La sanità territoriale non come semplice riorganizzazione di servizi, ma come possibilità concreta di cambiare il destino dei pazienti più fragili. È il cuore della riflessione di Soccorso Capomolla, direttore sanitario del Don Mottola Medical Center di Drapia, che richiama il significato del DM 77/2022, la riforma chiamata a ridisegnare l’assistenza fuori dall’ospedale.

Per Capomolla, infatti, «il DM 77 non è una riforma amministrativa», ma «una nuova idea di medicina». Un cambio di prospettiva che riguarda soprattutto territori come quello vibonese, dove l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle cronicità impongono un modello capace di seguire le persone nel tempo, prima e dopo l’evento acuto.

«La vera sfida è garantire una vita autonoma e dignitosa»

«L’Italia è uno dei Paesi con la più elevata aspettativa di vita al mondo», osserva il direttore sanitario, ma questa conquista porta con sé una nuova responsabilità: «garantire una vita lunga, autonoma e dignitosa a una popolazione sempre più anziana e sempre più fragile». La sfida, dunque, non è soltanto curare l’emergenza, ma accompagnare il paziente quando l’emergenza finisce e comincia il percorso più difficile: quello del recupero, dell’autonomia, della prevenzione delle ricadute.

Capomolla sottolinea come per decenni il sistema sanitario sia stato costruito attorno all’ospedale, «luogo nel quale concentrare competenze, tecnologie e capacità di risposta alle emergenze». Un modello che resta indispensabile nelle patologie acute, ma che oggi «non è più sufficiente». Perché, aggiunge, «la maggior parte del carico assistenziale non deriva dalle emergenze, ma dalla gestione della cronicità e della fragilità».

Il passaggio decisivo dopo le dimissioni

Il punto più delicato, secondo il direttore sanitario del Don Mottola, arriva spesso dopo le dimissioni. «Il paziente sopravvive all’ictus, all’infarto, a un grave intervento chirurgico o a una polmonite, ma la vera partita si gioca dopo la dimissione». È in quel momento che si decide se una persona potrà tornare a camminare, recuperare autonomia, evitare nuovi ricoveri o, al contrario, entrare in una condizione di progressiva dipendenza.

Da qui il valore della sanità territoriale. «La medicina contemporanea ha imparato a salvare vite. Ora deve imparare a prendersi cura della vita che continua», afferma Capomolla. Il DM 77, in questa lettura, non va ridotto alla sola apertura di Case della Comunità, Centrali operative territoriali o Ospedali di Comunità. Il suo significato, spiega, è più ampio: «sposta il baricentro dalla prestazione al percorso di cura, dall’episodio clinico alla persona, dalla frammentazione dei servizi alla continuità assistenziale».

L’esperienza del Don Mottola

Nella riflessione, Capomolla richiama anche l’esperienza del Don Mottola Medical Center, indicandola come una «prova sul campo» di ciò che può accadere quando presa in carico multidisciplinare, riabilitazione precoce, monitoraggio quotidiano e prevenzione delle complicanze diventano metodo di lavoro. Nel quadriennio osservato, la struttura ha seguito circa 400 pazienti nei setting di Riabilitazione estensiva e Rsa medicalizzata, registrando esiti che il direttore sanitario giudica incoraggianti, pur con la cautela necessaria quando si parla di dati clinici.

«Questi risultati non dimostrano da soli causalità» - precisa Capomolla -, ma rappresentano «una forte dimostrazione sul campo»: quando il paziente viene seguito in modo continuo e integrato, gli esiti possono migliorare. Non si tratta, quindi, di rivendicare un modello chiuso o autosufficiente, ma di mostrare che i principi della riforma possono essere tradotti in pratica quotidiana.

«Dietro ogni percentuale ci sono persone»

Per il direttore sanitario, tuttavia, il dato più importante non è soltanto quello numerico. «Dietro ogni percentuale ci sono anziani che recuperano la capacità di alimentarsi autonomamente, pazienti che tornano a mantenere la stazione eretta dopo un ictus, persone che evitano una nuova ospedalizzazione, famiglie che vedono ridursi il peso dell’assistenza quotidiana». In questa prospettiva, la sanità territoriale non produce solo prestazioni, ma «restituisce dignità».

Il ragionamento guarda direttamente alla provincia di Vibo Valentia. Secondo Capomolla, il territorio ha oggi «una straordinaria occasione storica»: costruire una rete nella quale ospedali, medici di medicina generale, specialisti, assistenza domiciliare, Rsa medicalizzate, strutture riabilitative, Case della Comunità e Centrali operative non procedano come mondi separati, ma come parti di un unico sistema.

La sfida per la sanità vibonese

La sfida, avverte, «non sarà semplicemente attivare nuovi servizi». Sarà farli dialogare, condividere informazioni, costruire progetti assistenziali comuni e assumersi insieme la responsabilità degli esiti. È qui che la riforma può diventare davvero concreta: non nel numero delle strutture aperte, ma nella capacità di garantire percorsi continui alle persone più vulnerabili.

«Il successo del DM 77 non sarà giudicato dal numero delle Case della Comunità aperte o delle Centrali operative attivate», conclude Capomolla. Sarà giudicato da un indicatore «molto più semplice e molto più umano»: quante persone fragili riusciranno a vivere più a lungo, con maggiore autonomia, meno sofferenza e una migliore qualità della vita. Per questo, nella sua riflessione, la sanità territoriale diventa la grande opportunità davanti alla provincia di Vibo Valentia: «costruire un sistema capace di prendersi cura delle persone».