Nel Vibonese le pensioni sono molte più degli occupati. A fronte di 50.457 persone che lavorano, nella provincia di Vibo Valentia vengono erogati 64.856 assegni pensionistici, con uno squilibrio di 14.399 unità. Tradotto in termini percentuali, significa che ogni 100 occupati si contano circa 129 pensioni. È quanto emerge dall'ultimo rapporto dell'Ufficio studi della Cgia di Mestre, pubblicato oggi, 24 ottobre, sulla base dei dati Inps e Istat relativi al 2025.

Un quadro che colloca Vibo Valentia all'86° posto nella graduatoria nazionale delle 102 province esaminate, ordinata in base al saldo tra occupati e pensioni. Il dato restituisce la fotografia di un territorio nel quale il numero dei lavoratori non riesce a tenere il passo con quello dei trattamenti previdenziali e assistenziali erogati.

In Calabria 220mila pensioni in più rispetto agli occupati

Lo squilibrio non riguarda soltanto il Vibonese, ma interessa tutte le province calabresi. A livello regionale, infatti, si registrano 782.031 pensioni contro 561.682 occupati, con un saldo negativo di 220.349 unità. Un risultato che colloca la Calabria al penultimo posto in Italia, davanti soltanto alla Puglia, dove la differenza raggiunge quota 263.020.

Guardando alle singole province, la situazione più critica si registra a Reggio Calabria, dove le pensioni superano gli occupati di 90.368 unità: è il divario più elevato in termini assoluti dell'intero Paese. Seguono Cosenza, con un saldo negativo di 66.805, Catanzaro con 29.853, Crotone con 18.926 e infine Vibo Valentia con 14.399.

Pur presentando il divario assoluto più contenuto della regione, il Vibonese resta dunque all'interno di un quadro caratterizzato da una forte sproporzione tra popolazione occupata e trattamenti pensionistici.

Le cause dello squilibrio: non soltanto l'invecchiamento

A spiegare il fenomeno è la stessa Cgia, che invita a non attribuire automaticamente l'elevato numero di pensioni nel Mezzogiorno alla presenza di una popolazione particolarmente anziana.

Secondo l'associazione, infatti, il peso dei trattamenti assistenziali e delle pensioni di invalidità contribuisce in maniera significativa al risultato. A questo si aggiungono quattro fattori strettamente collegati: il calo delle nascite, il progressivo invecchiamento della popolazione, i bassi livelli occupazionali e la diffusione del lavoro irregolare.

La combinazione di questi elementi ha progressivamente ridotto la consistenza del lavoro regolare, ampliando il divario rispetto al numero degli assegni erogati. È una situazione che interessa in modo particolare le regioni meridionali, dove la debolezza del mercato del lavoro si accompagna a una maggiore diffusione delle prestazioni assistenziali.

Il rischio per le imprese e l'esodo verso la pensione

Il rapporto richiama anche le conseguenze che l'evoluzione demografica potrà avere sul sistema produttivo. Secondo le previsioni elaborate attraverso il sistema informativo Excelsior di Unioncamere, tra il 2025 e il 2029 circa tre milioni di lavoratori italiani usciranno dal mercato del lavoro per raggiunti requisiti pensionistici.

In Calabria la domanda di sostituzione è stimata in 75.400 lavoratori, dei quali 27.600 dipendenti del settore privato. Si tratta di numeri regionali che, pur non consentendo di quantificare le uscite nella sola provincia di Vibo Valentia, indicano la dimensione del ricambio occupazionale atteso nei prossimi anni.

Per le piccole e micro imprese, sottolinea la Cgia, il problema rischia di tradursi in una crescente difficoltà nel reperire personale qualificato, soprattutto per le mansioni tecniche e specializzate. Il pensionamento dei lavoratori più esperti, senza un adeguato ricambio generazionale, potrebbe incidere sulla capacità produttiva delle aziende.

In Italia quasi una pensione per ogni occupato

Il caso vibonese si inserisce in una tendenza nazionale. Nel 2025, in Italia, si contavano 24,1 milioni di occupati e quasi 23,2 milioni di pensioni erogate, con un rapporto ormai prossimo a uno a uno. Negli anni Ottanta, ricorda la Cgia, il rapporto era invece di circa tre occupati per ogni pensione.

Anche la spesa previdenziale è destinata ad aumentare: dai 351,8 miliardi di euro previsti per il 2026 si dovrebbe arrivare a 388,6 miliardi nel 2029, con un incremento del 10,5%.

Per contrastare questa tendenza, l'associazione indica come prioritaria la necessità di ampliare la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto di donne e giovani. Una sfida che assume particolare rilevanza nel Mezzogiorno e in territori come il Vibonese, dove il numero degli assegni pensionistici supera già ampiamente quello delle persone occupate.