Storia d’amore e delitti a Pizzo: il soldato piemontese che sognava le Alpi ma restò in Calabria

Un racconto tra fantasia e realtà ambientato negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale
Un racconto tra fantasia e realtà ambientato negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale
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Soldati italiani durante la Seconda guerra mondiale (foto Wikipedia)

Al proclama letto alla radio dal maresciallo Badoglio la sera dell’otto settembre del ‘43, che annunciava l’entrata in vigore dell’armistizio e la resa incondizionata dell’Italia agli Alleati, migliaia di soldati si trovarono allo sbando, senza comandi e, a piedi e con mezzi di fortuna, attraversando senza alcun ordine la Penisola in tutta la sua lunghezza, ognuno si mise in cammino per fare ritorno al proprio luogo di origine. Erano questi gli sbandati.

Pure Celestino si era trovato in tale marasma e, lasciata Palermo, si mise in viaggio insieme ad altri commilitoni nel tentativo di risalire lo Stivale e raggiungere così la propria famiglia, lasciata allo scoppio della guerra quando fu richiamato dal Regio Esercito.

La linea ferroviaria a causa dei bombardamenti era a brandelli ed il convoglio, partito dal capoluogo siciliano, per raggiungere Messina impiegò diversi giorni. Giunti alla città sullo Stretto, Celestino si ritrovò con altri tre commilitoni a girovagare disorientati intorno al porto in cerca di un passaggio per raggiungere la costa calabra, quando furono avvicinati da alcuni contrabbandieri che si proposero lor stessi di traghettarli a bordo della loro imbarcazione, ottenendo in cambio tre o quattro pacchetti di sigarette, unica ricchezza di cui disponessero. Giunti in Calabria videro che anche qui la linea ferroviaria aveva subito la stessa sorte di quella sicula, perciò, non rimase loro che rimettersi in cammino nella direzione del nord.

Celestino il mare lo aveva visto la prima volta a causa della guerra. Piemontese, di un paesino in provincia di Cuneo, durante il servizio di leva era stato negli Alpini. Quantunque patisse la guerra come chiunque altro, nell’animo suo sentiva che la buona sorte gli era stata amica. Per via di una caduta in un dirupo di montagna, che gli era costata la frattura di una gamba, lasciandolo leggermente claudicante, quando allo scoppio della guerra fu richiamato, gli Alpini lo scartarono e così si risparmiò di essere mandato a morire al fronte e, sebbene al suo paese facesse il muratore, fu assegnato ai servizi sedentari. Così si ritrovò a Palermo a fare da attendente ad un colonnello, richiamato in servizio, vicecomandante del presidio. Celestino era una persona mite e affabile con tutti. Non fosse che per quel lieve difetto alla gamba, che si avvertiva maggiormente quando il tempo andava a peggiorare, era anche un bell’uomo: occhi chiari e chiaro di carnagione e un bel faccione aperto che ne facevano un modello della gente di montagna. Quel mezzo passo che inframmezzava nell’andatura e la parlata piemontese, che molto contrastava con i dialetti meridionale parlati per la maggiore dalla truppa, lo rendevano singolare agli occhi dei commilitoni. Singolare ma ben voluto e rispettato da tutti e, da buon piemontese, non di meno per i suoi trascorsi da alpino, onorando la fama che li precede, non disdegnava mai una bevuta in compagnia, dimostrando di apprezzare molto il corposo vino siciliano.

Le sue mansioni di soldato erano quelle di occuparsi del colonnello. Qualsiasi cosa questi abbisognasse, Celestino era presente: dal bacile con l’acqua per radersi, alle scarpe lucidate tutte le mattine, alla branda rifatta; dalla biancheria pulita, al ritiro e servizio del rancio a tavola, che doveva essere caldo e ben confezionato. Il colonnello, un signore romano non più giovanissimo, a motivo della sua imponente figura appariva rigido ed austero. Ma solo all’apparenza, di fatto era persona di grande umanità e trattava Celestino con cortesia. Tranne quando lo vedeva alticcio. Non sopportava che ne facesse abuso. Una volta che si ubriacò in malo modo, gli comminò cinque giorni di prigione, da scontare in cella solo di notte però, a dormire sul tavolaccio, cosicché di giorno potesse adempiere ai suoi compiti.

Camminando nelle ore meno calde e sostando quando il sole è più alto e rovente, il gruppetto di sbandati giunse a Pizzo.
Il paese, arroccato sopra una roccia di arenaria a strapiombo sul mare, la guerra l’aveva vissuta in tutta la sua drammaticità ed era ancora scosso dai bombardamenti che avevano causato vittime tra gli abitanti e ingenti danni a strade e abitazioni. La popolazione, che per lunghi mesi aveva trovato riparo dalle incursioni aeree nel buio della galleria ferroviaria, aveva da poco assistito allo sbarco degli Alleati avvenuto sul suo arenile e ai combattimenti che ne seguirono con i tedeschi che li fronteggiavano, quando i quattro giovani sbandati vi misero piede.

Era un tardo pomeriggio e le bisacce erano oramai vuote. Il pane preso al mercato nero a Villa San Giovanni era durato un paio di giorni e le ultime gallette le avevano consumate quella stessa mattina prima di mettersi in cammino. Durante il viaggio ebbero comunque modo di saggiare la generosità dei contadini calabresi che offrirono loro della frutta, uva e fichi in particolare.

Rimaneva nelle loro tasche ancora qualche soldo. Arrivati nella piazza del paese, chiesero ad un passante dove poter comprare del pane. Nel forno, dove furono indirizzati, vi erano due donne. La più anziana, una donna corpulenta di mezza età, in cambio di quei pochi spiccioli, porse loro due grossi pani impastati con le olive, che risultarono molto graditi.

La fornaia tra quei ragazzi vi aveva scorto il suo Giuseppe, anch’egli richiamato soldato allo scoppio della guerra e partito per la Libia. Ella confidò loro della sua preoccupazione perché, fatto prigioniero dagli inglesi nella battaglia di El Alamein, il giovane si trovava ora in un campo di prigionia in Egitto. I quattro, affaticati dal cammino, si misero comodi e, addentando tocchi di pane con le olive, anch’essi narrarono le loro vicissitudini di guerra e le peripezie del viaggio per ritornare ai loro paesi. La giovane, invece, ascoltava senza mai aprire bocca. Era questa una bella ragazza, tipica calabrese: mora, le ciglia lunghe e due occhi neri come l’inchiostro, i capelli intrecciati anch’essi neri, e le trecce raccolte a corona sopra la nuca. Celestino ne fu subito attratto ed ebbe come la sensazione che anch’ella lo ricambiasse. Aveva notato che quando la guardava lei abbassava lo sguardo ed un lieve rossore appariva sulle sue gote. Il discorso si era fatto ora più sereno e mentre gli altri ridevano e parlavano con la padrona, la quale non mancava di espressioni colorite che molto li divertiva, i due giovani avevano intrapreso un timido gioco di sguardi, nell’attimo stesso pudicamente ritratti.

Avuto un breve ristoro, terminata la chiacchierata, i quattro chiesero alla fornaia se c’era qualche lavoro che potessero fare per raggranellare qualche soldo, o anche da barattare con del pane e qualche forma di formaggio. La donna li indirizzò da don Gerardo Vitale, ricco possidente terriero, raccomandando loro di presentarsi a suo nome: dicendo che erano stati mandati da donna Carmela Laganà, qualche lavoretto per loro nelle sue terre lo avrebbe trovato.

Celestino incontra mastro Mico

Così animati, s’incamminarono verso l’uscita del paese salendo su per il Corso e, proseguendo per la salita di san Sebastiano, giunti al fondaco si presentarono a don Gerardo, il quale, non solo gli offrì lavoro, ma trovo loro anche una sistemazione per la notte. La mattina seguente, all’alba, il fattore andò nel pagliaio a svegliarli e, dopo una buona colazione a base di latte e pane biscotto, li portò là dove era in corso di costruzione una nuova stalla per le mucche. Per tutta la mattinata trasportarono pietre sotto le direttive del mastro. A mezzo giorno in punto interruppero il lavoro per il pasto: pasta fresca col sugo di pomodori, peperoni arrostiti sui carboni, pane a volontà ed un bel boccale di vino. Lavorarono sino al tramonto e, avendo oramai perso l’abitudine alla fatica, la sera, dopo avere cenato, dalla stanchezza si addormentarono tutti come ghiri. La notte trascorse velocemente e il nuovo giorno fu annunciato dal canto del gallo e dal fattore che si presentò loro quasi stesse attendendo il segnale del volatile. Quella mattina Celestino con un altro dei suoi compagni furono dirottati ad impastare la calce, mentre gli altri due continuarono a trasportare pietre. Il capo cantiere, mastro Mico, vide che Celestino ci sapeva fare e saputo che quello era il suo mestiere, dopo l’impasto lo fece stare al suo fianco nella costruzione dei muri.

Trascorso qualche giorno, Celestino e i suoi compagni decisero che era giunto il momento di riprendere il cammino e, ricevuto il compenso dovuto per il lavoro svolto si apprestarono a rimettersi in viaggio.

Mastro Mico era rimasto bene impressionato da Celestino e poiché in paese a causa della guerra gli uomini validi rimasti si potevano davvero contare, gli propose di rimanere a lavorare con lui; questi gli avrebbe garantito vitto, alloggio ed una giusta paga. Celestino ci pensò. In definitiva, non aveva nessuno che l’aspettava. Della madre, morta quand’egli aveva solo pochi anni, non ne aveva alcun ricordo. Al suo paese viveva nella casa dell’anziano genitore e là si era stabilito anche il fratello maggiore con la moglie ed i loro figliuoli. Vi era anche una sorella, la primogenita, ma questa, dopo avere avanzato lui ed il fratello, si era fatta suora ed era in un convento alle pendici delle Alpi. Fattosi quattro conti, accettò l’offerta di mastro Mico. Tanto, pensò, qualora non si fosse trovato bene, poteva sempre riprendere il viaggio.

Cessata la giornata di lavoro i due tornarono in paese e Celestino fu sistemato in un modesto sottoscala di pertinenza all’abitazione di mastro Mico.

Arrivò la domenica. Di buon mattino, dopo essersi rasato e data una bella ripulita, indossato gli abiti che il mastro gli aveva recuperato, uscì ed andò in piazza. Qui si affacciò per la prima volta dallo Spuntone. Quella mattina il mare ed il cielo erano tinti dello stesso colore e all’orizzonte si univano confondendosi l’uno con l’altro. Celestino, che non capiva se fosse il cielo a tuffarsi nel mare o al contrario il mare a risalire verso la volta celeste, a guardare quello spettacolo che gli si apriva d’innanzi, rimase a bocca aperta… Così assorto, gli vennero in mente le aurore delle sue montagne e il Monviso indorato nel chiarore del mattino e ricordò quando ancora fanciullo, lui e suo fratello uscivano di casa alle prime luci dell’alba per andare a lavorare nei cantieri; ricordò la sorella che ancor prima che loro mettessero i piedi a terra aveva già acceso il fuoco e preparato la colazione.

La campana della chiesa delle Grazie, posta a metà della rupe che domina il panorama mozzafiato del golfo di Sant’Eufemia, lo fece ritornare in sé. Si ricordò che era molto tempo che non assisteva ad una messa, così si avviò verso la salita che conduce alla chiesa e entratovi, tra la gente, per la maggiore donne dai lunghi fazzoletti che dalla testa scendevano coprendo abbondantemente le spalle, riconobbe la giovane fornaia che aveva visto il primo giorno che era arrivato a Pizzo, quando insieme ai suoi compagni di viaggio era entrato nel forno dove lei lavorava. Si accorse che anch’ella lo aveva notato e quando a messa finita gli passò accanto la salutò con un sorriso e lei timidamente rispose al saluto con un cenno del capo. Celestino si sentì sobbalzare il cuore e capì che se n’era innamorato.

Si presentò a casa di Mastro Mico, che l’aveva invitato per il pranzo della domenica, apparentemente calmo e tranquillo ma con l’animo in subbuglio per quanto gli era successo. Quella giovane, che non conosceva affatto e dalle cui labbra non aveva udito ancora una sola sillaba, gli era entrata nel cuore. Aveva guardato i suoi grandi occhi neri penetrando le lunghe ciglia arcuate poste come a difesa e ne era rimasto affascinato. Quello sguardo lo aveva fatto sentire come avviluppato dalle acque di un torrente in piena senza che lui potesse minimamente opporre alcuna resistenza, anzi, quello stravolgimento in cui si sentiva trascinato lo poneva in uno stato di felicità che mai aveva provato prima.

Mastro Mico viveva con la moglie, donna Filomena, e la loro unica figlia, Angela. Questa, già ventenne, nell’aspetto una splendida donna già fatta, nella testa era però rimasta una bambina di otto dieci anni. Donna Filomena raccontò che Angela al momento del parto si era presentata di traverso, con grande rischio anche per la vita della madre. La levatrice, accortasi del pericolo, mandò a chiamare il medico e questi altro non poté fare che trasportare la partoriente all’ospedale di Vibo Valentia con la sua auto. Qui, dopo diverse ore di travaglio e svariate manipolazioni da parte dei medici, la bambina venne alla luce, ma i dottori dissero che era nata con il cordone ombelicale attorcigliato al collo e dopo i ripetuti tentativi di rianimarla, non producendo alcun risultato, supposero che la neonata fosse nata ch’era già morta. Invece, dopo un po’ si avvertì un fioco gemito, la bimba era viva. Immediatamente le fu praticato un massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. La piccina si era ripresa.

Sino ai due anni, Angela cresceva regolarmente, bella come il sole e la luna. La famiglia con quella creatura, che era il gioiello più prezioso della casa, viveva in uno stato di grazia. Poi, le prime avvisaglie, che più passava il tempo e più prendevano corpo, sino ad arrivare all’amara certezza. Il suo cervello era rimasto senza ossigeno per troppo tempo, causandole gravi danni. Per i genitori era stato un colpo che le parole non sanno descrivere. In quella casa il sole aveva cessato di entrare ed ogni gioia nei cuori di mastro Mico e donna Filomena si era spenta. Intanto, la bambina cresceva e ogni giorno di più appariva nel suo splendore di gioventù, che, però, mal si addiceva ai suoi atteggiamenti infantili. Mastro Mico e sua moglie, tuttavia, avevano saputo cogliere la forza per andare avanti, trovando conforto nella fede, riponendo la loro pena ai piedi della croce del Cristo, quella croce alla quale s’erano aggrappati, portandola con tanta dignità e grande rassegnazione.

Celestino s’innamora della bella pizzitana

La domenica successiva Celestino, pulito di barba e di capelli, puntuale si presentò in chiesa per assistere alla messa e poter così rivedere la sua amata.

Quella stessa domenica Celestino, finito di pranzare, chiese a mastro Mico se l’accompagnava a fare due passi e, giunti alla piazza ove si erge l’antico castello aragonese, affacciati al parapetto della Timpa gli palesò quale erano le sue intenzioni sul conto della ragazza che gli aveva fatto trepidare il cuore.

Mastro Mico lo mise a conoscenza che Maddalena, questo era il nome della giovane, viveva con una sorella più grande, la quale stava in casa e si dedicava all’assistenza degli anziani e ammalati genitori. Aveva anche un fratello, ma, anche lui partito per la guerra, fatto prigioniero era stato portato in Inghilterra a lavorare in una fattoria, perciò era lei l’unica della famiglia a darsi da fare per portare a casa un pezzo di pane, lavorando nel forno di donna Carmela Laganà.

Mastro Mico aveva sì compreso che Celestino era una persona a posto e gli riconosceva che fosse anche un grande lavoratore, non gli piaceva però il fatto che la sera, finito di lavorare, frequentasse le cantine del paese e, a tal proposito, lo volle avvertire: «Celestino, non è buono esagerare. Guardati, il vino è traditore. Maddalena è una brava ragazza e, a quanto ne possa sapere io, avrebbe anche intenzione di sistemarsi ma, se viene a sapere che hai il vizio del bere, di certo non accetterà la tua proposta di matrimonio.» Lui non rispose, assentì con il capo senza proferire parola. Poi, dopo avere riflettuto, disse: «Dunque, non avete intenzione di portarle la mia ambasciata?» Mastro Mico, dopo un profondo e prolungato respiro, con tono paterno ma fermo, ribadì: «No! Non voglio e non posso espormi. Portare a lei la tua richiesta, vorrebbe dire farti da garante e, al momento, non posso garantire sulla tua persona. Però, non è detto che tu non mi possa fare ricredere. Spetta a te dimostrami che ne sei meritevole ed io sarò lieto di appoggiarti.»

Alle parole di mastro Mico, Celestino inghiottì amaro. Lo ringraziò comunque e gli rispose che, stando così le cose, ne avrebbero riparlato più avanti, ma non troppo avanti, perché la sua intenzione era quella di accasarsi al più presto. Altrimenti, se le cose fossero andate troppo per le lunghe, avrebbe fatto fagotto e sarebbe ritornato al suo paese, “dove conosceva meglio le persone e sapeva meglio affrontare le questioni”. Così disse!

Nel proseguo dei giorni, Celestino si comportò come il mastro gli aveva suggerito, impegnandosi nel lavoro come era suo solito e la sera mantenendo fermo il proposito di limitare i suoi passaggi nelle cantine. Nel frattempo il paese assisteva al rientro dalla guerra dei suoi giovani che alla spicciolata ritornavano alle proprie famiglie.

Tra questi fece ritorno a casa anche Filippo, un nipote di mastro Mico, figlio di una sorella, che, non trovando altro ed essendo a spasso, lo prese a lavorare con lui. Mastro Mico questo nipote non lo tollerava, perché sapeva bene di che pasta fosse fatto. Il “filibustiere”, così lo chiamava quando parlava di lui, oltre che essere uno sfaticato era, come si dice in gergo, “nu pezzu ‘i malacarni”. Insomma, lo aveva preso perché glielo aveva chiesto la sorella, ch’era pure vedova e non le aveva saputo dire di no.

Filippo, il filibustiere, ebbe così a constatare che Celestino era tenuto in grande considerazione dallo zio mastro, molto più di quanto lo fosse lui, nonostante gli venisse nipote. Ciò perché, a differenza sua, al ragazzo che veniva dal nord la fatica non faceva affatto paura e, cosa non trascurabile, conosceva bene pure il mestiere. Perciò, da subito ne avvertì la gelosia e, nei giorni a seguire, quando appurò che Celestino aveva in animo di accasarsi con Maddalena, la ragazza che lavora nel forno di donna Carmela Laganà, per fargli dispetto iniziò a raccontare che un tempo insieme se l’erano spassata e che se lui lo avesse voluto bastava uno schiocco di dita per ritornare a fare quello che aveva fatto prima che partisse per la guerra.

Nell’udire queste cose, Celestino mutò d’umore e le sere rincominciò a frequentare le cantine, cercando di annegare nel vino la delusione per quell’amore che s’era frantumato ancor prima di nascere.

Mastro Mico si era affezionato a quel ragazzo che si esprimeva con quel particolare accento nordico e accortosi di quanto stava accadendo, intese che il giovane si stava perdendo. Questo, in cuor suo, non lo poteva permettere e, quando una sera al rientro dal lavoro Celestino si avvicinò a lui per dirgli che a Pizzo lui non aveva più niente da fare e che era giunto il momento di fare ritorno ai monti che aveva lasciato, non si perse d’animo e, prendendolo sottobraccio, lo rincuorò: «Celestino, mio nipote Filippo è un gran farabutto. Non dare minimamente credito alle fetenzie che escono dalla sua bocca. È solo gelosia la sua, non dargli importanza. Maddalena è una brava ed onesta ragazza. Domani, andrò a parlare con lei e la sua famiglia e se tutto andrà come io prevedo e spero, domenica ti accompagnerò a casa sua e farete il fidanzamento.»

Celestino non rispose. Due lacrimoni scesero dai suoi occhi chiari rigandogli il viso e, cercando di ricomporsi, gli strinse la mano. Anche mastro Mico aveva gli occhi lucidi, quel ragazzo gli era entrato nel cuore, in lui sentiva il figlio che aveva desiderato e che non aveva avuto.

Il mastro fu di parola. La mattina dopo mandò la moglie al forno di donna Carmela ad avvertire Maddalena che quella sera stessa sarebbe passato il marito per parlare con lei e la famiglia tutta. Maddalena accettò di buon grado la visita e, come aveva previsto, concordarono di fare il fidanzamento per la domenica pomeriggio che sarebbe venuta.

Celestino era raggiante. Non credeva di riuscire ad aspettare quei pochi giorni che mancavano a domenica. Voleva vedere Maddalena, parlarle, scoprire finalmente la sua voce che ancora non aveva avuto modo di udire. Ma l’usanza non lo permetteva, doveva attendere domenica. Farlo prima che il fidanzamento non fosse avvenuto nella forma ufficiale, sarebbe sembrato brutto agli occhi della gente.

L’inferno di Angela e l’accusa a Celestino

Quella domenica mattina Celestino non uscì di casa presto per andare in chiesa. Si attardò più del solito a letto, fantasticando sul momento che avrebbe potuto farlo con la fidanzata sottobraccio. Si alzò un po’ più tardi con l’intenzione di passare dal barbiere per farsi radere per bene e dare anche una sistemata ai capelli. Voleva essere in ordine per il grande evento.

Ma, mentre si sta vestendo sente delle urla. Si affaccia alla porta. È Angela, la figlia di mastro Mico, che grida come mai l’aveva sentita prima, come se la stessero uccidendo. Celestino si precipita fuori come si trova. Sale le scale che portano all’abitazione del mastro. La porta è aperta. Entra. Si precipita nella stanza da dove provengono le urla. Vede la ragazza rannicchiata ai piedi del letto. Con le mani sporche di sangue stringe la vestaglia aperta sul davanti, i capelli tutti arruffati che gli coprono il viso. Piange e si dispera.

Nello stesso istante, come sbucato dal nulla, sulla scena appare Filippo, il cugino della ragazza, che, come vede Celestino incomincia ad inveire contro di lui. Celestino non capisce cosa stia avvenendo, lo guarda confuso, senza riuscire ad aprire bocca. Altri vicini hanno udito le grida della giovane e ora quelle di Filippo, e anche questi compaiono sulla scena. «Cos’hai fatto, disgraziato!» Urla Filippo rivolto a Celestino. «Come hai potuto dopo quanto questa famiglia ha fatto per te?» – Sopraggiungono mastro Mico con la moglie, rientrati dalla messa. Filippo è indemoniato, rivolto ai due appena arrivati e con l’indice puntando Celestino: «Questo porco depravato ha commesso la più ignobile delle azioni». Celestino è frastornato, riesce solo a farfugliare qualche monosillabo incomprensibile. Con una mano di tiene su i calzoni che nel precipitarsi fuori non aveva stretto con la cintura. Capisce in quale trappola sta andando a cadere. Prova in qualche modo a discolparsi dall’infamante accusa che gli viene addossata. È spaventato, dice delle cose e lo fa nel suo dialetto che nessuno capisce. Ma, dopo quanto hanno creduto di vedere e, soprattutto, udito, i presenti non gli lasciano alcuna possibilità di difesa. È già condannato. I carabinieri, prontamente allertati, lo prelevano e lo portano al carcere a san Sebastiano. Il medico che redige il referto comprova il reato commesso.

Tutta la popolazione pizzitana rimane turbata. Quanto accaduto non ha precedenti nella comunità: approfittare di una ragazza disabile, dopo che gli hanno aperto la porta di casa anche quella del cuore, accogliendolo come un figlio, non c’è al mondo cosa più spregevole.

Mastro Mico è distrutto, abbattuto come mai lo è stato. Donna Filomena sa solo piangere, piangere nel silenzio più assoluto, inghiottendo lacrime amare. Per giorni rimangono chiusi in casa, soli con il loro dolore. Con garbo declinano ogni tentativo di amici e di parenti di far loro visita, nessuna parola può dare loro conforto. La porta la aprono quel tanto che basta solo quando una vicina amorevole bussa con un piatto in mano e senza mettere la testa fuori lo pigliano unicamente per l’infelice figlia e poi la richiudono: la disgraziata non ha colpe da espiare, ella è nel suo mondo e il mondo, con tutte le sue miserie e i suoi orrori, è al di fuori di lei. I genitori non toccano né cibo e né acqua da svariati giorni quando Filippo si reca a casa loro per domandare a mastro Mico se può ancora contare di lavorare per lui, la sua preoccupazione è quella di doversi cercarsi un’altra fatica. Mentre zio e nipote stanno parlando, nella stanza entra Angela. La ragazza, come vede il cugino discutere col padre inizia a tremare e a digrignare i denti e poi ad urlare e a dibattersi. Nessuno comprende il perché. Cercano di calmarla. La ragazza corre a nascondersi sotto il tavolo, non vuole sentire ragione e a nulla servono i tentativi di farla venire fuori. Solo dopo che Filippo va via ella esce da sotto il tavolo e tutta tremante e singhiozzando pronuncia il suo nome, “Fiiiliiippo!”, e con le mani indica la parte dove tanto male ha subito. Marito e moglie si guardano sgomenti. Cosa è accaduto? Perché quella reazione? Cosa vuole dire la loro figliuola con quei gesti?

La questione è molto delicata, non sanno a chi potersi rivolgere. Decidono di andare ad incontrare l’arciprete della chiesa di san Giorgio. Gli raccontano quanto è successo. L’arciprete comprende. Manda a chiamare il maresciallo della locale stazione dei carabinieri. Vengono esposti i fatti al militare che subito dispone di sentire la ragazza, presente il medico che aveva stilato la denuncia per il reato commesso. Angela non sa rispondere alle domande che le vengono poste ma, nella mano chiusa a pugno, che mai nessuno aveva notato prima, stringe un bottone, un bottone di camicia che consegna al maresciallo dei carabinieri. La ragazza è stata brava, altroché se lo è stata! I carabinieri ora hanno qualcosa su cui indagare. Vanno a casa di Filippo. Setacciano quelle due stanzette da capo a piedi e trovano la camicia mancante del bottone che Angela aveva serbato e che ora rappresenta una prova inconfutabile.

Filippo, nega. Giura sulle ossa del padre defunto che lui non ha commesso nulla di quanto lo stanno accusando; che la ragazza è confusa; che non si può dare credito a una malata dopo che il vero autore era stato colto in flagranza di reato. Ma, dopo un giorno e una notte d’incessante interrogatorio, messo alle strette dai carabinieri, crolla. Confessa.

Il pezzo di malacarne, quando capì che la situazione gli era sfuggita di mano, non prevedendo la furiosa reazione della ragazza e comprendendo il rischio reale cui sarebbe andato incontro per l’abuso che aveva commesso, l’arrivo di Celestino fu per lui un colpo di fortuna inaspettato e, da mente diabolica quale egli era, colse l’occasione all’istante per uscirne fuori pulito e, per di più, levarsi di torno per sempre l’acerrimo contendente. Difatti, la gelosia e il rancore che già provava nei riguardi del ragazzo piemontese era un’ossessione che non lo faceva dormire la notte. Non sopportava che un forestiero prendesse Maddalena per moglie sottraendola a lui che più volte si era fatto avanti e sempre lo aveva rifiutato, perché sapeva di che pasta fosse fatto. Ancor di più, pativa allo spasimo che il Celestino fosse diventato il prediletto dello zio mastro. Il filibustiere sapeva che Celestino godeva della stima di tutti e sapeva pure che accanto a mastro Mico sarebbe diventato in breve tempo uno dei migliori mastri muratori di Pizzo, mentre lui era destinato a rimanere per sempre una “menza manìcula”. Il diavolo si era impossessato di quell’uomo, oppure quell’uomo era il diavolo in persona. Il paese, dopo la una prima, fu scosso una seconda volta per come si sono svolti i fatti.

Celestino, dopo tanto patire per l’ingiusta ed infamante accusa che gli era stata rivolta, riconosciuto totalmente estraneo ai fatti, fu rimesso in libertà. Fuori dal carcere ad attenderlo vi era il mastro suo insieme ad un piccolo stuolo di paesani che desideravano dimostrargli il loro affetto. Mastro Mico lo strinse forte a sé e preso sottobraccio, lo condusse a casa. La sera stessa lo accompagnò da Maddalena, anch’ella in trepidante attesa.

I due giovani si sposarono ma, dopo quanto successogli, il ragazzo non fu più lo stesso. Quel fatto è stato come se lo avesse fatto un po’ disamorare di Pizzo, o forse era già nell’animo suo di fare ritorno al suo paesello e, dopo un breve periodo, prese sua moglie e insieme si misero in viaggio verso il Piemonte, “dove conosceva meglio le persone e sapeva meglio affrontare le questioni!”, suppose mastro Mico.

A volte la vita può riserbare esiti davvero incredibili. L’alpino sbandato, il ragazzo venuto dal nord e giunto in Calabria a causa della guerra, che lo aveva portato lontano dalle sue montagne e che tanti affanni gli aveva cagionato, con lui alla fine si era rivelata benevole. Senza quell’immane tragedia che sconvolse il mondo intero non sarebbe mai giunto a Pizzo e conosciuto Maddalena, l’amore della sua vita.