La sirena del cementificio scandiva l’inizio e la fine della giornata lavorativa e anche la pausa pranzo delle 12. Era precisa come un orologio, tanto che gli abitanti di Vibo Marina, quando la udivano, sapevano con esattezza che ora era. Un mondo fatto di ciminiere e di operai che oggi non esiste più, in un territorio dove il ricordo delle realtà industriali degli anni 60/70 é affidato alla malinconia delle aree industriali dismesse. Eppure quello stabilimento ha custodito il lavoro di intere generazioni di vibonesi e, con l’intento di non lasciare svanire quel ricordo, Pietro Russo, ex dipendente della cementeria e appassionato di storia e memoria locale, ha organizzato una mostra che, attraverso fotografie e filmati d’epoca, racconta la storia di quella fabbrica che, per ottanta anni, è stata indissolubilmente intrecciata con quella di Vibo Marina e dell’intero territorio vibonese. Era una mamma-fabbrica, che garantiva pane e lavoro a centinaia di famiglie.

Tutto iniziò nel 1937, quando Leopoldo Parodi, dopo essere diventato presidente della “Calce e cementi di Segni”, aprì, nel programma di industrializzazione del Meridione, nuovi impianti per la produzione di cemento, fra cui quello di Vibo Marina, scelto per la favorevole posizione in vicinanza della ferrovia e del porto e che nel tempo verrà assorbito dal colosso Italcementi. Oggi l’ingombrante sagoma dell’ex cementificio è ancora parte integrante dello skyline di Vibo Marina, muta e triste testimone di una ferita economica e occupazionale ancora difficile da rimarginare e che attende, finora senza certezze, la possibilità di una sua riconversione.

La costruzione del cementificio fece da volano all’impianto di altri insediamenti industriali. Si aprì una fase di sviluppo economico ma, dopo qualche decennio, il sogno si trasformò in miraggio e oggi il territorio è diventato un cimitero di siti industriali dismessi, La scelta dell’industrializzazione sembrò, all’epoca, vincente e anche gli inevitabili danni di natura ambientale passarono in secondo piano rispetto allo sviluppo occupazionale. Oggi, alla luce di un fallimento che ha deturpato, forse in maniera irreparabile, una delle zone più belle della regione, ci si interroga se quella scelta fu oculata e lungimirante o, piuttosto, miope e imprevidente, in quanto perse di vista la vera vocazione del territorio.