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Torna libera Caterina Soriano ma solo in virtù delle condizioni di salute. Ravvisati i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di fuga. Atti trasmessi alla Dda

Cronaca

Convalidati dal gip del Tribunale di Vibo Valentia, Graziamaria Monaco, cinque fermi su sei emessi dal pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, dal procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri e dal procuratore capo, Nicola Gratteri, nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Nemea” contro il clan Soriano di Filandari. In particolare, il giudice ha convalidato il fermo di: Leone Soriano, 52 anni, di Pizzinni di Filandari, Graziella Silipigni, 47 anni, di Pizzinni di Filandari, cognata di Leone Soriano; Giacomo Cichello, 31 anni, di Filandari; Luca Ciconte, 26 anni, di Sorianello, di fatto domiciliato a Pizzinni di Filandari (marito di Caterina Soriano, figlia della Silipigni); Francesco Parrotta, 35 anni, di Filandari. Nei confronti di tali indagati, il gip, dopo il fermo ha contestualmente applicato la misura della custodia cautelare in carcere per i reati provvisoriamente ascrittigli. 

Leone Soriano

Non convalidato, invece, il fermo di Caterina Soriano, 28 anni, figlia di Graziella Silipigni. Nei suoi confronti il gip ha ritenuto “gravi” gli indizi di colpevolezza in ordine al reato di detenzione ai fini di spaccio di marijuana, eroina e cocaina. Tuttavia non ricorrono le esigenze cautelari per via delle specifiche condizioni di salute della donna, che si trova in stato di gravidanza, ed anche in virtù del fatto che gli altri concorrenti nei reati si trovano in carcere. Dopo la convalida dei fermi e le misure cautelari, il gip Graziamaria Monaco ha infine dichiarato la propria incompatibilità funzionale e territoriale (trattandosi di reati aggravati dalle modalità e dalle finalità mafiose), disponendo la conseguente trasmissione degli atti al pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro affinchè inoltri al competente gip distrettuale una nuova richiesta di misure cautelari. 

 Le motivazioni del gip di Vibo. Nel ritenere sussistente la gravità indiziaria per tutti gli indagati – che restano infatti in carcere – il gip nella sua ordinanza di convalida del fermo e di indiziato di delitto e contestale applicazione di misura cautelare personale sottolinea che da siffatte “spiccate personalità delinquenziali non può ragionevolmente attendersi la pedissequa osservanza delle prescrizioni inerenti a misure più gradate” del carcere che sarebbero “completamente inidonee a scongiurare i ravvisati rischi di inquinamento probatorio” e di concreto pericolo di fuga. Sussiste poi nel caso di specie un pericolo di reiterazione dei reati, tutti gravi ed aggravati dalle modalità mafiose e che vanno dall’estorsione, al danneggiamento mediante incendio, dalla detenzione e porto illegale in luogo pubblico di armi da sparo sino alla minaccia aggravata, alla calunnia ed alla detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Il pericolo di fuga viene motivato anche dal fatto che gli indagati dell’operazione “Nemea” nelle intercettazioni si dicevano certi di un’imminente retata che sarebbe stata preannunciata loro dal fratello di un appartenente alle forze dell’ordine ancora da identificare. 

Leone Soriano avrebbe inoltre dimostrato totale spregio delle regole inerenti la sorveglianza speciale alle quali è sottoposto, proclività a compiere delitti e “pervicacia nel perseguimento del suo programma criminoso” che prevedeva anche un attentato con una bomba alla caserma dei carabinieri di Filandari. Nel mirino, in particolare, il comandante della Stazione, il maresciallo Salvatore Todaro. 

Fra i difensori gli avvocati: Daniela Garisto, Sergio Rotundo, Giovanni Vecchio, Diego Brancia. Per Emanuele Mancuso, difesso dall'avvocato Francesco Sabatino, dovrà pronunciarsi il gip di Reggio Calabria. 

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