La chiusura della struttura in seguito a un controllo dei carabinieri ha scatenato una valanga di commenti a sostegno dell’imprenditore, alimentando però anche teorie complottiste contro chi ostacolerebbe il rilancio turistico. Le critiche alla burocrazia sono legittime, ma insinuare che i controlli delle forze dell’ordine facciano parte di una macchinazione significa superare il limite
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Avete presente La Rada a Vibo Marina? Di certo sì, perché per chi è vibonese è anche un punto di riferimento toponomastico: la spiaggia della Rada, la strada della Rada, ci vediamo alla Rada. Ristorante e lido. Un complesso che potrebbe essere preso e calato così com’è a Forte dei Marmi, Capri o Porto Cervo senza sfigurare. Un’eccellenza turistica, nonostante sorga all’ombra dei depositi di carburante che dominano da oltre 60 anni il porto.
Motore di questa realtà è l’imprenditore Francesco Cascasi, che però adesso ha detto «basta, mi arrendo». Da quando Il Vibonese ha raccontato per primo del controllo dei carabinieri che hanno riscontrato una palese irregolarità nella titolarità della concessione demaniale che consente a Cascasi di occupare quel tratto di spiaggia, sulle pagine social del nostro giornale si è riversata una valanga di solidarietà per l’imprenditore con il pallino dello sviluppo turistico di Vibo Marina, dove da oltre vent’anni cerca di realizzare un progetto da 27 milioni di euro che prevede nuovi approdi turistici, alberghi, spa e cantieri navali. Ma prima di metterci mano ha dovuto vincere una causa con il Comune di Vibo iniziata nei primi anni 2000. Alla fine, tra tribunali civili e amministrativi, nel 2024, l’ha spuntata lui e Palazzo Luigi Razza è stato condannato a pagare oltre 3 milioni e mezzo di euro, poi ridotti nell’ambito di un accordo transattivo.
Ora Cascasi dice «basta» perché, a quanto riferisce, l’Autorità portuale gli ha comunicato che gli revocherà la concessione demaniale senza la quale non potrà continuare a tenere sulla spiaggia sdraio e ombrelloni. Alla base della decisione c’è quanto hanno riscontrato i carabinieri: il permesso era in capo a La Rada Srl, mentre il lido era gestito da un’altra società, la Gramaca Srl. Insomma, il titolare della concessione non coincideva con il soggetto che effettivamente gestiva il lido. E non si può fare. Oggi Cascasi punta il dito contro l’Autorità portuale, sostenendo che questa gestione attraverso il subingresso a favore della Gamaca Srl era nota dal 2021 ed è sempre stata autorizzata. Stavolta, a causa di un ritardo burocratico che La Rada Srl imputa alla stessa Authority (la richiesta per il rinnovo sarebbe stata presentata nel marzo scorso), sono arrivati prima i carabinieri, che non hanno potuto fare altro che constatare l’irregolarità e sequestrare le attrezzature balneari. Sequestro che è stato convalidato dal magistrato.
In seguito alla notizia, sui social si è scatenato uno tsunami di solidarietà per Cascasi, con la quasi totalità dei commenti che ne esaltano giustamente la caratura imprenditoriale. Molti, però, vanno oltre il sostegno ed evocano gli immancabili “poteri forti” che avrebbero orchestrato l’incidente amministrativo per “espellere” Cascasi e fargli pagare la sua strenua opposizione alla Meridionale Petroli a Vibo Marina, società della galassia del Gruppo Ludoil. La presenza dei serbatoi di carburante, che rappresentano il principale hub calabrese di idrocarburi, è infatti il principale ostacolo alle ambizioni imprenditoriali di Cascasi, che punta tutto sul rilancio turistico, oggettivamente incompatibile con una presenza così ingombrante come i depositi petroliferi.
Quindi, questa è la teoria che emerge dai commenti degli utenti: i poteri forti avrebbero trovato il modo di tagliargli le gambe cominciando dalla struttura ricettiva più in vista, La Rada appunto. Ad alimentare questa tesi ha contribuito forse indirettamente lo stesso Cascasi, che ha alluso al mancato rinnovo della concessione demaniale come a una sorta di rappresaglia per la sua posizione fortemente critica verso Meridionale Petroli.
Intendiamoci, in un’Italia dove salta in aria l’auto di un giornalista come Ranucci e le indagini puntano con decisione sul suo migliore amico, tutto è possibile. Ciò che invece risulta difficile da accettare è che in questa macchinazione molti facciano rientrare implicitamente i carabinieri, come se in qualche modo il Comando provinciale avesse agito come longa manus dei poteri forti di cui sopra, decidendo di effettuare i controlli che hanno portato alla scoperta delle irregolarità nell’ambito di un presunto piano per colpire Cascasi. Ma i carabinieri hanno fatto i carabinieri, tutto il resto è denigrazione. Anche imputare all’Arma eccessivo zelo, senza spingersi a ipotizzare complotti, sostenendo che avrebbe fatto meglio a chiudere un occhio, è chiaramente un’aberrazione.
Da oltre un mese il Comando provinciale dei carabinieri sta conducendo controlli di questo tipo in tutti i centri della costa vibonese, come raccontano le cronache delle ultime settimane. Nella rete sono finiti piccoli e grandi, gestori in odore di ‘ndrangheta e abusivi col chioschetto sulla spiaggia, lidi famosi e spiagge “semilibere”.
Le incongruenze che hanno portato al sequestro di ombrelloni e sdraio a Vibo Marina hanno trovato sponda giudiziaria nella conferma del provvedimento, perché i motivi che hanno determinato chiusura del lido sono apparsi sufficientemente fondati. E le attrezzature sequestrate alla Gramaca sono già state restituite a La Rada, che però non potrà allestire nuovamente il lido, visto che al momento non c’è una concessione demaniale valida per farlo.
In conclusione, si può continuare a esprimere solidarietà a Cascasi, si può continuare a inveire legittimamente contro un sistema che spesso tarpa le ali a chi prova ad alzare il livello, si può mettere sotto accusa una burocrazia ottusa che non vede ciò che ha davanti agli occhi da anni. Ma fissare un limite al complottismo d’accatto è necessario, perché fa bene soprattutto alla verità.


