E’ stato dichiarato inammissibile dalla prima sezione penale della Cassazione il ricorso di Giuseppe Taverniti, 49 anni, di Gerocarne, residente a Brandizzo, provincia di Torino, coinvolto nell’operazione antimafia della Dda di Catanzaro denominata Habanero. Resta dunque confermata l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip distrettuale nel giugno del 2024, così come i rigetti da parte dello stesso gip della richiesta di revoca della misura (o sostituzione della misura) e poi anche da parte del Tribunale del Riesame di Catanzaro. Con l’istanza al Riesame, Giuseppe Taverniti aveva dedotto il mutamento della propria posizione tale da “giustificare la richiesta di revoca o sostituzione della misura inframuraria in atto, in eccepita mancanza di elementi attuali e concreti dai quali trarre la sussistenza delle esigenze cautelari, specie a fronte della risalenza dei fatti contestati (circoscritti al periodo ricompreso tra novembre 2017 e marzo 2018). La Cassazione ha però confermato la decisione del Tribunale del Riesame spiegando che molte delle censure mosse non sono consentite in sede di legittimità e in ogni caso sono da ritenersi “reiterative, aspecifiche e manifestamente infondate”. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere applicata a Giuseppe Taverniti fa infatti riferimento ai reati di associazione mafiosa (partecipazione al “locale” di ‘ndrangheta di Ariola di Gerocarne ed alla ‘ndrina Maiolo di Acquaro), turbativa d'asta aggravata dal metodo mafioso, rapina pluriaggravata in concorso, detenzione illecita e porto illegale di armi comuni da sparo. Secondo la Suprema Corte, l'ordinanza genetica impugnata ha fornito una “motivazione congrua e specifica, evidenziando che dagli atti investigativi era emerso che il ricorrente ha avuto rapporti molto stretti non solo con i vertici del sodalizio mafioso, Francesco Maiolo cl ‘83, Francesco Maiolo cl ‘79, ma anche con Angelo Maiolo, considerato il capo dell'omonima cosca”. Il Tribunale del Riesame ha altresì fondato il giudizio prognostico sul “contesto criminale di consumazione dei fatti, sulla gravità intrinseca degli stessi e sulle allarmanti modalità esecutive e finalità, tipicamente mafiose per cui, a fronte di tali evidenze processuali, il rilievo della distanza temporale tra i fatti contestati e l'applicazione della misura custodiale non può essere considerato elemento dirimente, considerata la caratura criminale estrinsecata da Taverniti e la sua annosa intraneità al contesto criminogeno di riferimento”.

Mafia storica sul territorio

Per la Cassazione appare infine “corretta la motivazione del Tribunale in punto di ritenuta persistenza delle esigenze cautelari tenuto conto che si versa in un’ipotesi di mafia storica, radicata da molti anni sul territorio, che ha innestato chiare e consolidate modalità mafiose nel perseguimento dei fini sottesi al programma criminoso, in assenza di altre circostanze che possano indurre a ritenere che Giuseppe Taverniti abbia effettivamente reciso i forti e consolidati legami, di natura familiare, con il contesto mafioso, emergendo invece una partecipazione attiva ad alcune dinamiche del sodalizio per la conservazione della consorteria, al cui interno svolge un ruolo di primo piano”.
Nel novembre scorso la Dda di Catanzaro – al termine del troncone del processo con rito abbreviato relativo all’operazione Habanero – ha chiesto nei confronti di Giuseppe Taverniti la condanna a 15 anni di reclusione. La sentenza dovrebbe essere emessa – unitamente ad altri imputati – nel mese di aprile prossimo.