Le immagini delle telecamere raccontano più di qualsiasi ricostruzione. Mercoledì sera, nella zona industriale di Vibo Valentia, un’auto si ferma, uno degli occupanti scende, imbraccia un fucile e spara contro una saracinesca chiusa. È uno dei passaggi del raid intimidatorio che ha colpito cinque aziende nel giro di pochi minuti, lasciando dietro di sé vetri infranti, lamiere crivellate e una scia di inquietudine.

I colpi di calibro 12 hanno raggiunto non solo la Sud Edil Ferro, ma anche la Metal Sud, due aziende agricole — Colloca e Baldo — e la Kernel, tutte collocate a breve distanza l’una dall’altra. I segni degli spari sono ancora visibili: «Otto fori sulla saracinesca», mostra un dipendente abbassando la serranda.

Le indagini e il peso delle immagini

La squadra mobile di Vibo Valentia ha acquisito i filmati degli impianti di videosorveglianza poche ore dopo l’accaduto. È da lì che si prova a risalire agli autori che hanno agito in un orario tutt’altro che isolato: le nove di sera

«Ti chiedi dove siamo»: il racconto di Costantino Foti

Nel suo ufficio, Costantino Foti, titolare della Sud Edil Ferro, rivede le immagini: «Questa è la telecamera che ha ripreso tutto… si vede un uomo con il volto travisato imbracciare un fucile ed esplodere i colpi. Sembra una scena da Far West». L’orario lo colpisce più di ogni altra cosa: «È stato verso le nove di sera… non è stato nemmeno di notte». E poi la dinamica: «C’era un camion fermo davanti al cancello. Si vede il malvivente bypassare il camion, raggiungere il cancello ed esplodere due colpi contro la serranda».

«Non è la prima volta»

Per Foti non si tratta di un episodio isolato. La memoria torna indietro: «È la quarta intimidazione che subiamo». E ricorda: «Parecchi anni fa, sempre la stessa serranda. Poi un’altra hanno lasciato i bossoli e ancora, 15-20 anni fa, hanno sparato a casa dei miei genitori».

L’effetto, ogni volta, è lo stesso: «Non è una bella esperienza. Essere chiamato all’una e mezza di notte per dirti che hanno trovato proiettili davanti al cancello. Si perde la tranquillità. Non dico che siamo abituati a queste azioni, ma siamo abituati a conviverci».

Il lavoro e la paura

L’azienda dà lavoro a quindici persone: «Era il '92 quando mio padre iniziò l'attività». Poi l'amarezza: «Già è dura andare avanti tra aumenti dei prezzi e difficoltà a farsi pagare le commesse. Poi arrivano questi avvertimenti che ti fanno perdere la tranquillità e non ti fanno dormire la notte».

Pensa ai suoi dipendenti e alla famiglia: «Quando gliel'ho comunicato si sono presi un po’ di panico. Io mi sono fatto il callo, loro no».

«Cinque aziende insieme»

Il dato che più colpisce è la simultaneità degli attacchi: «Farlo pure a cinque aziende contemporaneamente dimostra la spavalderia arrogante di queste persone». Un’azione che, secondo gli investigatori, potrebbe inserirsi nella pista del racket delle estorsioni.

La zona è coperta da sistemi di videosorveglianza: «È piena di telecamere. La polizia ha acquisito tutto».

La richiesta e la scelta di restare

Foti non usa mezzi termini su ciò che serve: «Chiedo maggiore presenza delle istituzioni sul territorio… che queste cose non succedano più». E poi il pensiero va alle nuove generazioni: «Noi ci siamo fatti il callo… ma i nostri figli? Secondo me se ne andranno via».

Nonostante tutto, la decisione è presa: «Andremo avanti per la nostra strada… non ci facciamo intimorire». Una frase che chiude il racconto come un impegno, mentre fuori, sulle saracinesche, i segni degli spari restano a ricordare quanto accaduto.