La continuità assistenziale disegnata dal Dm 77 del 2022 dovrebbe alleggerire gli ospedali, velocizzare le dimissioni protette (cioè il percorso sociosanitario programmato che facilita il ritorno a casa dall’ospedale o il trasferimento in struttura di pazienti fragili o non autosufficienti). Ma nel Vibonese, secondo la denuncia del direttore sanitario del Don Mottola Medical Center di Drapia, Soccorso Capomolla, il meccanismo si starebbe muovendo in direzione opposta: tempi che si allungano ben oltre gli standard previsti, posti disponibili che restano di fatto congelati e un effetto finale che pesa insieme sui malati, sulle famiglie e sulle casse pubbliche. A “certificare” il cortocircuito sanitario c’è il paradosso che queste criticità incrementerebbero di circa 600 euro a paziente i costi sostenuti dal sistema sanitario vibonese. Ma procediamo per ordine.

Al centro della denuncia c’è il passaggio tra ospedale e territorio, quello che la riforma avrebbe dovuto rendere più fluido attraverso Distretti sanitari, Centrale operativa territoriale e Unità di valutazione multidimensionale. Capomolla osserva che «la riforma dell’assistenza territoriale introdotta dal Dm 77/2022 nasce con un obiettivo preciso: rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio e garantire percorsi di cura continui e appropriati per i pazienti fragili e non autosufficienti». Eppure, aggiunge, «la realtà operativa mostra spesso un quadro più complesso».

Domande ferme e autorizzazioni al rallentatore

Il primo dato richiamato riguarda proprio l’avvio della contrattualizzazione della struttura di Drapia con il sistema sanitario. A circa due mesi dall’inizio di questa fase, scrive Capomolla, «a fronte di circa 98 istanze di ricovero presentate dal territorio, soltanto 9 sono state lavorate ed autorizzate». Un numero che, nella lettura del direttore sanitario, descrive una difficoltà evidente nei meccanismi di autorizzazione e nella capacità di assorbire il bisogno assistenziale già espresso dal territorio.

È in questo snodo che il documento colloca uno dei primi cortocircuiti. Il sistema, nato per accompagnare il paziente nel setting più adatto, finirebbe invece per rallentare l’accesso alle cure e per lasciare inattive risorse già disponibili. «A due mesi dalla contrattualizzazione, nonostante le reiterate richieste al Distretto, non sono state ancora date le credenziali di accesso sulla piattaforma Cot all’unica struttura territoriale operante sul territorio», si legge ancora. E la conseguenza, aggiunge il testo, è immediata: «Il mancato accesso di fatto congela l’offerta e la messa a disposizione dei posti liberi sul territorio creando un cortocircuito della continuità assistenziale».

Le dimissioni protette oltre i limiti fissati dalla norma

Il punto più critico, però, è quello dei tempi. Il documento di Capomolla insiste sul divario tra ciò che la normativa prevede e ciò che accadrebbe nella pratica. Per «diverse richieste di dimissione protetta provenienti dall’ospedale si registrano tempi di attesa rilevanti», con una media di 11,3 giorni e punte che arrivano fino a 23 giorni. Tempi che, viene sottolineato, risultano «fortemente disallineati rispetto agli standard del Dm 77 (72 ore) ed alle altre realtà calabresi (5 giorni)».

Il ritardo amministrativo non resta confinato nei procedimenti, ma produce effetti concreti sui pazienti e sui reparti ospedalieri. «Diversi reparti per acuti hanno attivato processi di dimissione protetta che sono state puntualmente disattesi», scrive, spiegando che questa situazione avrebbe finito per condizionare «una scelta da parte di molti caregivers ad acquistare il Lea di tasca propria». Da una parte, dunque, i reparti continuerebbero a trattenere pazienti stabilizzati oltre il necessario; dall’altra, le famiglie si troverebbero a sostenere costi che il sistema pubblico dovrebbe assorbire.

Il costo dei ritardi: letti occupati e denaro pubblico speso peggio

Nel documento il tema degli sprechi occupa uno spazio centrale. Il ragionamento parte da un dato semplice: tenere un paziente stabilizzato in un reparto per acuti costa molto di più rispetto al suo trasferimento in un setting territoriale appropriato già contrattualizzato. 

Il testo entra nel dettaglio: «Il mantenimento di pazienti stabilizzati in reparti per acuti presenta un costo giornaliero nettamente superiore rispetto ai setting territoriali appropriati già contrattualizzati». E ancora: «Degenza ospedaliera per acuti vs recc/riabilitazione estensiva: € 814,19 - € 195,87 = € 618,32/die; degenza ospedaliera per acuti vs rsa medicalizzata intensiva: € 814,19 - € 218,00 = € 596,19/die». È qui che la denuncia assume anche un rilievo amministrativo, perché, osserva il direttore sanitario, «anche in pochi casi documentati» il differenziale economico diventa di «immediata rilevanza».

Il paradosso, così come viene descritto, è che il sistema finirebbe per spendere di più proprio mentre rallenta le cure. «Pazienti che potrebbero essere presi in carico dal territorio rimangono nei reparti ospedalieri per giorni o settimane», si legge nel documento, mentre «altri pazienti fragili vengono dimessi al domicilio pur in presenza di indicazioni cliniche verso strutture assistenziali organizzate con notevoli disagi al caregiver».

I casi richiamati nel documento

A sostegno della sua analisi, Capomolla richiama alcuni episodi concreti. Tra questi quello di «un paziente affetto da frattura sottocapitata del femore, sottoposto a intervento di endoprotesi d’anca e affetto da demenza», dimesso dall’Unità operativa di Ortopedia con una indicazione definita «molto chiara»: «Necessità di ricovero presso una struttura organizzata per assistenza continua». Nonostante questo, prosegue il testo, «il paziente è stato inviato al domicilio». Da lì, secondo la ricostruzione, la famiglia sarebbe stata costretta a rivolgersi privatamente a una rsa di livello r2, che poi «si è rivelata inadeguata rispetto al fabbisogno assistenziale del paziente».

Il distretto come snodo decisivo

Il documento allarga poi il quadro e indica nel distretto sanitario il punto decisivo dell’intera filiera. «Nel modello di sanità territoriale delineato dal Decreto ministeriale n. 77 del 23 maggio 2022, il distretto sanitario assume un ruolo strategico che va ben oltre la mera gestione amministrativa delle istanze», scrive Capomolla. Anzi, «esso rappresenta il luogo di sintesi tra bisogno sanitario, risposta assistenziale e integrazione dei servizi, configurandosi come il vero snodo operativo della presa in carico territoriale».

Per questo, nella parte finale, il testo abbandona quasi del tutto il tono tecnico e insiste su una formula destinata a riassumere il senso politico e sanitario della denuncia: «Quando il distretto si ferma, si ferma la cura». È qui che la critica si concentra maggiormente sul rischio di una deriva burocratica: «Il problema non è la regola. Il problema è quando la regola si sostituisce al bisogno». E ancora: «Quando il tempo amministrativo supera il tempo della malattia, il sistema si incrina».