La seconda sezione penale della Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per Cassazione presentato dalla Procura Generale di Catanzaro avverso l’ordinanza del 15 luglio scorso con la quale la Corte d’Appello aveva bloccato il processo nato da un’operazione antimafia della Dda con al centro delle contestazioni alcune estorsioni consumate nella città di Vibo Valentia.
Il provvedimento della Corte d’Appello, impugnato dalla Procura generale, aveva dichiarato inammissibile l'appello della Dda contro le assoluzioni di primo grado decise dal Tribunale di Vibo Valentia il 9 luglio dello scorso anno. In particolare, la Corte d’Appello di Catanzaro il 15 luglio scorso aveva dichiarato inammissibile l’appello della Procura poiché presentato in formato cartaceo anziché tramite il portale telematico. I giudici di secondo grado hanno sostenuto che, a partire dal 1° gennaio 2025, per i procedimenti ordinari definiti in primo grado sussiste l'obbligo esclusivo del deposito digitale, pena l’inammissibilità. Tesi, quest’ultima, non condivisa dalla Procura Generale che nel ricorso in Cassazione sosteneva invece che tale obbligo digitale partisse solo dal 2027, con la conseguenza che il deposito cartaceo effettuato dalla Dda di Catanzaro nel novembre 2025, secondo la Procura Generale, doveva essere considerato perfettamente legittimo e tempestivo. Una tesi, questa, bocciata dalla seconda sezione della Suprema Corte che ha ritenuto inammissibile il ricorso in Cassazione.

Gli imputati in Cassazione

In particolare, la Cassazione aveva fissato il ricorso per i seguenti imputati: Salvatore Morelli, 43 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado (erano stati chiesti 12 anni); Andrea Mantella, di 54 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado (collaboratore di giustizia, chiesti 6 anni); Domenico Camillò, 32 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado; Domenico Macrì, detto “Mommo”, di 42 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado (la Dda aveva chiesto 10 anni); Francesco Antonio Pardea, 39 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado (chiesti 12 anni); Salvatore Mantella, 52 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado; Vincenzo Mantella, 40 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado; Andrea Ruffa, 32 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado (erano stati chiesti 7 anni); Domenico Serra, 34 anni, di Vibo Valentia, assolto in primo grado (erano stati chiesti 7 anni); Michele Manco, di 38 anni, di Vibo Valentia, condannato in primo grado a 6 anni e 3 mesi di reclusione. Per Michele Manco il processo di secondo grado è ancora in corso per le contestazioni per le quali è stato condannato in primo grado e che non sono state interessate dalla dichiarazione di inammissibilità della Corte d’Appello. Per tutte le altre posizioni resta quindi ferma la sentenza di primo grado – quindi le assoluzioni – avendo la Procura di Catanzaro presentato appello in modalità che anche la Cassazione ha ritenuto come non consentite. Le assoluzioni diventano quindi definitive per nove imputati su dieci. Il processo d’appello continuerà solo per Michele Manco che si trova detenuto per tale procedimento e nei cui confronti la Dda aveva chiesto in primo grado 21 anni di reclusione (difeso dall’avvocato Walter Franzè).
Michele Manco in primo grado è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e dichiarato in stato di interdizione legale per la durata della pena, oltre a riportare la condanna per il risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili: “Costruzioni Lucia Srl”, “De Nisi Srl”, “Stagno Aedil Srl” e Cirillo Alessandro, quale legale rappresentante pro tempore della “Edil Costruzioni Srl”. Per la determinazione dei danni il Tribunale di Vibo aveva rimesso le parti davanti al giudice civile. Manco in primo grado aveva incassato invece l’assoluzione che per cinque capi d’imputazione (con le accuse di associazione mafiosa, tentata estorsione, danneggiamento seguito da incendio) diviene quindi definitiva anche per lui.

Il nuovo ospedale di Vibo e le ditte nel “mirino”

Michele Manco è stato ritenuto colpevole in primo grado per il reato di tentata estorsione, aggravata dal metodo mafioso, ai danni delle ditte impegnate nei lavori di costruzione del nuovo ospedale di Vibo. Il metodo mafioso per i giudici è confermato dalla frase “Dì al tuo capo che si è dimenticato degli amici, la prossima volta spariamo” che Michele Manco avrebbe rivolto ad alcuni operai recandosi con l’auto sul cantiere del nuovo ospedale nel giugno e nel luglio del 2020. Sul cantiere era impegnata la ditta Costruzioni Lucia Srl che stava eseguendo le opere complementari alla realizzazione del nuovo ospedale. Ad “incastrare” Michele Manco, la testimonianza del direttore tecnico della ditta e degli operai impegnati nel cantiere, uno dei quali ha effettuato un riconoscimento fotografico.

Gli altri imputati assolti

Alcuni imputati erano rimasti coinvolti (e sono stati poi condannati) nel maxiprocesso Rinascita Scott, come Domenico Macrì e Francesco Antonio Pardea, ritornati in libertà a dicembre dello scorso anno per scadenza dei termini massimi di custodia cautelare e destinatari poi della misura della sorveglianza speciale. Nei loro confronti – unitamente a Salvatore Morelli – in primo grado i giudici del Tribunale di Vibo Valentia avevano ritenuto la mancanza di prove per dimostrare la “continuità” dell’associazione mafiosa perseguita inizialmente con l’inchiesta Rinascita Scott. Da qui le assoluzioni (divenute ora definitive con l'inammissibilità dell’appello decisa pure dalla Cassazione) poiché i rapporti tra gli imputati, secondo i giudici, non hanno offerto certezze sull’attualità di una struttura criminale che possa definirsi mafiosa. Anche le dichiarazioni rese da diversi collaboratori di giustizia (Bartolomeo Arena, Adrea Mantella, Michele Camillò e Gaetano Cannatà) per i giudici di primo grado si arrestano “a epoche precedenti e non risultano idonee a dimostrare la continuità operativa dell’associazione mafiosa nel periodo contestato”, vale a dire il clan Pardea, oltre alla mancanza di riscontri a quelle dichiarazioni. L’inchiesta era stata condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo e dalla locale Guardia di finanza. Un’indagine che mirava a fare luce su diversi episodi estorsivi – aggravati dalle modalità mafiose – commessi a Vibo Valentia fra il 2009 e il 2022. In particolare erano state ricostruite: un’estorsione commessa nel 2009 ai danni un’impresa edile impegnata in lavori di movimento terra e riqualificazione urbana, per un ammontare di ventimila euro; un’estorsione commessa tra il 2015 e il 2017 all’impresa aggiudicataria della raccolta dei rifiuti urbani, per una cospicua somma di denaro (nel medesimo contesto il 20 aprile 2016 la ditta ha subito l’incendio di autocompattatore il cui autista veniva minacciato con una pistola); quattro tentate estorsioni ai danni di altrettante ditte (una delle quali aggiudicataria nel 2018 della raccolta dei rifiuti urbani di Vibo Valentia e le altre impegnate dal 2021 al 2022 in lavori di riqualificazione di edifici – ecobonus 110%). Nel processo anche le vessazioni ai danni dell’imprenditore Gregorio Farfaglia.

Il collegio di difesa

Questi gli avvocati impegnati nel collegio di difesa in Cassazione: Giovanni Vecchio e Giuseppe Di Renzo (per Salvatore Morelli),Stefano Luciano e Francesco Sabatino (per Domenico Macrì), Manfredo Fiormonti (per Andrea Mantella), Giuseppe Di Renzo (per Domenico Serra), Diego Brancia e Renzo Andricciola (per Francesco Antonio Pardea), Guido Contestabile e Salvatore Pronestì (per Domenico Camillò), Diego Brancia (per Salvatore Mantella), Vittoria Corbo (per Andrea Ruffa), Francesco Sabatino (per Vincenzo Mantella e Michele Manco).