Le motivazioni dei giudici delineano comportamenti omissivi del rieletto primo cittadino «venendo meno, in misura significativa, ai propri doveri». Clan favoriti con affidamenti diretti ed una «mala gestio nell’amministrazione della cosa pubblica». Provato il sostegno elettorale nel 2018 del boss Tonino La Rosa
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Sono state depositate dal Tribunale di Vibo Valentia (sezione civile, presidente estensore Giulia Orefice, giudici Ida Cuffaro e Eugenia Di Bella) le motivazioni della sentenza con la quale è stato dichiarato incandidabile per due turni elettorali Giovanni Macrì, eletto sindaco di Tropea nell’ottobre del 2018 e ritenuto responsabile dello scioglimento degli organi elettivi dell’ente per infiltrazioni mafiose (aprile 2024). I giudici hanno affermato la “sussistenza dei presupposti per la dichiarazione di incandidabilità” di Giovanni Macrì che non potrà così essere candidato per ben due turni elettorali (successivi allo scioglimento del Consiglio) per le elezioni comunali, circoscrizionali, provinciali, regionali, per la Camera dei deputati, per il Senato e per il Parlamento Europeo. Giovanni Macrì si è però ripresentato ugualmente alle ultime comunali ed è stato rieletto sindaco.
Il sostegno elettorale del clan La Rosa a Macrì
La sentenza, dettagliata quanto dura (composta da 48 pagine), tocca direttamente la tenuta antimafia dell’amministrazione comunale di Tropea e la permeabilità dell’ente. I giudici chiariscono che il procedimento giurisdizionale di incandidabilità deve “ritenersi autonomo rispetto a quello penale” in quanto per “la misura interdittiva elettorale è sufficiente che l’amministratore sia stato in colpa nella cattiva gestione della cosa pubblica, aperta alle ingerenze e alle pressioni delle associazioni criminali”. Il Ministero dell’Interno ha in particolare contestato “la presenza di una mala gestio caratterizzata da affidamenti diretti reiterati, frazionamento artificioso degli appalti e proroghe contrattuali in assenza dei presupposti normativi, evidenziando come tali condotte, considerate nel loro complesso, abbiano determinato una concentrazione degli affidamenti in favore di operatori economici ritenuti contigui ad ambienti criminali”.
Dalle intercettazioni eseguite dalla Dda di Catanzaro è emersa – ad avviso del Ministero dell’Interno – la “chiara manifestazione di volontà” del boss Tonino La Rosa di “orientare il voto proprio e del proprio entourage in favore del candidato a sindaco Giovanni Macrì nelle comunali del 2018. Ciò sarebbe anche confermato – secondo il Viminale – dal richiamo a un candidato a consigliere comunale nella lista “Forza Tropea”. Per il Tribunale di Vibo, “il contenuto dell’intercettazione, pur non rivelando l’esistenza di un accordo strutturato, evidenzia chiaramente un interesse diretto dell’esponente apicale della cosca all’esito delle elezioni, accompagnato dall’intenzione di orientare il comportamento elettorale di una pluralità di soggetti a lui vicini”. Tale dato “non è un fatto neutro, inserendosi in una dinamica di influenza tipica delle organizzazioni criminali. Ciò che rileva è la plausibilità di un coinvolgimento della cosca nella dinamica elettorale, anche solo in termini di appoggio o indirizzo”. In tale ottica, per il Tribunale di Vibo, “il sostegno elettorale proveniente dalla cosca è idoneo a concorrere alla ricostruzione di un contesto complessivo di permeabilità dell’amministrazione alle influenze della criminalità organizzata”.
Le foto con la moglie del boss
Si tratta di cene e compleanni che ritraggono la moglie del sindaco, Debora De Vita, e la madre dell’assessore Greta Trecate, vale a dire Amanda Pizzarelli, in compagnia di Tomasina Certo (moglie del boss Tonino La Rosa). In una foto – pubblicata dalle stesse protagoniste sui Social – era inoltre presente la compagna del pluripregiudicato per mafia Domenico Polito. Per Tomasina Certo, la Dda di Catanzaro il 17 marzo scorso ha chiesto 16 anni di reclusione nel processo Maestrale, mentre la stessa si trova a giudizio anche per l’inchiesta “Call Me”. Per le difese di Giovanni Macrì e Greta Trecate, si tratta di “relazioni che attengono esclusivamente a rapporti sociali, familiari o di mera conoscenza, fisiologici in un contesto territoriale di ridotte dimensioni, con le fotografie che rappresentano momenti pubblici privi di significato giuridico”. Non così per il Tribunale di Vibo poiché tali fotografie “non possono essere degradate a fatti irrilevanti ed assumono la natura di indizi concorrenti, il cui significato emerge ove inseriti in una valutazione complessiva”. Inoltre il solo fatto che il Comune di Tropea si sia costituito parte civile nei processi di mafia è per il Tribunale “non idoneo a neutralizzare la valenza delle frequentazioni documentate, le quali attengono a un diverso piano - quello delle relazioni personali e ambientali - rispetto all’attività processuale dell’ente”.
L’acquisto dell’auto da parte del sindaco
“Ulteriore vicenda – aveva sottolineato il ministro nella relazione di scioglimento – comprovante rapporti e frequentazioni tra il sindaco ed esponenti della criminalità organizzata è l’acquisto da parte del primo cittadino di un autoveicolo – formalmente intestato alla suocera di due esponenti apicali della locale criminalità organizzata – oggetto di misure patrimoniali da parte dell’autorità giudiziaria”. Tale vicenda per il prefetto di Vibo, Paolo Giovanni Grieco, ha rappresentato “un sintomo evidente dell’assoluta vicinanza del sindaco di Tropea agli ambienti della criminalità organizzata", sottolineando che “nessun amministratore locale, o aspirante tale, che impronti il proprio operato a principi di integrità, porrebbe in essere rapporti commerciali con individui controindicati, fornendo evidente appoggio agli stessi al fine di evitare l’applicazione di misure patrimoniali disposte in loro danno”. Nel caso di specie si tratta di una Audi A6 (intestata alla suocera di Tonino La Rosa, persona anziana, sordomuta e priva di patente) sottoposta a provvedimenti di sequestro e confisca da parte del Tribunale di Vibo nel 2007 in danno del boss Antonio La Rosa. Per il Tribunale di Vibo, che ora si è pronunciato in tema di incandidabilità nei confronti di Giovanni Macrì, la “peculiare collocazione temporale e soggettiva dell’acquisto (9 febbraio 2007 quando Macrì era già attivo in politica), avvenuto in immediata prossimità dell’adozione del provvedimento ablativo sul bene (23 febbraio 2007) nei confronti di un soggetto direttamente riconducibile a figure apicali della criminalità locale, conferisce alla vicenda una connotazione non meramente casuale, in quanto la coincidenza tra l’alienazione del bene e l’imminenza della misura di confisca costituisce un elemento oggettivo che, sebbene non dimostrativo di per sé di un rapporto illecito, è idoneo a porsi come indice di anomalia”. L’episodio mantiene per i giudici “una valenza sintomatica di una prossimità del soggetto a esponenti della cosca, quantomeno sotto il profilo della conoscenza, tale da non consentire di escludere profili di permeabilità e opacità”.
Appalti e affidamenti: “Modello gestionale strutturato”
Nella relazione di scioglimento, il ministro dell’Interno Piantedosi ha evidenziato che “nel corso della consiliatura l’amministrazione comunale di Tropea ha effettuato più di 110 affidamenti diretti in favore di una stessa ditta e 61 affidamenti in favore di altra impresa senza che siano state disposte gare”. In sede di incandidabilità, il Ministero ha contestato a Giovanni Macrì che “una parte significativa degli appalti sarebbe stata concentrata in favore di imprese poi risultate contigue a contesti criminali. La reiterazione di tali modalità operative evidenzierebbe non una scelta episodica, ma un modello gestionale strutturato, idoneo a favorire determinati operatori economici con un effetto distorsivo, incidendo sui principi di concorrenza e trasparenza”. Il Tribunale elenca quindi plurimi appalti affidati a ditte con titolari che annoverano molteplici frequentazioni con pluripregiudicati, alimentando quindi “un modello gestionale suscettibile di favorire, anche indirettamente, l’inserimento di operatori economici contigui alla criminalità organizzata” e spesso si sarebbe verificata “una dissociazione tra affidamento formale ed esecuzione sostanziale delle opere e una conseguente intrusione della cosca nella fase operativa degli appalti pubblici”. Per i giudici, le “criticità evidenziate, valutate nel loro insieme e relative ai settori della pubblica illuminazione, manutenzione rete fognaria e idrica, refezione scolastica e manutenzione stradale delineano un quadro di gestione non pienamente conforme ai canoni di imparzialità”. Una delle ditte in questione, aggiudicataria degli affidamenti, viene descritta come “inserita in una rete economico-criminale funzionale alla penetrazione della cosca nel sistema degli appalti pubblici”.
Per quanto riguarda l’affidamento diretto da parte del Comune ad un ristorante di diverse “cene istituzionali”, ristorante risultato essere “un abituale ritrovo di soggetti appartenenti alla locale cosca”, per i giudici “la scelta amministrativa non appare improntata a un rigoroso criterio di selezione del contraente sotto il profilo dell’opportunità e del contesto ambientale”.
Le colpe di Giovanni Macrì
Per il Tribunale di Vibo, gli elementi raccolti “nel loro insieme lasciano trasparire la configurabilità di un canale privilegiato nell’affidamento di servizi e lavori, nonché una complessiva disponibilità dell’amministrazione a recepire le sollecitazioni di determinati operatori economici. La riconducibilità di tali dinamiche alla figura del sindaco Giovanni Macrì può essere desunta da una pluralità di elementi convergenti: irregolarità amministrative; sostegno elettorale assicurato dall’esponente apicale del clan dei La Rosa allo stesso sindaco; frequentazioni e relazioni personali anche nei confronti di altri esponenti della propria lista elettorale; contesto soggettivo e temporale dell’acquisto dell’auto; ingerenza nelle attività di competenza dell’ufficio tecnico”. Tali circostanze, per i giudici, delineano una “relazione non episodica, ma strutturata, tra il soggetto e l’azione amministrativa, apparendo difficilmente plausibile ritenere che Giovanni Macrì, dotato di approfondita conoscenza del limitato contesto territoriale in cui opera, possa aver ignorato in modo sistematico i legami intercorrenti tra gli interlocutori dell’amministrazione comunale e le cosche di ‘ndrangheta”. Tale “significatività del quadro indiziario complessivo, evidenzia – rimarca il Tribunale – una interazione non meramente occasionale con ambienti caratterizzati da contiguità criminale”. Le condotte del sindaco Giovanni Macrì vengono dunque definite dai giudici come “omissive, caratterizzandosi per una complessiva inerzia colposa e una deviazione rispetto agli obiettivi di corretta gestione amministrativa, mostrando una tendenza a consentire, o comunque a non impedire, l’operatività di soggetti inseriti in contesti contigui alla criminalità organizzata”. Per i giudici, Giovanni Macrì è “venuto meno, in misura significativa, ai propri doveri di vigilanza e controllo sull’apparato amministrativo dell’Ente, dando luogo a modalità di esercizio delle funzioni non sempre coerenti con i principi di efficienza e buon andamento dell’azione amministrativa. In particolare, la reiterazione di prassi gestionali non pienamente lineari appare sintomatica di una gestione non adeguatamente rigorosa, suscettibile di compromettere il corretto perseguimento degli interessi pubblici”.
L’amministrazione comunale di Tropea è inoltre rimasta inadempiente nel dare esecutività a provvedimenti formalmente adottati nei confronti di Domenico La Rosa (cl ’38, patriarca dell’omonimo clan) relativi ad abusi edilizi su un immobile Aterp illecitamente occupato. Per i giudici, la “distanza temporale tra l’insorgere della situazione abusiva e l’effettiva esecuzione dei provvedimenti repressivi – ben 4 anni – evidenzia non tanto una volontà omissiva, quanto una debolezza nella capacità dell’ente di assicurare una reazione pronta e incisiva”.
La valutazione complessiva
In una valutazione complessiva, tutto ciò – unitamente alla concessione di una benemerenza al dipendente comunale Franco Trecate poi coinvolto nello scandalo del “Cimitero degli orrori” – costituisce per il Tribunale di Vibo un indice “concreto, rilevante e convergente di gravi disfunzioni”, dando all’esterno l’immagine di un’amministrazione “non pienamente impermeabile alle dinamiche del contesto criminale, contribuendo a radicare la percezione di una possibile condizione di opacità ed ingerenza, con una gestione non adeguata della cosa pubblica”, contribuendo a delineare “una situazione complessiva di cattiva gestione amministrativa, imputabile quantomeno a titolo di colpa all’amministratore Giovanni Macrì coinvolto”.
La posizione di Greta Trecate
Per il Tribunale, l’assessore agli Affari generali Greta Trecate ha “un rapporto di parentela con soggetti gravati da precedenti e da condanne per associazione di stampo mafioso, nonché ha frequentazioni personali e parentali con soggetti pregiudicati o comunque contigui ad ambienti criminali”. Tali circostanze, tuttavia, per i giudici non si traducono automaticamente in una incandidabilità poiché anche la vicenda del “Cimitero degli orrori”, attribuita allo zio Franco Trecate, “non risulta eziologicamente ricollegabile alla condotta della stessa come assessore”. Da ricordare che Greta Trecate, unitamente alla riconfermata assessore Caterina Marzolo, è stata prima delle elezioni del 24 e 25 Maggio scorso dichiarata “impresentabile” dalla Commissione parlamentare antimafia e la stessa risulta (unitamente ai rieletti Franco Addolorato, primo cugino dei fratelli La Rosa, e Carmine Godano) tra le firmatarie del ricorso ai giudici amministrativi (Tar e Consiglio di Stato) per chiedere l’annullamento dello scioglimento del Comune di Tropea per infiltrazioni mafiose (ricorso perso).
Il Ministero, l’Avvocatura dello Stato e le notifiche
Il Ministero dell’Interno – attraverso l’Avvocatura dello Stato – dovrà ora notificare in tempi celeri il decreto di incandidabilità sia al rieletto sindaco Giovanni Macrì, quanto ai suoi avvocati. In caso di immediata notifica, infatti, lo stesso sindaco avrà 30 giorni di tempo per presentare appello contro il verdetto di incandidabilità e il termine decorre dal giorno successivo alla notifica ad opera della controparte. Al tempo stesso, il Ministero dell’Interno potrà anche appellare il verdetto per l’assessore Greta Trecate. Nel caso in cui il Ministero dell’Interno, attraverso l’Avvocatura dello Stato, dovesse tardare con le notifiche, Giovanni Macrì avrà invece un arco temporale più lungo – 6 mesi dalla pubblicazione della sentenza – per presentare appello. Stesso discorso per un eventuale giudizio in Cassazione. Tutto ciò vuol dire che il giudizio di incandidabilità, se le notifiche ad opera della controparte saranno immediate, potrebbe concludersi in via definitiva anche entro un anno e mezzo.

