L’appuntamento del CReSCo ha chiuso la decima edizione del Teatro d’aMare Festival con Barbara Apuzzo e un dibattito sulle esigenze delle nuove generazioni
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Il desiderio, la sua cura e il ruolo del teatro. Si è occupato di questo e di molto altro ancora il quinto incontro della serie Nutrimenti organizzato dal Tavolo delle idee del C.Re.S.Co., il Coordinamento nazionale delle realtà della scena contemporanea, che si è tenuto nel chiostro del Museo diocesano a Tropea (Vv).
L’occasione è stata quella della chiusura della decima edizione del Teatro d’aMare Festival organizzato da LaboArt, con i direttori artistici Maria Grazia Teramo e Francesco Carchidi, che del teatro come cura, utilizzando le arti performative come elemento di inclusione, partecipazione e costruzione di comunità, ha fatto il proprio motto. Del resto, gli appuntamenti di Nutrimenti, e quindi anche questo calabrese, nascono proprio in risposta alla necessità di ritrovare la comunità, quella reale, sostituita negli ultimi tempi dalla sua pseudo omologa virtuale, a seguito dei due lockdown che hanno portato anche alla chiusura dei teatri e dei luoghi performativi.
Ad oggi, ci si è chiesti dalle parti del CReSCo, se ha senso riaprire quelle sale, e in quale direzione bisogna muoversi per andare incontro alle reali esigenze del “nuovo” pubblico. Ecco allora una vera e propria ricerca, Nutrimenti appunto, con una metodologia precisa, che si basa su punti chiave: un luogo da cui affrontare un tema non teatrale da sottoporre alla comunità; una conferenza ad ingresso libero in cui una figura individuata come esperta dell’argomento faccia una relazione in merito; una successiva camminata in cui metabolizzare quanto appena appreso, in silenzio, nel contesto che circonda il luogo della conferenza; il ritorno in quel posto, con un’ultima fase dedicata alla tavola rotonda in cui tutti i presenti sono chiamati a confrontarsi su ciò di cui si è appena fatta esperienza e su che tipo di teatro vorremo vedere e vivere, oggi, e a lasciare un personale contributo conclusivo.
A Tropea l’appuntamento è stato coordinato, per il CReSCo, dalla regista e pedagogista Ester Tatangelo, della compagnia Pupilunari, affiancata dall’attore e agitatore culturale Ippolito Chiarello, direttore del Nasca teatro a Lecce, e dal regista e curatore Michele Losi, direttore artistico di Campsirago Residenza a Colle Brianza.
A relazionare sulla cura del desiderio è stata chiamata la performer e autrice Barbara Apuzzo che ha offerto ai presenti una sua personale visione del tema: «Quando sono stata invitata, mi è stata chiesta verità, autenticità, confidenza, condivisione. E allora ho pensato a quale sia stato il momento preciso della vita in cui ho cominciato a desiderare», ha esordito. Nata con l’artrogriposi, Apuzzo ha da sempre raccontato della sua condizione con ironia e delicatezza e anche in questa occasione ha saputo coinvolgere i presenti con la sua disarmante semplicità: «Credo che il desiderio attraversi diverse fasi durante la nostra vita. Da ragazzina desideravo con tutta me stessa cambiare il mondo, andare a fare la rivoluzione, ma in quegli anni, ahimè, il desiderio si è scontrato con tutti i no dei genitori e con una disabilità motoria che di certo non ti consente di andare in una scuola molto lontana da casa e magari con tre rampe di scale senza ascensore. Io sognavo laboratori di fotografia, di scenografia, di teatro», ma Liceo artistico e Accademia erano distanti e non privi di barriere architettoniche, perciò le toccò l’Agraria. Poi ci sono state le manifestazioni contro le pellicce e contro la guerra nel Golfo, a cui desiderava andare sempre, nonostante le immaginabili resistenze e preoccupazioni dei genitori. E a cui andò, usando «le varie amiche come bastoni, alternandoli alle stampelle». Perché non è semplicemente desiderio: «Quella bambina che da quando è nata ha avuto sempre bisogno di cure, ha fame. Una fame che non ha fondo, una fame senza fine. Una fame di stare nel mondo, di socialità, di abbracci, di grandi sentimenti. E una fame di teatro. Fame, quest'ultima, che ha quasi paura a tradurre in desiderio».
La stessa Apuzzo ha quindi eccezionalmente accompagnato i presenti in una breve camminata alla “scoperta” del giardino del Museo diocesano: il corteo silenzioso ha potuto osservare, onorare e vivere quello spazio – che nelle sere precedenti aveva ospitato alcune tra le performance nel cartellone di Teatro d’aMare -, finendo anche a sdraiarsi per qualche minuto sulla pedana delle esibizioni, assaporando ogni momento. Quindi il testimone è passato a Losi che, nella camminata prevista per la seconda parte in cui si articolano gli appuntamenti di Nutrimenti, ha condotto i partecipanti in un serpentone tra i vicoletti nei dintorni del Museo, tra la gente già impegnata a cenare o a fare spese, sorpresa e incuriosita per questa fila indiana di persone attente a ciò che le circondava, in totale silenzio.
L’ultima parte della tappa di Nutrimenti si è tenuta nel chiostro, con il consueto e lungo momento di riflessione e scambio di idee sul teatro del futuro, su ciò che ci si aspetta o si vorrebbe da esso. Così, si sono ritrovati a confrontarsi tutti i partecipanti, tra artisti, curatori, spettatori, insegnanti: presenti anche alcuni tra gli ospiti protagonisti delle serate del Festival e rappresentanti della Scuola Elementare del teatro, seduti tutti in cerchio e con stimoli mirati da parte di Chiarello, Losi e Tatangelo, ci si è chiesti cosa manchi nel teatro, oggi. La prima urgenza emersa è stata quella di un contatto diverso tra attori e pubblico. Qualcuno ha manifestato il desiderio, rimanendo nel tema dell’incontro, di potersi confrontare con le compagnie a fine spettacolo con momenti più conviviali e non lasciare che l’esperienza finisca con la chiusura del sipario; qualcun altro si è concentrato sull’assenza di tematiche realmente coinvolgenti o ancora sull’utilizzo di un linguaggio troppo autoreferenziale, non per tutti.
In merito al fattore “comunicativo” e all’opinione ostica e noiosa del teatro che è nell’immaginario collettivo, in particolar modo tra i più giovani, ci si è quindi concentrati sulla necessità di formare un pubblico nuovo, con il coinvolgimento delle scuole: incerti se il teatro debba essere o meno un’attività curricolare, convinti al contrario di quanto possa dare di più a chi lo fa, si è riflettuto anche sulle differenze di ritmo del linguaggio che oggi sono un passaggio obbligato quando si parla con i giovani.
Segno di quanto Nutrimenti stia centrando il bersaglio delle sue fatiche, è stato l’elemento “fisicità” per le nuove generazioni: tra le problematiche più feroci degli ultimi anni è emersa proprio la difficoltà di rapportarsi con gli altri soprattutto a livello corporeo, così come il mettersi in gioco, il lasciarsi andare, a risate fragorose e allo stesso modo a pianti collettivi. È in questo che il teatro può rivelarsi come vera e propria rivoluzione che aiuti ad affrontare queste difficoltà, ad accettarle e, in modo parallelo, ad imparare ad ascoltare i propri desideri, ciò che realmente si vuole essere.
Prima della chiusura, i partecipanti, così come era successo dopo la camminata per le vie di Tropea, sono stati invitati all’atto conclusivo di Nutrimenti: lasciare un pensiero, una riflessione, o anche solo una parola su carta sul senso dell’esperienza appena vissuta, che è praticamente il mattoncino per costruire questo nuovo e auspicato teatro.

