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L’N.C.A. dell’ambasciata della Gran Bretagna in Italia ha dato il via all’inchiesta. Pasquale Pititto di Mileto già al centro dell’omicidio del boss di Catanzaro e della sparatoria contro i Chindamo di Laureana

Cronaca

Trae origine da una comunicazione pervenuta nel novembre 2014 dal National Crime Agency (N.C.A.) dell’ambasciata della Gran Bretagna in Italia l’operazione contro il narcotraffico internazionale denominata “Stammer” che il 14 febbraio scorso ha registrato l’emissione di una nuova ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip distrettuale di Catanzaro a carico di oltre 60 persone legate ai clan vibonesi di Mileto, San Gregorio d’Ippona e San Calogero. In particolare, il National Crime Agency, recependo un’analoga segnalazione del paritetico organismo in Colombia, ha segnalato la connivenza tra un’organizzazione criminale colombiana e una italiana impegnate nell’importazione di ingenti quantitativi di cocaina dal Sudamerica da destinare al mercato europeo.

Le indagini compiute dal collaterale organo estero hanno evidenziato che un sodalizio criminale italiano, operante nel circondario Vibonese, stava tentando di definire col cartello colombiano (riconducibile a Cano Sucerquia Jaime Eduardo, alias “Jota Jota”) la negoziazione di considerevoli partite di cocaina.

E’ emerso così che nel settembre 2014, Sergio Minotti, 63 anni, di Bellinzona si era recato a Medellin (Colombia) per prendere parte ad alcuni incontri finalizzati all’acquisto di cocaina. Durante il periodo di permanenza in Colombia, Minotti aveva intrattenuto frequenti contatti telefonici con un soggetto italiano a nome “Peppe”, poi identificato in Giuseppe Mercuri, 58 anni, di San Calogero, persona incaricata dal sodalizio italiano, ad avviso degli iqnuirenti, di concludere la trattativa.

Nel corso delle conversazioni captate sono poi emersi chiari riferimenti alla spedizione dello stupefacente, ai prezzi, al quantitativo e al successivo trasporto. Tutti i dati segnalati dal National Crime Agency sono stati quindi pienamente riscontrati nel corso della successiva attività di indagine della Dda di Catanzaro denominata “Stammer”.

Il traffico di cocaina. Ad avviso degli investigatori, Giuseppe Mercuri avrebbe negoziato l’importazione di 8mila chili di cocaina, successivamente sequestrati dalla polizia colombiana nella città costiera a nordovest del porto di Turbo, di cui 1.500 kg di pronta importazione verso il mercato europeo. Considerando che il prezzo d’approvvigionamento alla fonte si sarebbe aggirato intorno ai 6/7 mila euro al chilogrammo, l’importo di 10.000.000 euro che i sodali commentavano nelle loro conversazioni come nella disponibilità dei soggetti calabresi, sarebbe stato funzionale a coprire l’acquisto, in via preliminare, dei 1.500 chilogrammi.

L’estromissione di Minotti. Secondo la ricostruzione degli investigatori, risalirebbe all’ottobre 2014 l’estromissione di Sergio Minotti da parte di Giuseppe Mercuri nelle trattative con il “cartello” colombiano. Da mero co-finanziatore dell’illecita commessa, si era elevato a mediatore tra Giuseppe Mercuri stesso e il cartello colombiano, scavalcandolo nella trattativa. Dopo aver esautorato Minotti dalle negoziazioni, Mercuri secondo le risultanze investigative avrebbe iniziato ad interfacciarsi direttamente con l’organizzazione sudamericana per il tramite di Karlsson Jaime, alias “El Coronel”, intervenuto in Calabria a garanzia dell’operazione, ospite degli italiani.

I viaggi in Sud America. E’ il 25 ottobre 2014 quando Giuseppe Mercuri invia in Sudamerica  Antonio Massimiliano Varone, 42 anni, di Mileto e Osvaldo Edmingo Nunez Mena, 52 anni, della Repubblica Dominicana, al fine di verificare la quantità e la qualità dello stupefacente oggetto dell’importazione. Successivamente, il 31 ottobre 2014, Varone sarebbe rientrato in Italia, mentre Mena Nunez sarebbe rimasto in Colombia a garanzia dell’operazione. Il prosieguo dell’attività d’indagine avrebbe consentito di constatare l’estromissione dalle negoziazioni di Mercuri, Karlsson e Mena Nunez in favore di Antonio Varone e Salvatore Pititto, 49 anni, di Mileto, gli ultimi due ritenuti elementi del clan dei Pititto-Iannello di San Giovanni di Mileto. Con l’estromissione di Giuseppe Mercuri, il budget dei calabresi per l’investimento avrebbe subito un sostanziale ridimensionamento. Nelle trattative successive intercorse tra Varone e Jota-Jota sarebbe quindi emerso che l’organizzazione calabrese aveva commissionato un quantitativo pari a 400 chili, inferiore ai 1.500 chili oggetto della precedente trattativa.

Pasquale Pititto. E’ in tale contesto che sarebbe emerso il ruolo di Pasquale Pititto, 49 anni, di San Giovanni di Mileto, nelle dinamiche del narcotraffico. Benchè sulla sedia a rotelle dopo aver subito un tentato omicidio nei primi anni ’90 ad opera del contrapposto clan Galati di San Giovanni di Mileto, alleato all’epoca con la più potente cosca dei Molè di Gioia Tauro, il cognato del collaboratore di giustizia Michele Iannello (condannato all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Nicolas Green) avrebbe avuto un peso di tutto rispetto nei traffici di droga, rapportandosi con il cugino Salvatore Pititto.

Una figura di spicco nella “geografia” criminale vibonese, quella di Pasquale Pititto, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Pietro Cosimo, ritenuto il vecchio boss di Catanzaro ucciso nei primi anni ’90 dallo stesso Pititto e da Nazzareno Prostamo (pure lui di San Giovanni di Mileto) su mandato di Girolamo Costanzo, il capo del clan dei Gaglianesi. Il futuro boss di Catanzaro, Girolamo Costanzo, avrebbe commissionato a Pasquale Pititto e Nazzareno Prostamo il delitto di Pietro Cosimo dietro il pagamento di cinque milioni di lire, facendo anche leva sul mancato pagamento di una fornitura di eroina da parte di Pietro Cosimo nei confronti dei due vibonesi di San Giovanni di Mileto.

Pasquale Pititto ed il processo “Tirreno”. Pasquale Pititto ha poi rimediato una condanna a 25 anni di reclusione definitiva nel processo nato dalla storica operazione “Tirreno” scattata nel 1993 ad opera dell’allora pm della Dda di Reggio Calabria, Roberto Pennisi. I processi sono stati celebrati in Corte d’Assise a Palmi per il primo grado ed in Appello a Reggio Calabria. Pasquale Pititto, unitamente al cognato Michele Iannello, è stato ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio di Vincenzo Chindamo e del tentato omicidio di Antonio Chindamo, fatti di sangue commessi a Laureana di Borrello l’11 maggio 1991 su mandato del boss Giuseppe Mancuso di Limbadi. Nel delitto dei Chindamo sono poi rimasti coinvolti anche i vertici dei clan Piromalli e Molè di Gioia Tauro, alleati ai Mancuso nell’eliminazione dei due elementi del clan Chindamo contrapposti al clan dei Cutellè di Laureana appoggiato dai Piromalli-Molè-Mancuso. Ventisei anni dopo tale fatto di sangue, Pasquale Pititto deve fare ora i conti con la nuova accusa di narcotraffico ed è stato per questo arrestato e condotto in una località capace di assicurargli le cure necessarie al suo status di detenuto in carrozzina. Quella stessa carrozzina che non gli avrebbe impedito di dettare "legge" a Mileto e dintorni.

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