‘Ndrangheta: la Suprema Corte conferma l’ergastolo a Pantaleone Mancuso

La Cassazione dichiara inammissibile il suo ricorso straordinario avverso la sentenza definitiva scaturita dall’operazione “Gringia”
La Cassazione dichiara inammissibile il suo ricorso straordinario avverso la sentenza definitiva scaturita dall’operazione “Gringia”
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Pantaleone Mancuso (Scarpuni)

La quinta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo con isolamento diurno per un anno nei confronti del boss Pantaleone Mancuso, 59 anni, detto “Scarpuni”, di Limbadi, ma residente a Nicotera Marina, rimediata al termine dell’operazione antimafia denominata “Gringia”. La Suprema Corte ha infatti dichiarato inammissibile il suo ricorso avverso la condanna definitiva rimediata il 2 aprile dello scorso. I giudici della Cassazione hanno respinto il suo ricorso straordinario per errore materiale o di fatto, con riferimento ai risultati delle intercettazioni disposte nell’ambito del procedimento conclusosi con la sua condanna laddove le stesse sarebbero state effettuate – secondo il ricorrente – ponendo  in essere una procedura derogatoria dei normali meccanismi di registrazione (l’inadeguatezza tecnica delle microspie installate all’interno del bar Tony di Nicotera Marina a trasmettere il segnale che ha reso necessario registrare le tracce sul supporto ivi collocato per poi essere riversate, a cura della polizia giudiziaria, prima in Dvd e poi, attraverso i Dvd, nel server della Procura della Repubblica) senza che ricorressero le condizioni previste dalla legge. [Continua]

Pantaleone Mancuso lamentava altresì l’omessa considerazione da parte del Collegio giudicante di una serie di rilievi contenuti nel ricorso, attinenti all’attendibilità delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Bono Daniele; alla ritenuta convergenza tra le dichiarazioni del Bono e quelle di Nicola Figliuzzi; ai risultati dell’attività di polizia giudiziaria, ritenuta idonea a riscontrare le dichiarazioni del Bono.

Per la Cassazione rimangono del tutto estranei all’area dell’errore di fatto – e sono, quindi, inoppugnabiligli errori di valutazione e di giudizio dovuti ad una non corretta interpretazione degli atti del processo di Cassazione. Per i giudici, Pantaleone Mancuso “non ha indicato in che termini le omissioni e gli errori denunciati debbano ritenersi decisivi nel senso che, ove non fossero stati commessi, avrebbero condotto ad una decisione incontrovertibilmente diversa da quella adottata nei confronti dello stesso Mancuso”.

La sentenza del 9 aprile 2019, oltre a quella di Pantaleone Mancuso, ha fatto registrare le condanne all’ergastolo anche per i fratelli Saverio, Salvatore e Giuseppe Patania, di 44, 42 e 40 anni, tutti di Stefanaconi. Condanna all’ergastolo pure per la madre Giuseppina Iacopetta, 66 anni, vedova di Fortunato Patania, ucciso nel settembre 2011. La Iacopetta è stata ritenuta la mandante degli omicidi di Francesco Scrugli in concorso con i figli, nonchè mandante del tentato omicidio di Francesco Meddis. Le altre due condanne al carcere a vita sono state quelle di Cristian Loielo, 29 anni, di Sant’Angelo di Gerocarne; Salvatore Callea, 53 anni, di Oppido Mamertina. Condanna a 30 anni di reclusione a testa per: Francesco Lopreiato, 34 anni, di San Gregorio d’Ippona e Giuseppe Comito, 43 anni, di Vibo Marina, da qualche mese passato fra i collaboratori di giustizia.                                                                          

Gli omicidi contestati nell’operazione “Gringia” sono stati quelli di: Michele Mario Fiorillo (16 settembre 2011), Giuseppe Matina (20 febbraio 2012), Francesco Scrugli (21 marzo 2012), Davide Fortuna (6 luglio 2012). Sei invece i tentati omicidi: Rosario Fiorillo (14 dicembre 2011), Francesco Calafati (21 marzo 2012), Francesco Scrugli (11 febbraio 2012), Rosario Battaglia e Raffaele Moscato ( 21 marzo 2012), Francesco Meddis (26 giugno 2012). Pantaleone Mancuso è stato ritenuto fra i mandanti dell’agguato in cui ha perso la vita Francesco Scrugli e sono rimasti feriti Rosario Battaglia e Raffaele Moscato. Mancuso avrebbe rifornito di armi “finanziando” la guerra di mafia del clan Patania contro i Piscopisani e contro il clan Bartolotta di Stefanaconi.