la pervasività delle cosche, ma anche a ricostruire parte della storia politica della città di Vibo Valentia, almeno quella recente. L’indagato chiave è Pietro Giamborino, che intercettato dai carabinieri del Ros riporta ad un suo interlocutore – ormai acquisito il risultato delle elezioni politiche 2018 – il contenuto di un suo casuale incontro, una settimana prima di quella chiamata alle urne, con il rivale di sempre, il deputato uscente Bruno Censore, il quale – speranzoso di recuperare terreno e battere la concorrenza di Wanda Ferro e Dalila Nesci, affinché potesse tornare alla Camera – si sarebbe lanciato in un accorato sfogo alla vigilia del voto.

La ‘ndrangheta vibonese nelle politiche del 2018, Giamborino: «Si prendono tutto con la mafia»

Le loro strade s’erano divise alle primarie del 2015 per la designazione del candidato a sindaco del centrosinistra, le stesse che l’ex consigliere regionale finito al centro dell’inchiesta di Dda di Catanzaro e carabinieri, denunciò essersi svolte in un clima «da Gomorra» e certo non per colpa di Mirabello e Insardà, ma in ragione di certi comportamenti paramafiosi tenuti da altre figure che avrebbero penalizzato la libera formazione del consenso.

Allora Censore, all’apice della sua influenza e forte del patto d’acciaio con Vito Pitaro, che tre anni dopo diverrà consigliere regionale col centrodestra, sostenne il notaio Antonio Lo Schiavo, che vinse le primarie e poi sfidò e perse contro Elio Costa, sostenuto da una coalizione civica chiaramente appoggiata dal centrodestra. Un presunto “tradimento” verso Pietro Giamborino che il deputato dem avrebbe provato a giustificare, attribuendo la responsabilità ai suoi compagni di partito: Michele Mirabello, allora consigliere regionale del Pd, e Enzo Insardà, segretario provinciale. Questa ricostruzione sarebbe stata riportata anche ad altri suoi interlocutori, tra cui Nicola Adamo, potente ex assessore regionale che alla vigilia della tornata 2018 provò inutilmente a risanare i rapporti tra gli stessi Giamborino e Censore.

“Rinascita-Scott”: l’affiliazione alla ‘ndrangheta di Giamborino

Ribadiamo: Bruno Censore non è indagato. E, anche se sarebbe oltremodo superfluo, precisiamo che sia Michele Mirabello che Vincenzo Insardà nulla c’entrano con l’indagine della Dda di Catanzaro.

La formidabile attività investigativa del Ros è stata protesa ad acquisire i riscontri alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Raffaele Moscato e Andrea Mantella, sui legami storici e attuali, di Pietro Giamborino con figure di primo piano piano dello scacchiere criminale locale, in particolare con i cugini, Pino Galati, figura apicale della società mafiosa di Piscopio, e Giovanni Giamborino, presunto factotum del superboss Luigi Mancuso. Ma quegli stessi riscontri – sufficienti alla Dda per chiedere e ottenere da un giudice terzo la misura restrittiva – sono stati utili anche per delineare uno scenario segnato da lacerazioni politiche (ed in ciò rientrerebbe il “niet” di Mirabello e Insardà a Giamborino nelle primarie del 2015), accordi sottobanco (come la spasmodica ricerca di consensi elettorali anche sul fronte politico avverso, nel solco del più spregiudicato trasversalismo), e nel quale – soprattutto – il sospetto inquinamento dello scenario politico va oltre lo stesso ex consigliere regionale del Partito democratico.

“Rinascita”: i lavori pubblici a Vibo “manovrati” da Giamborino e Adamo

Sospetti sulle primarie del 2015 e sulle elezioni amministrative successive che decretarono l’elezione a Palazzo Luigi Razza di altre figure poi coinvolte nell’inchiesta “Rinascita Scott”: Alfredo Lo Bianco, consigliere di maggioranza nell’amministrazione Costa e oggi all’opposizione con l’amministrazione Limardo; Vincenzo De Filippis, assessore nell’amministrazione Costa. Sospetti perfino sulle politiche del 2018. Un excursus storico che ha prodotto l’assetto politico-istituzionale che nell’attualità conosce Vibo Valentia.

Oggi è Pietro Giamborino sott’inchiesta, che sconta – parafrasando il Ros – le sue contraddizioni e la coesistenza, in sé, di due anime, quella pubblica «volutamente integerrima dell’uomo politico» e quella «intima e segreta» evidentemente incapace di recidere i suoi rapporti con figure di primo piano nel crimine organizzato. Ma l’informativa del reparto d’élite dell’Arma sulla sua figura, acquisita agli atti del procedimento “Rinascita Scott”, si traduce anche nella fotografia lucida di una metastasi generale, in cui il carrierismo sfrenato e la ricerca ad ogni costo di un posto di potere lautamente retribuito, la transumanza di migliaia di voti da una parte all’altra, la logica del favore e della sottomissione, hanno creato le condizioni per un’infiltrazione diffusa e trasversale. Qui dove non s’impara mai e dove tutto cambia per non cambiare, “Rinascita Scott” ha aperto una breccia molto più importante di quanto ancora non si percepisca e non sembra affatto un punto di arrivo, ma di partenza.